Cuore comune. Renata Morresi

di Nadia Agustoni

“Cuore comune” peQuod 2010, è il titolo della prima raccolta poetica di Renata Morresi, libro in sei sezioni, che sono una summa del suo lavoro con le parole. Diverso e ampio il respiro di questi testi a segnare una ricerca che mai abbandona una propria coerenza e ha in sé potenzialità tutte da esplorare. Nella nota di copertina Massimo Gezzi sottolinea: “un dettato teso, percussivo, trapunto di versi anche brevi interessati da un disinvolto plurilinguismo, dove spesso uno scarto minimo del significante spalanca voragini di significato”.(1)
Il segno di molta poesia è la pazienza con cui si lavora con le parole, il duro rendere conto del poeta di una realtà che sembra scavalcarlo lasciandolo in una sospensione dove difficile è trovare al loro posto tempo e spazio: “ infine fuori/ comincia chiunque/ tutto era spazio dopo e quando […]”; e subito, entrando nel vivo, toccando il segreto delle immagini “sola tra-/ sparire, vibrare/ di più- / ma appesa alla finestra/ (credo che sappiate come resta appesa al vetro)/.” A tratti siamo tentati leggendo Morresi di accostarla ad alcune voci della sua terra, le Marche, ma più forse per quello scherzo dell’udito che accosta i suoni e li avvicina: “vi vedo, due forme di letto e di pane/ due forme del sacro allontanare”, dove ci ricorda la poesia di D’Elia con i suoi scatti improvvisi, il darci “cena d’amore […]”(2) e il toccare le cose per riportarci la nostalgia di quello che abbiamo perduto.

Philippe Jaccottet in un breve testo dedicato alla pittura di Giorgio Morandi scriveva che il pittore era consapevole delle minacce al mondo che lo circondava: “Egli sapeva ciò che stava accadendo vicino a lui e che minacciava lui pure, insieme ai suoi cari. Semplicemente Morandi ha probabilmente pensato, o meglio sentito, che la sola risposta degna che egli potesse dare a tutto questo era di accrescere ulteriormente, per quanto possibile, la propria concentrazione sul lavoro. Tenendosi lontano più che mai da ogni eloquenza, da ogni smorfia; […] Continuando a meditare, senza traccia di ostentazione, di fronte al piccolo gruppo di oggetti che trasceglie, avvicina, allontana, sposta instancabilmente, quasi impercettibilmente, ma con assoluta calma, come il giocatore di scacchi sorpreso dall’obiettivo di Herbert List.” (3) E così, nella poesia di Morresi, i testi richiamano un vissuto dagli “Album” di famiglia e dagli sprechi che la vita, contando le persone come errori, porta con sé. Il “cuore comune” del libro è anche questo andare a ritroso, tra le radici parentali e la memoria dei dispersi toccando i paesaggi, belli e corrosi, visti da un treno in corsa o quelli delle vie cittadine dove il tempo è uno ieri che scorgiamo con un sentimento di ri-conoscenza. L’autrice va oltre questo ri-conoscimento e arriva a dire nella poesia per Zefferina A., prozia: “[…]voi dopo il primo ballo,/ o fija mia,/ e curre e venne e daije/ voi miglior me/.”
Sembra celarsi nei versi una nostalgia di case perfette e di un vivere comune che dia senso ai gesti e alle parole di ogni giorno. In “Il mare alto” i micro dialoghi col figlio assumono la forma di un metodo, una resistenza alla propria solitudine che è tanto più sentita perché non è accompagnata da estraneità, ma da un senso di appartenere, se pure un po’ a lato, al proprio mondo: “ ‘in che giorno siamo oggi mamma?’ – ‘Siamo/ giovedì’ gli rispondo ‘Stiamo in/ giovedì.’ mi dice. Non solo qui/.” In “La terra distesa” la voce prende respiro, in tono quasi parlato abbiamo un diario degli eventi minimi, ma dove non manca mai l’osservazione su quanto ci circonda. La vita irrompe con una affermazione: “La vita si occupa di ciò che fa/ la vita, e glielo chiede, ci penso/ da un po’ a questa cosa onesta/ e illimitata, come un pomeriggio/ che viviamo normalmente,/ nella sua attesa grata, nella sua ansia/ veggente.” Quest’ansia rivela, rilkianamente, una “passione per la totalità” (4), una interezza nascosta, ma celata a noi stessi che scriviamo in tempi disgregati, dove nel tempo abbiamo il passato e il futuro, come punto di riferimento e di arrivo, e manca il presente, perduta la certezza di una appartenenza che ormai non trova, se non nel privato, quel cuore a cui il titolo della raccolta richiama.
La sezione che chiude il libro e gli dà il titolo torna al tema della casa, non tanto per un bisogno di singolarità staccata dal mondo, ma per ritrovare un significato, trovare un filo che porti alla vita che da sé fluisce: “ […] come se fosse nato ora/ dall’interno, un fiume.” Il dentro e il fuori affidati a due elementi primari, l’aria e la luce, che conducono a una interiorità che fa spazio e crea meno inferno “nell’inferno minore” (5) dell’epoca.

Grace Paley, in “Poesia sull’arte del narrare” inizia con questi versi: “L’artista arriva dopo/ racconta la storia delle storie […]” (6) e Paley ci mette di fronte al quotidiano di ogni racconto, a chi parla e a chi ascolta, al rincorrersi di voci e figure con una storia che è sempre plurale perché è anche e soprattutto la storia degli altri. La poliglotta Paley, usa la parola con un’estrema attenzione alla realtà, dà voce a chi non è accolto né ascoltato nella sua semplicità d’essere. Renata Morresi sfiora più volte un dettato paleyano, ma si ferma prima, alle proprie circostanze e a chi ha vicino. Tuttavia intuiamo nella sua poetica le tracce di un oltre che l’aspetta e a cui potrebbe dare parola. Sempre con Paley: “ Una formica!/ trascina dieci grammi/ di carcassa lungo/ i gradini di cemento […]/ porta un festino/ per la famiglia” (7) ma, aggiunge la poeta americana, non c’è questa “nazione raminga/ da nessuna parte.” (8) E noi sappiamo che è vero per molti e in molti aspettiamo che la festa e la nazione raminga si riuniscano.

Note

1 – Renata Morresi, Cuore comune, nota di copertina di Massimo Gezzi; Edizioni peQuod 2010

2 – Gianni Delia, Trovatori, pag. 8, Einaudi 2007

3 – Philippe Jaccottet, La ciotola del pellegrino (Morandi), pag. 26; Edizioni Casagrande 2007

4 – Rainer Maria Rilke, Il Testamento, pag. 61; Tea Edizioni 2002

5 – Claudia Ruggeri, Inferno minore; Edizioni peQuod 2007

6 – Grace Paley, In autobus, pag. 15; Edizioni Empiria 1993

7 – ibidem, pag. 43

8 – ibidem, pag. 43

*

Da “Cuore comune”

Tre odori

uno è la tinta
che tingeva la madre sulle teste
come l’arte di coprire il tempo
di un colore astratto, idealista,
resta traccia nel tanfo
che consuma le dita

uno è l’officina
con la polvere metallica del tornio
che fa un cerchio intorno ai piedi
un’aureola, anche qui
l’odore grasso e ferroso
ha una sua vista
macchie sulle mani, sulla faccia

uno è l’odore della sveglia
in terza media, odore
di visione d’altopiano,
un nero remoto e caldo amaro,
parlava di partenze,
e diceva sempre
“a dopo” al dopo.

*

Non da poco un giro al cimitero
di sabato mattina e a digiuno, un’offerta
di gerbera steccata da tenere dritta
accanto al nome in rilievo precisi
un bastone da vecchio una faccia
senz’occhi un lenzuolino ricamato
– l’ago infila la stoffa, la fortuna
del neonato, dura un giorno circa
ed è l’unica roccia che per tutti fa casa
migliore testimone della pietra ripulita
più vera della foto mai passata.

*

Ah non possiamo farci salmi
ah non possiamo essere ostie ed ingoiarci
allora basti un bicchiere d’acqua fresca
alla statura intera per tenerla
abbastanza dritta, abbastanza flessa
ché non poter mangiare la persona
o tenerle in braccio il cuore gatto
o ficcarle mano nella mano
come un chiodo, fino a dopo sé – è giusto

muoversi a ritmo, scivolare una chançon
e non sapere mai di più
del campo benedetto di distanze
tra cui ti toccai piano, con grazia, di fianco.

*

15 pensieri su “Cuore comune. Renata Morresi

  1. “spesso uno scarto minimo del significante spalanca voragini di significato”
    “Il segno di molta poesia è la pazienza con cui si lavora con le parole, il duro rendere conto del poeta di una realtà che sembra scavalcarlo”

    Valle a spiegare in giro queste cose, bene che vada rispondono “E a me…?”.
    Eppure bisogna insistere, qualcosa alla fine resterà/passerà.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  2. una bellissima lettura critica, per un libro che molti di noi aspettavamo da un pezzo. Grazie a Nadia…e a Renata, un grazie e un in bocca al lupo immenso.

    gianni montieri

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  3. Intensi e affilati, questi testi selezionati, come gli altri letti in rete di Renata, sono lieto di poterli finalmente leggere raccolti in un volume che anch’io aspettavo. Bellissimo il titolo, che evoca un sentire comune (di partenza, di arrivo), splendido nel presente della disgregazione e delle difficoltà dell’appartenenza.

    Grazie a Nadia, per la recensione precisa nell’analisi e nei riferimenti, complimenti a Renata e in bocca al lupo al “Cuore comune”.

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  4. Cara Renata,
    finalmente! Come ti dicevo tempo fa in pvt questo tuo primo
    libro era ormai una necessità. Non vedo l’ora di leggerlo e di
    scriverne. Per il momento complimenti a te e a Nadia per questa acuta
    lettura.
    Un abbraccio,
    gm

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  5. A tutti gli intervenuti un grazie.

    Il libro di Renata Morresi offre in ognuna delle sei sezioni una poesia che ha sempre in sè una qualità un pò segreta, quella che evoca qualcosa, toccando appena con le parole ” […] non avere più niente che guardare/il suo levare alto, per un tempo/ liberamente lungo, come il mare/.”, e lo suscita davanti a noi facendoci riflettere.
    Anche nelle poesie più lunghe come in ” Forme uniche della continuità nello spazio” dove il dire è più complesso e dove verso dopo verso il discorso si snoda dal paesaggio interiore alla “terra distesa,/ apparecchiata di circostanze[…]/, c’è questa sospensione che ci smuove, in verità, ci obbliga ad un ascolto più attento, a un pensiero che tocca la vita.

    Per questo e altro è bello avere qui in Lpels questo libro, che ci porta qualcosa.
    Auguri a Renata e un saluto.

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  6. I testi di questa prima raccolta di Renata, quelli qui proposti, sembrano esprimere una distanza dalla lingua convenzionale e dagli stilemi consunti della tradizione. Un orecchio attento, un palato fine parrebbero invece spingerla verso viaggi avventurosi nella lingua, quale modus (l’unico, ormai?) di dicibilità del mondo, attesi l’eccesso di narrazione mediatica e letteraria, la sua conoscenza sempre più diffusa e diretta; con esiti sempre originali proprio perché all’interno dell’universo (infinitamente combinatorio) della lingua, qui, lieve, giocosa, ironica: “Ah non possiamo farci salmi/ah non possiamo essere ostie ed ingoiarci/allora basti un bicchiere d’acqua fresca/alla statura intera per tenerla/abbastanza dritta, abbastanza flessa…”

    Mi trovano dunque d’accordo le parole di Nadia: “Il segno di molta poesia è la pazienza con cui si lavora con le parole, il duro rendere conto del poeta di una realtà che sembra scavalcarlo lasciandolo in una sospensione dove difficile è trovare al loro posto tempo e spazio…”

    Auguri a Renata per questo lavoro e per quelli futuri, e un grazie a Nadia per l’intervento e il post.

    Giovanni

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  7. Grazie infinite a tutti, per l’accoglienza e gli auguri e l’ascolto finissimo, siete cari

    Nadia è veramente illuminante, mi fa capire (per la prima volta) qualcosa dell’alterna chiave di questo libro.
    Da una parte la frattura (necessaria) con le origini, con chi ti ha sognato e proiettato e “dato via” interamente al mondo (:all’imprevedibile che diventiamo), con i sé passati che non riconosciamo più, ma che ancora proiettano le loro ombre su di noi, con quel tanto di perturbante (un-heim-lich: il non stare a casa) che sempre ci abita.
    Dall’altra la frattura (dolorosa) tra “la festa e la nazione raminga”: ciò che è comune e che si è sciolto, tanto che pare di riconoscersi uguali solo nell’alienazione.
    Devo ringraziare Nadia per aver combinato questi due momenti con tanta eleganza.

    A Roberto vorrei dire (ma sono certa che già sa) che non importa. La poesia è anche questo, un gesto specializzatissimo e incomprensibile, quasi sull’orlo del ridicolo. Che però, a forza di farlo, diventa, magari, la scoperta di un sentimento nuovo, un’avventura per tutti.

    Mi vengono in mente le parole di Virginia Woolf: “io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare cosi, anche se in povertà e nell’oscurità, vale certamente la pena”.

    un saluto caro,
    renata

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  8. Non conoscevo questa poetessa. Mi colpisce il delicato equilibrio dei versi, per niente facile o scontato. Sembra raggiunto a poco a poco, con asciutta dolcezza.

    Nadia come sempre stupisce per l’intelligenza poetica e la profondità che sa mettere in ogni lettura.

    roberta b.

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  9. Complimenti a Morresi per la qualità delicata e giusta delle poesie che invogliano a leggere il libro (anch’io concordo sulla bellezza del titolo), e per la presentazione sempre sensibile e acuta di Agustoni.

    Cristina

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  10. “Attesa grata” e “ansia veggente”. Il “cuore comune” prova, con battiti dal ritmo diverso e plurilingue, a tener fede ad entrambi i lati della “vita che si occupa della vita”; in questo è particolarmente efficace, perché “attesa” e “ansia” accolgono il passato e lo portano con sé nel loro slancio. Una introduzione ampia, quella di Nadia Agustoni, alla poesia di Renata Morresi, davvero “tutta da esplorare”.

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  11. bella leggera quasi fosse una piccola ombra felice
    questa raccolta dimostra da quelle piccole cose che leggo già qui come sa essere forte la poesia di renata morresi
    senza alcun dubbio una Grande Poesia che tocca scuote il cuore comune con dolcezza
    la stessa che la Poesia in giorni come questi sa regalare
    un carissimo saluto e che questo libro abbia sempre un buon viaggio
    c.

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