Il Capitano Mario (XXIV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII)


ASSE MILANO-GENOVA E OLTRE


Noi avevamo notizie di quanto stava accadendo tra il Piemonte e la Lombardia occidentale, specialmente in una zona compresa tra Milano e Genova; avevamo i più frequenti contatti con l’Oltrepò, dove erano disseminati i nuclei armati partigiani più vicini a noi, purtroppo però vicini anche a certi castelli sull’Appennino: dominio delle SS che vi rinchiudevano i prigionieri per sottoporli alle più atroci torture. L’inverno si prolungava, terribile: alcuni gruppi furono annientati, altri si erano trasferiti al di là della linea gotica per unirsi ai combattenti regolari e agli alleati per fare la guerra ai Tedeschi; la stessa zona libera di Varzi fu abbandonata, poi però ripresa, con molto sacrificio. Difficile per noi avere notizie di quanto accadeva nella parte orientale dell’alta Italia, per esempio nell’Ampezzano, nel Friuli e nella Carnia, dove pure ferveva la lotta. Oppure le avevamo in ritardo.

Un partigiano, venuto da Padova, mi raccontò quel che era avvenuto laggiù, dove, dopo l’8 settembre, era stato fatto rettore Concetto Marchesi, mio molto amato professore. Ai tempi in cui io ero universitaria alcuni dei nostri professori erano antifascisti: lo si sapeva, ma erano tollerati dalle autorità politiche e a noi ragazzi che col fascismo eravamo cresciuti la cosa non interessava, tanto più che fraternizzavamo con molti studenti venuti dall’Est i quali potevano avere le loro opinioni, da dover rispettare. L’Università era il tempio della cultura, e quindi della libertà e festeggiava l’8 febbraio (a cui partecipava tutta la città) perché era l’anniversario della cacciata dal Bo, da parte degli studenti, degli sgherri Austriaci che avevano osato entrarvi, violandone la libertà e l’indipendenza, nel 1848. Ora, a distanza di un secolo, simili avvenimenti stavano per ripetersi quando, all’inaugurazione dell’Anno Accademico 43-44, entrarono di prepotenza nell’aula magna alcuni fascisti armati, in camicia nera, e furono cacciati dagli studenti, in mezzo ad un grave tumulto. Il Marchesi, in seguito a questi fatti, non potè rimanere nella sua carica di Rettore e si rifugiò in Svizzera, lasciando ai suoi ragazzi un appello che mi fu portato clandestinamente e che trascrivo: “Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria, vi ha gettato tra cumuli di rovine; voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l’impeto dell’azione e ricomporre la giovinezza e la Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza e dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell’Italia e ricostruire il popolo Italiano. Non frugate nelle memorie e nei nascondigli del passato i soli responsabili di episodi delittuosi; dietro ai sicari c’è tutta una moltitudine che quei delitti ha voluto o ha coperto con il silenzio e la codarda rassegnazione, c’è tutta la classe dirigente italiana sospinta dalla inettitudine e dalla colpa verso la sua totale rovina. Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l’oppressore disponga della vostra vita, fate risorgere i Vostri battaglioni (sembrano le parole della Marsigliese: “Formez vos batajons!”) liberate l’Italia dall’ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace del mondo”.

Io chiedevo, quando ne avevo l’occasione, notizie, non solo di Padova, ma specialmente della mia Mantova dove avevo lasciato i miei amici, tra cui alcuni ebrei e un giorno mi telefonò singhiozzando mia cugina Adriana, anche lei mantovana trapiantata a Pavia: avevano arrestato tutta una famiglia di nostri amici comuni, ebrei. Caricati su un carro-bestiame, li avevano deportati in uno dei più famosi campi di concentramento, o meglio di sterminio. Non se ne seppe più nulla.


Un giorno venne da me, a Pavia, una mia ormai anziana insegnante di matematica, ebrea, che mi aveva aiutato nella preparazione alla maturità liceale, stando alzata con me anche fino a mezzanotte; non potevo dimenticarlo. Poche donne ho conosciuto di così alto livello intellettuale e umano. Aveva un unico nipote, un giovane ghisleriano che aveva cambiato il cognome con quello della madre, vedova, non ebrea, e stava dandosi da fare per accompagnare clandestinamente in Svizzera la sua amatissima zia. Rimasi stupita ed ammirata, come sempre, nel sentirla parlare, anche in quei momenti, con tanto superiore serenità. Parlava della matematica come di una filosofia celeste e dell’Uno come principio universale che governa il mondo. Nessuna parola amara sulla sua e sulla loro dolorosa condizione, non un’invettiva, solo un sospiro triste che diceva tante cose. E io avevo voglia di piangere e mi sentivo un verme di fronte a tanta altezza morale, io che tremai di paura finché non seppi che era passata di là. Le avevo dato due lettere di presentazione per dei miei parenti che avrebbero potuto aiutarla in Svizzera e, nell’atmosfera di sospetti in cui vivevo, tremavo vilmente, non solo per lei, ma anche per me per la paura di essere scoperta. Tutto andò bene, ma poi, a una certa distanza di tempo, seppi che era morta, non certo in campo di concentramento, ma sola, laggiù, lontana dalla sua patria e dagli affetti più cari. E piansi.


(continua…)

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