Poche note su “Sangue di cane” di Veronica Tomassini

di Franz Krauspenhaar

Da anni ormai non recensisco nemmeno la pastasciutta (che come sanno ormai tutti ha preso il posto del libro nella cultura letteraria italiana.) E dunque non lo faccio nemmeno adesso, o perlomeno non ufficialmente. Mi piace invece scrivere pochi pensieri su un libro che mi ha toccato, che mi ha dato delle emozioni forti, “Sangue di cane” di Veronica Tomassini, appunto. Edito dalla nuova casa editrice Laurana di Milano. Ci sono arrivato per caso, leggendone un paragrafo su Facebook. Il vecchio lupo sa distinguere il grano duro da quello bagnato dalla pioggia torrenziale in pochi tocchi. Quella prosa forte mi ha preso subito.
La Tommassini è una donna giovane ma non è una “giovane scrittrice”. Il suo romanzo – epistolare e riepilogativo di un rapporto d’amore bello e vero quanto devastante – è una specie di corpo estraneo nella nostra letteratura. La scrittrice siracusana parla il linguaggio internazionale della letteratura. Parla del suo amore polacco, Slawek, un barbone bello come il sole, usando citazioni di quel popolo, il suo periodare è spesso inciampante e ripetitivo, e negli inciampi e nelle ripetizioni noi troviamo la perfezione imperfetta di molta letteratura russa. Leggendo “Sangue di cane” ho pensato subito a Dostoijevski. Vita, morte, sopravvivenza, vodka, amore. E Dio. Senza orpelli, senza teche e santi. Una storia d’amore cruda e dolce al contempo, uno spaccato impietoso di quel “secondo livello” di una città – qui Siracusa- che galleggia a un metro da questo, invisibile: il mondo altro dei barboni stranieri. Non so se l’amore sia più forte della morte – e aggiungerei del male della provvisorietà e dell’alcol, la malattia incurabile di Slawek. Certo qui, in questo romanzo fuori dagli schemi e dalle pedanti “facilonerie” della nostra letteratura modello Ikea-lit, le cose sono come nella realtà più fonda, cioè furiosamente sfumate. Non per questo meno crude, nostalgiche e paradossali. Un libro che per leggerlo ci metti della fatica ma anche del cuore, come nel fare una corsa in mountain bike per una montagna che forse non abbiamo mai visto ma che abbiamo certamente sentito, dentro di noi.

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