“Nunca fui a Blanes”, di Diego Trelles Paz

“Nunca fui a Blanes”
di Diego Trelles Paz

(trad. Carmelo Pinto)
(pubblicato su Il Manifesto del 29 ottobre 2010, a pag. 11)

La prima volta che lessi I detective selvaggi di Roberto Bolaño avevo 22 anni, vivevo a Lima con uno stipendio miserabile e l’unica cosa che facevo con la mia vita, oltre a ubriacarmi fino all’insensatezza, era leggere e scrivere, imitare e fare prove e anche sbattere la testa contro la porta ogni volta che comprovavo che ciò che intuivo fosse lo stile letterario mio proprio non era altro che una volgare e pallida eco delle voci dei miei scrittori di formazione: qualcosa come un collage polifonico di Vargas Llosa con Ribeyro, e di Onetti con Puig.

L’edizione grigia di Anagrama costava esattamente 78 soles. Lo ricordo bene perché quella era l’epoca in cui andavo al Jiron Quilca, nel centro di Lima e, letteralmente, mi immergevo in una pila di libri popolari e di manuali di cucina peruviana, per recuperare libri di autori classici che non costavano più di 7 soles. Grazie a Oveja Negra e a Seix Barral, un giovane mal pagato e curisoso come me, a Lima poteva leggere Céline e Faulkner e Carson McCullers e García Márquez per 40 soles.

Di modo che, la sola idea di spendere 78 soles nel grosso romanzo di quel cileno anonimo, non solo mi sembrava idiota e scervellata ma oltrepiù, in termini di salute mentale e fisica, mi sarei privato per una settimana del mio menù economico nella mensa del giornale. D’altra parte, c’erano due ragioni forti che rendevano più difficile la mia decisione. La prima era l’assoluta devozione per I detective selvaggi di questo amico mio, l’unica persona che conosco al mondo la cui missione nella vita è scoprire libri e autori essenziali per il mio futuro come scrittore. La seconda, senza dubbio, era lo stupendo titolo, tanto attraente e preciso, tanto Welles e tanto Godard, che misi subito in relazione con Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, la pellicola statunitense sui pistoleros dell’ovest che usa il tema dei cowboy per parlare della solidarietà e dei codici d’onore e di amicizia tra amici delinquenti.

Infine: decisi di comprarlo e consumai quei 78 soles in un solo giorno e, poi, già non mi importò più niente: tornai a leggerlo, una e più volte, e lo commentai e lo raccomandai e scrissi una tesi di laurea sul romanzo e, andai perfino in Messico, cercando l’ombra diffusa di una poetessa libertina che assomigliasse a Maria Font.

Che cos’era che mi piaceva dell’opera di Bolaño ?

In termini formali, per me era chiaro che quella sua prosa, di apparente semplicità aveva un lirismo contenuto e suggestivo e una musicalità molto poderosa e molto diversa da quella che avevano prodotto tutti gli autori del boom. La lettura di Bolaño produsse in me una dipendenza istantanea; sia per il carattere ludico e desacralizzante con il quale lo scrittore cileno si confronta con i diversi generi con i quali dialoga solo per decomporli; sia per questo suo desiderio di coinvolgere noi come lettori attivi, offrendoci opere frammentarie che appaiono sempre incomplete affinchè le completiamo con la nostra immaginazione diventando così complici, indaghiamo come decifratori, congetturiamo alla ricerca della verità attraverso meccanismi narrativi dove convivono mescolate la realtà e la finzione, i fatti e le congetture, i personaggi apocrifi con quelli storici. Non per caso il critico José Miguel Oviedo ha detto che “Bolaño finisce sempre per convertire i suoi lettori in detective.

Sotto l’aspetto affettivo, c’era qualcosa in Bolaño, che non avevo mai trovato in nessun altro scrittore, qualcosa come una fraternità o una complictà silenziosa mediante la quale, lui, che aveva sofferto molto, si rivolgeva a me, come un giovane scrittore perduto e ansioso e che si era fatto nitido per me, dopo aver letto questo paragrafo del suo racconto Incontro con Enrique Lihn [Puttane assassine pag.271]

Questo succede a tutti i giovani scrittori. C’è un momento in cui non hai più niente su cui appoggiarti, nè amici, nètanto meno maestri, e non c’è nessuno che ti tenda la mano, le pubblicazioni, i premi, le borse sono per gli altri, quelli che hanno detto “sissignoe”, ripetutamente, o quelli che hanno adulato i mandarini della letteratura, un’orda interminabile la cui unica virtù è il loro senso poliziesco della vita, a quelli non sfugge niente, non perdonano niente
[Roberto Bolaño].

Non conobbi mai Bolaño, anche se, certamente, ci provai. Nel 2003 andai in Francia a scrivere e vivere come immaginavo avevano scritto e vissuto gli autori latinoamericani che vissero nella Parigi degli anni ’60. Una totale stupidaggine, naturalmente, anche se allora era abbastanza reale e significativa per me che andavo per la vita come un orfano. Grazie al caso, conobbi Robert Amutio, traduttore francese di Bolaño, e tramite lui mi venne in mente di scrivergli una lettera manoscritta emulando una lettera che Bolaño aveva scritto a Enrique Lihn quando era un poeta adolescente.

La risposta mi arrivò in forma elettronica tramite Amutio. Bolaño ironizzava, diceva a Robert che, sembrava che non avessi e-mail. Trascrivo qui il breve interscambio espistolare-elettronico che sostenemmo alcuni giorni dopo:

29/5/2003
“Stimato Sig. Bolaño

Ho ricevuto un messaggio di Robert Amutio. Può scrivermi quando vuole, mi piacerebbe molto ricevere la sua risposta. Le ho inviato una lettera postale, perché lei fece allo stesso modo con Enrique Lihn, e beh, ho pensato che così era meglio. E’ stato un errore non aver incluso il mio indirizzo elettronico, mi dispiace.
Sarò a Barcellona in ottobre (anche se credo che questo già lo sappia).

Un cordiale saluto
D.”

30/5/2003
“Caro Diego,

Quando scrissi a Lihn non esisteva internet nè e-mail o come si chiama questo sistema di posta elettromagnetico, nè avevo soldi, nel caso fosse esistito, per permettermi una macchina simile. In ogni caso desidero ringraziarti per il tuo saggio su I detective selvaggi, molto generoso, che ho letto come se non fosse riferito a me. Di sicuro credo che hai indovinato nell’identificazione del poeta peruviano. Che fai in Too loose? E che è successo con il messicano e la nordamericana che ho conosciuto a Parigi? Ricevi un forte abbraccio.

Roberto”

31/5/2003
“Roberto.

Non vivo a Toulouse sebbene, sì, mi sento Too loose con regolarità. Sono venuto a Bordeaux per scrivere (magari suona ingenuo ma è la verità). Ho terminato il corso di laurea e ho deciso di postergare il dottorato di un anno per dedicarmi in pieno al mio romanzo due. Non c’e’ motivo di ringraziarmi per il saggio, al contrario, sono io che ti ringrazio per il romanzo. Non solo mi ha condotto in Messico (cercando qualcosa che non avrei mai trovato; aspettando invano una vaga ombra di qualche errante Maria Font) ma mi ha anche accompagnato fin là e ora mi segue ovunque vada. La mia permanenza in Europa è temporanea. voglio finire il mio dottorato, più in là del mio odio, confesso di abitare le desertiche arene del Texas. Ti racconto questo perché amplierò la mia tesi di laurea (su I detective selvaggi) nella tesi dottorale (che è già quasi un libro) includendo Monsieur pain e Notturno cileno.

Poco tempo fà ho letto Fuoco pallido di Nabokov, un romanzo raro e stupendo che devi aver letto, l’idea del lettore come detective è nitida nel romanzo. L’atto di procedere saltando pagine e seguendo le indicazioni di un editore fittizio e il fatto che questi ti va dando pezzetti di informazione e ti deformi l’esistente secondo la sua personale convenienza, mi ha dato idee importanti per il mio romanzo. Mi piacerebbe parlarti di esso: Non l’ho mostrato a nessuno (nemmeno alla principessa basca) perché sono di quelli che il pudore soggioga. Non voglio nemmeno scriverti dieci pagine al riguardo, so quanto sei occupato e qualcosa mi ha riferito Robert del nuovo libro di racconti a cui stai lavorando. Di Oswaldo e Sarah so che ritorneranno ad Austin per continuare gli studi (sempre a cavallo tra i due paesi). Bene, Roberto, ti ringrazio molto per la tua risposta, è stato molto emozionante. Un abbraccio.
A presto
D.”

2/6/2003

“Caro Trelles:

Che invidia provo per la tua gioventù, l’abbondanza di energia, tutte le possibilità del mondo pronte per essere conquistate o morire nell’impegno. Parlami del tuo romanzo, però soprattutto scrivilo. Senza paura; però anche, e questo forse è importante, con una umiltà degna di San Francesco o almeno di Jacopone da Todi. Ogni giorno che passa sono sempre più convinto che l’atto di scrivere è un atto cosciente di umiltà. Bene, resto in attesa. Nel frattempo ricevi un forte abbraccio

Bolaño.”

L’utima mail che scrissi a Bolaño, non ebbe mai risposta. In essa gli chiedevo alcuni minuti del suo tempo per andare a Blanes a conoscerlo. Il 15 di luglio del 2003 seppi della morte di Bolaño da una lettera cruda e commovente di Robert Amutio.

“L’atto di scrivere è un atto cosciente di umiltà.”

Mai, nei miei 31 anni di vita da parte di nessuno ho ricevuto un consiglio migliore.

Non sono mai andato a Blanes.

Diego Trelles Paz

(Trad. Carmelo Pinto)

—-

Così si è presentato Diego Trelles Paz al “VI Encuentro de Escritores Iberoamericanos” in Cochabamba, Bolivia ( Julio, 2010):
Io, Diego Trelles Paz, sono nato a Lima nel 1977,un anno prima che, davanti allo sguardo torvo del generale Videla, la selezione peruviana vendesse la sua anima all’Argentina con un disonorevole 6-0 nel mondiale del ’78. Sono tifoso dell’Universitario de Deportes. Non ho mai visto giocare Lolo Fernández nè il cholo Sotil, Scrivo e respiro e, quando giocavo a calcio prendevo un pessimo voto. Quando penso alla finzione penso a Faulkner, a Rulfo, a Onetti, a Bolaño, a McCarthy, a Céline. Vale a dire ai valorosi. Io aspiro ad essere valoroso e, per questo, ho vizi oscuri e due bambini semplici: Hudson el redentor (2001) y El círculo de los escritores asesinos(2005)
quando penso alla poesia penso a César Vallejo e poi, incantato, dolente, già non posso pensare più. La curiosità e la noia mi hanno indootto a pubblicare Il futuro non è nostro (2009), un’antologia latinoamericana che guarda sorridente verso dentro. Mi piace la musica e la festa. Mi piace il cinema. Il mio cane si chiama Onetti e morirà addormentato.
Bolivia giugno 2010

poi:
In Italia è stato pubblicato nel 2009, dall’editore romano Gaffi
Il circolo degli scrittori assassini
Negli Usa ha scritto una tesi di dottorato dal titolo:
LA NOVELA POLICIAL ALTERNATIVA EN HISPANOAMÉRICA:
DETECTIVES PERDIDOS, ASESINOS AUSENTES Y ENIGMAS SIN RESPUESTA

8 pensieri su ““Nunca fui a Blanes”, di Diego Trelles Paz

  1. Ciao!

    ho creato un gruppo su facebook per tentare di riunire e pubblicizzare un gran numero di blog italiani. Mi sembra un modo carino e comodo per potersi confrontare e aumentare la visibilità dei nostri blog!
    Se sei interessato, unisciti a noi e pubblica il link del tuo blog sulla pagina di facebook:
    http://www.facebook.com/#!/group.php?gid=153706914659766&ref=ts
    oppure cerca “Blogger Italiani”. Se l’iniziativa ti piace, aiutaci a diffonderla presso amici e/o blogger!

    GRAZIE!
    Ale

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  2. chiedo scusa ai lettori e anche all’autore;
    c’e’ un’altra svista
    l’articolo finisce con la frase

    Non sono mai andato a Blanes

    La frase finale di bolano richiama alla mente un’altra frase di Borges riguardo alla scrittura:
    «un lettore legge ciò che vuole, uno scrittore scrive ciò che può».

    Di sicuro Bolano rappresenta un punto di riferimento per la nuova generazione di scrittori latinoamericani e non solo

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  3. Grazie Francesco, domani rimediamo. Mi sembra un refuso romantico.
    E grazie Giorgio.
    Sono particolarmente contento di proporre questo racconto di Trelles tradotto da Carmelo Pinto. Presto,leggerò altre cose di Trelles.
    Quanto a Bolaño mi ci ci sto avvicinando da quest’anno. Con Giovanni Agnoloni, per l’editore Senzapatria, stiamo traducendo Bolaño salvaje, monumentale raccolta di saggi su B. Parecchie cose le hanno già tradotte Manuela Vittorelli e Carmelo Pinto, Bolañologi ben più ferrati di me.
    Col tempo, se lo vorranno, potremmo proporle qui. Intanto grazie.

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  4. Questo articolo rende molto l’idea del rapporto che Bolaño aveva con la “letteratura” e i suoi artefici.
    Mi piace soprattutto il modo in cui ne parla Trellez..lo fa in un modo molto bolañiano.
    Bella la traduzione di C. Pinto.Trovo molto Interessanti i blog letterari che approfondiscono e svelano .
    Grazie a tutti per il vostro impegno.

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  5. Mi unisco al coro dei ringraziamenti, Marino. Anch’io ho cominciato ad avvicinarmi a Bolano solo recentemente. Come per tutti i pianeti affascinanti e complessi, credo, ho dovuto prima affinare la difficile arte dell’atterraggio.
    Un caro saluto.

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