Il Capitano Mario (XXIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII)


La Checca


Primo maggio: festa dei lavoratori. Ma era stata abolita nel ventennio e guai a parlarne: peggio, se un fascista avesse visto una bandiera rossa si sarebbe infuriato come un toro nell’arena.

Ed ecco cosa ti inventa quel fantasioso scanzonato di Franco, detto la Checca. Eravamo, sempre nella primavera del ‘44, alla vigilia del I maggio. Riesce a farsi rinchiudere, insieme con la fidanzata, l’Ornella Dentici (la sorella di Jacopo, ucciso più tardi dai nazifascisti, colei che poi divenne la moglie di Franco) nel cortile dell’Università, quell’enorme palazzo neoclassico che è di fronte alla Questura, ricco di loggiati, finestre e balconi. I due sono letteralmente imbottiti di bandiere rosse e, conseguentemente incappottati, entrano nell’Università inavvertiti fra il via-vai degli studenti, vi si nascondono e lavorano tutta la notte con pile, chiodi martelli e altri arnesi, per poi dileguarsi di primo mattino, all’apertura dei portoni, lasciando quello che è il palazzo più centrale della città rivestito tutto di rosso. Stupore dei Pavesi che si chiamano l’un l’altro: “Venite a vedere”, sfilano lungo il Corso (detto Stra noeva), divertiti e compiaciuti, con gli occhi ridenti, furbescamente fissi verso l’alto su tutto quel rosso, davanti ai poliziotti in camicia nera radunati nella piazzetta antistante, con le facce tirate, livide di un’ira contenuta e impotente. Chi era stato? Non lo si seppe mai.

Un altro episodio bellissimo, pur sembrando irragionevole, ci costrinse a chiederci se fu o non fu ai limiti della razionalità. Ma che cosa sarebbe la nostra vita se non si squarciasse a volte per noi la nebbia densa e grigia della ragione, che pur Dio ci ha data e di cui dobbiamo pur servirci, se sopra di noi il nostro sguardo incantato non fosse attirato dal cielo infinito della poesia? Due partigiani erano stati catturati dalle SS: non era cosa rara. La crudeltà e la consueta barbarie di queste ultime li aveva fucilati e poi abbandonati sul ciglio della strada che conduce da Pavia a Milano. Non un nome avevano, non un segno qualsiasi di riconoscimento, non, accanto, una croce. L’ambulanza della Croce Rossa li aveva raccolti e portati nella cella mortuaria del Policlinico S. Matteo, dove erano stati deposti in due casse che ancora non erano state chiuse, in attesa di un eventuale riconoscimento. Nessuno si fece vivo. Franco, ossia “La Checca” lo venne a sapere e, nel silenzio delle sue imprese notturne, andò, indisturbato, a scoperchiare le due bare, avvolse, con l’aiuto di un complice, le salme dei due giovani caduti nel tricolore e, sempre in silenzio, si dileguò, dall’uscita posteriore dell’ospedale, fra i cannicci del granoturco, nella campagna deserta.

Verso la fine del 1944 mio suocero non stava bene e fu deciso che si facesse visitare da un professore del Policlinico: non sembrava comunque che avesse disturbi gravi. Gli fu invece diagnosticato un tumore e fu operato. Non si risvegliò dall’anestesia e morì quella stessa notte. Mario mi mandò a chiamare e arrivai dalla Lomellina dopo un viaggio quasi tutto a piedi perché mancava ormai ogni mezzo di comunicazione. Me lo vidi venire incontro nel cortile dell’ospedale scoppiando a piangere, povero Mario: si sentiva in colpa per non essersi accorto prima – lui, medico – della gravità del male. Mi commossero profondamente oltre al dolore di quel momento, sopra tutto i suoi scrupoli di coscienza per quello che ci fa sentire tutti doppiamente miseri di fronte a circostanze che sono più grandi di noi.

Mio suocero era un uomo molto stimato, intelligente e colto e aveva anche discrete capacità oratorie: fascista convinto fin dai tempi della marcia su Roma, non aveva mai dubitato e non dubitò fino alla fine dell’immancabile vittoria: c’era da stupirsene. Ma forse, viste le cose a distanza, meglio così: non seppe mai delle nostre attività Clandestine e la Provvidenza gli risparmiò la delusione della sconfitta.

Veniva ogni giorno a prendere le bambine, con quel suo passo dondolante, per condurle affettuosamente a passeggio con “il nonno” e ogni sera noi due passavamo a salutare i genitori. Rimpiango ancora quegli affetti famigliari, quelle discussioni pacate, quel rispetto reciproco delle eventuali divergenze di idee, che oggi mi sembrano così rare nelle famiglie così poco unite. Ma non voglio sembrare “laudator temporis acti”: devo prendere atto del cambiamento dei tempi.

Essendo mio suocero un’autorità fascista, e anche molto conosciuto a Pavia come preside di una scuola di Avviamento al lavoro frequentatissima, c’era molta gente al funerale, e anche tutte le autorità fasciste, in divisa, radunate insieme sul fondo del piazzale, in attesa del feretro. Io ero vicina a Mario, quando lo vidi allontanarsi frettolosamente verso l’ingresso dell’Ospedale. C’era Franco, la Checca, che era venuto a fare atto di presenza al dolore del suo amico Mario. Lui gli strinse la mano fingendo di ringraziarlo soltanto e gli disse sottovoce: “Scappa subito di qui!”

Avevano l’ordine di sparargli a vista.


(continua…)

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