CARTOLINE DAI MORTI

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Qui la fine della primavera e la fine dell’inverno sono piú o meno la stessa cosa. Il segnale sono le prime rose. Ne ho vista una mentre mi portavano nell’ambulanza. Ho chiuso gli occhi pensando a questa rosa mentre davanti l’autista e l’infermiera parlavano di un ristorante nuovo dove ti fanno abbuffare e si spende pochissimo.

*

Sono morto in Canada. Avevo una brutta diarrea, avevo una brutta faccia. Mi sono ricoverato in ospedale e dopo un paio di giorni di analisi mi hanno detto che mi restavano pochi mesi di vita. Non ho piú mangiato, non mi sono piú alzato dal letto.

*

Ho preso la corrente, sono morto fulminato. Stavamo lavorando nel cinema, il lavoro era quasi finito. Ero appena tornato dalla Svizzera. Ero contento.

*

A un certo punto ho pensato che potevo diventare un uomo importante. Sentivo che la morte mi dava tempo. E allora infilai la testa nel mondo come un bambino che infila le mani nella calza della befana. Poi è arrivato il mio giorno. Svegliati, disse mia moglie. Svegliati, continuava a ripetere.

*

Ho scritto queste cartoline dopo i piccoli attacchi di panico che continuano a visitarmi. Non sono piú gli attacchi di una volta, quelli per cui cerchi qualcuno che ti accompagni in ospedale e se non lo trovi ci vai da solo e quando ci arrivi ancora non ti è chiaro se stai morendo davvero o sei a un altro capitolo della tua penosa ipocondria. Ho provato a scrivere delle cartoline anche in altri momenti, ci ho provato un po’ di volte, ma ho buttato tutto. Erano simili alle altre, il disegno delle frasi era quello, quello il colore, ma la stoffa era asciutta, non era bagnata in quell’umore che ti viene dalla morte appena trascorsa. Allora puoi scrivere intorno a questa cosa che forse regge tutto, intorno a questo niente che sorregge e corrode ogni cosa. Lo sguardo del panico dilata i sensi, li fa grezzi, non hai tempo di raffinare, di romanzare. Dopo dieci, venti minuti sei di nuovo sul binario morto della calma o dell’agitazione usuale e allora puoi solo parlare della tua vita o di quella degli altri. I morti non ti pensano, non ti mandano nessuna cartolina.

11 pensieri su “CARTOLINE DAI MORTI

  1. “La morte – scrive Elias Canetti nella Coscienza della parole – è la prima e più antica realtà, anzi saremmo tentati di dire: è l’unica realtà. È di una mostruosa vecchiezza e nuova ogni momento. Ha un grado di durezza dieci ed è tagliente come un diamante. Ha la massima freddezza che esiste nel cosmo (…). Fintante che esiste la morte, tutto ciò che vien detto è detto contro di lei. Fintante che esiste la morte, ogni luce è un fuoco fatuo poiché porta ad essa. Fintante che esiste la morte, il bello non è bello, il buono non è buono. La morte, dunque, come la vita, costituisce un fatto concreto, ma più della vita essa è ineluttabile. Alla vita si può rinunciare, alla morte non si può sfuggire. In definitiva, secon do Canetti, tutta l’agire degli uomini ruota e deriva dall’inutile tentativo di schivare la morte.”

    Thanatos è un tema ricorrente nell’opera di Franco, sin dagli inizi e le ragioni, forse, le aveva già indicate Canetti. Auguri per questo nuovo libro, V.

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  2. caro viola
    se devo indicare un autore che c’è dietro queste cartoline direi sicuramente canetti.
    ringrazio fabrizio per aver messo qui un soffio di questo libro. credo che sia un vento forte e credo che per sentirlo bisogna avere il libro tra le mani.

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  3. “Pure io,sì pure io.”

    E’la cartolina finale, quella che suggella questo piccolo grande libro. La sua cifra: massima sottrazione, massima espressione. Folgoranti piani sequenza dove ciascun personaggio dichiara il proprio esistere nell’attimo in cui dissolve, come aleggiando da un immediato dopomorte.

    Nell’ora fatale ciascuno, come per uno squarcio di luce improvvisa, mostra la ferita della propria esistenza,in un tragico, grottesco – e a volte drammatico – susseguirsi di microstorie suggerite in una frase, una parola.

    Una nuova forma-romanzo, direi. Scarnificata dalle strutture, ridotte a orpelli altrove.

    Il romanzo poetico di una nuova Spoon River. Una Spoon River che non ha il desolato rimpianto del testo di Lee Masters, ma l’asciutta evidenza delle istantanee e un humor nero appena rattenuto, il segno d’un Arminio che, rispetto a “Circo dell’Ipocondria”, ha fatto passi da gigante nel personale sforzo di dar vita artistica compiuta ai fantasmi della propria ipocondria.

    Per dirla con Fabio Nigro, un Arminio che la morte se la mette in tasca. Da quell’intemporale dopomorte che è la vita e la forza dei personaggi di queste CARTOLINE.

    Da leggere. Imprescindibile.

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  4. “I morti non ti pensano, non ti mandano nessuna cartolina”: è vero, però/perché quei morti, come i marziani di Bradbury, adesso siamo noi.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  5. più che nuova forma romanzo a me viene in mente il teatro, con un testo così mi immagino che ci si potrebbe fare del teatro lirico-sperimentale veramente interessante… un po’ per lo humor nero (“Sono morto alle sette di mattina. Un modo come un altro per cominciare la giornata”), un po’ per il tocco d’assurdo e surreale (“Prima di me erano già morte ottanta miliardi di persone”), e infine per l’alto tasso di poeticità, scevro però dalle emozioni facili, (“Per i medici ero in coma, ma in realtà ero sveglissimo, ero tutto dentro al mio tumore, come una lumaca dentro al guscio”).
    a sentirle bene, a sentirle così tutte insieme, queste voci sospese in una qualche eterna camera di raffreddamento invocano non il sorriso cinico, ma una grande compassione (cum-patire) ancorché compassata (cum-passo, cioé: misura): una assai civile espressione corale dei dolenti, testimoni (anzi: protagonisti) non del ‘dolore universale’ ma delle sue forme personali, particolari, poco epiche, dimesse e realissime.
    mi pare molto interessante che arminio riesca a recuperare il discorso sulla morte in questo modo, con questa ‘normalità’ (una lingua piana, non accentata, senza sensazione-sensazionalismo), di contro a uno sfondo in cui essa è o espulsa dal discorso pubblico (ospedalizzata, istituzionalizzata), o spettacolarizzata nelle sue manifestazioni aberranti.
    un caro saluto,
    rx

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  6. Interessantissime e tutte condivisibili le osservazioni di Renata Morresi. Infatti il testo di Arminio ha in sé tutte queste potenzialità. Quanto a me, ho detto “massima sottrazione, massima espressione”:Il 9 gennaio di quest’anno ho preso parte a Grottaminarda Avellino), come spettatore/attore, in una “cantina/grotta”- ma proprio una grotta grotta, di quelle usate per conservarvi il vino- alla “messa in scena” di alcune cartoline ad opera di amici/attori/spettatori e attori/spettatori/amici. L’effetto è stato stupefacente e massimamente espressivo dei potenziali appena descritti da RM. In realtà la “messa in scena” altro non era che lo scarno “leggere” da un bigliettino, una “cartolina” da parte degli attori/spettatori presenti nella grotta, ciascuno col proprio tono ed accento in “una lingua piana, non accentata, senza sensazione-sensazionalismo”, con nell’altra mano una candela accesa ad illuminare il proprio spazio/alone, con ritmo ora andante, ora in crescendo, ora in calando, con “accensioni” e ripetizioni. Ne ho ricavato proprio l’esatta impressone di un “romanzo polifonico” fatto dell’intreccio di tante fulminanti storie minime sospese tra humor nero, assurdo, surreale, poesia e tragicità, ma scarnificati di tutti i “tòpoi” legati a questi aggettivi. Chi ha letto tutto quanto fin qui scritto da Arminio, poesia e prose, riscontrerà un dato certo: FA non scrive romanzi, storie fittizie (lui stesso dice di non esserne capace); la sua prosa/poesia, pur partendo da un nucleo realistico, diventa “altro” , un “altro” che si connota esattamente nella maniera appena descritta da RM e che tuttavia è la quintessenza del fittizio e del romanzesco, ma scarnificati degli elementi denotativi del genere, che rendono difficile “incasellarlo” nelle categorie tradizionalmente riferite al genere. Ed è questo che rende la sua scrittura così interessante, unica, immediatamente riconoscibile.

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  7. il punto è la lingua
    è la forma.
    per parlare della vita e della morte non c’era bisogno che arrivassi io.
    mi pare di aver trovato una forma. è una cosa che non mi era capitata in modo così forte.

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