“Poesie per un no” lette da Riccardo Ferrazzi & Provinformd’ap 183

Ricevo da Riccardo Ferrazzi la seguente nota critica, da lui con eccesso di modestia definita “non-recensione”, e ringraziandolo la pubblico. La mia “Provocazione in forma d’apologo 183” si trova in commento, a mo’ di risposta all’intervento dell’amico Riccardo.

“Poesie per un no” di RRT, Aragno 2010,
lette da Riccardo Ferrazzi

Quando T.S. Eliot diede alle stampe la versione definitiva di “The waste land” aggiunse alcune pagine di note esplicative per ciò che nel testo poetico non era di immediata evidenza (e ce n’era parecchio!). Anche “Poesie per un no” contiene numerosi richiami, dotti e ghiotti come quello citato in postfazione sul funerale di Averroé o come quello che credo di cogliere nell’ultima poesia del libro, dove mi par di leggere in trasparenza il mito gnostico di Sofia, caduta dall’iperuranio degli Eoni fin quaggiù e rimasta imprigionata nella materia. Ma penetrare nei riferimenti, nelle citazioni, nelle allusioni, nelle allegorie, se dà una più compiuta comprensione del singolo verso, può far smarrire il senso generale dell’opera. I sei poemetti di Roberto Rossi Testa hanno infinite letture possibili, che non vanno intese separatamente ma coordinate in un’unica visione cosmica. E questo è un compito che richiede tempo, perfino anni, diverse letture e meditazione. Ma senza perdere la freschezza delle prime idee e sensazioni.
Nella postfazione c’è una domanda alla quale, come spesso accade in poesia, è impossibile o arbitrario dare una risposta: che cosa significa
“Poesie per un no”? Quel “per” è causale (poesie scritte in seguito a un “no” ricevuto) oppure finale (poesie il cui scopo è quello di pervenire a un rifiuto totale, senza eccezioni né seconde chances)? Apparentemente, da come è formulata la domanda, parrebbe che la risposta sia possibile e di capitale importanza per penetrare il senso del libro. Invece, la chiave di lettura suggerita dall’autore è (tacitamente, giustamente) l’assenza di risposta. I no sono dappertutto, i no sono gli avvenimenti più memorabili della vita. Dunque, ognuno legga quel “per” a modo suo, così come gli detteranno l’esperienza, le speranze, le delusioni del momento. La vera poesia va letta e riletta varie volte nel corso della vita, e ogni volta sembra dire altre cose, e soltanto verso la fine fa capire che le cose non sono mai “altre”: siamo noi a cambiare, mentre la realtà, di cui pure facciamo parte, è immutabile (e inconoscibile).
E così, anche per questa poesia è praticamente impossibile a caldo una recensione definitiva. Ogni rilettura dà nuovi esiti e continua a darne fino all’ultimo inesorabile “no” che tutti quanti riceveremo, prima o poi. Certo, da qui all’eternità, la poesia può farci ripercorrere o indovinare tutte le sensazioni causate dai prodromi, dagli impatti e dalle conseguenze dei tanti “no” che la vita riserva. E anche questo è vivere.
Per esempio: l’eterno tema dell’amore non corrisposto. Dante l’ha sublimato. Petrarca ne ha fatto il tema principe della poesia lirica. Ariosto è partito di lì per sbrigliare una fantasia lussureggiante. Migliaia di altri poeti, delle più svariate levature, hanno indagato minuziosamente le forme, le cause e gli effetti dell’amore non corrisposto mirando a commuovere, a suscitare nel lettore un sentimento di com-passione, e a far scattare il meccanismo consolatorio del “mal comune, mezzo gaudio”.
Rossi Testa sceglie una strada tutta diversa. Al di là di quanto riferisce lo stesso autore sulla genesi dei suoi componimenti, è impossibile sapere se un episodio di amore non corrisposto abbia dato il via alla trasposizione del sentimento su un piano universale, e cioè se l’afflato cosmico di queste poesie nasca dall’elaborazione di un lutto. Tutto sommato, l’origine è ininfluente. Per quanto mi riguarda (per quanto riguarda la mia lettura di oggi), ho sentito i sei poemetti che compongono il libro come i movimenti di una specifica sinfonia, che illustra l’amore come la forza sottostante alle metamorfosi dell’universo. Leggere nella nota dell’autore un richiamo a “Il corno magico del fanciullo” mi ha confermato nella mia sensazione: sei poemetti come i sei movimenti della terza sinfonia di Mahler, la sinfonia-mondo che dalla roccia delle montagne e dai fiori di un prato sale fino agli angeli per finalmente sciogliersi nell’impronunciabile Amore.

11 pensieri su ““Poesie per un no” lette da Riccardo Ferrazzi & Provinformd’ap 183

  1. Provocazione in forma d’apologo 183

    Nell’atto di affacciarsi al mondo un giovane di buone letture, di belle speranze e di forti ideali si sputò sulle mani, si raschiò la gola ed infine, nomatosi, stava per pronunciare la frase fatale: “Eccomi qui, ora state a vedere”, quando la voce sul più bello gli steccò.

    E ben gliene incolse: stavano sopraggiungendo tempi calamitosi, e il suo prezioso proclama si sarebbe perso in una babele di voci di grida e di spari, o peggio vi sarebbe rimasto impigliato, alla mercé degli eventi. Nondimeno, privo ancora del senno di riconoscere un bene travestito da male, il Nostro si dannò fino a che non scoprì una via per occupare egualmente un cantuccio di scena: mettendo a frutto le buone letture si fece da lettore scrittore, e prese a comporre un diluvio di versi allegorici, in cui dispensava soluzioni finali e ricette salvifiche, dal moto perpetuo alle unghie incarnite.

    Ma intanto invecchiava, le notti portaron consiglio e gli anni una specie di grazia. Alla fine capì che i suoi vecchi maestri di letteratura e dottrina erano soprattutto maestri di vita, e che ciò che gli avevano sempre additato non era soltanto, anzi non era per nulla, perizia e malizia nell’esercitare il mestiere, doti che, ove utili, sarebbero state concesse per sovrammercato; bensì candore e prudenza nel cedere alla visione personale e comune, e nell’accedere ad essa.

    Fu quest’idea a orientare, mutandolo, il suo sguardo sul mondo, o non si trattò che del tratto saliente di un cammino che gli sarebbe toccato comunque? Quesito che giudicò ozioso, prestandovi scarsa attenzione e brevissimo tempo.

    Da allora scoprì le sue guide e lo sfondo archetipico su cui si proiettavano i fatti della sua esistenza, quelli che gli altri credevano i soli, e che soli chiamavan “reali”. Così citare e autocitarsi divennero un’unica cosa, incontrare creature del passato e del futuro, dell’imo e del sommo, e perfino sogni e concetti in figura animata, divenne esperienza consueta. Senza, peraltro, perdere mai relazione con il quotidiano, che proprio da ciò giunse a svelargli la sua ricchezza autentica di rilievo e splendore. Mai dalle sue precedenti allegorie si sarebbe potuto ricavare un dettaglio umano e vero, mentre ora la grande realtà non riluttava a comprendere quella ordinaria, e con un po’ di perspicace pazienza e coi mezzi che la tecnica metteva via via a disposizione si sarebbe potuto ad esempio individuare il teatro preciso delle sue rappresentazioni, non svelato apertis verbis soltanto per riguardo nei confronti di persone (loro malgrado?) in esse coinvolte.

    Restava la domanda cruciale: ai lettori si potevano chiedere i piccoli sforzi che avrebbero loro dischiuso l’interezza di quel dire? In cambio, che cosa ne avrebbero avuto? Certo, seguire le tracce del Nostro, le sue mollichelle di pane, non li avrebbe condotti ad alcuna Troia; semmai ad una minuscola Itaca a filo di corrente, ad un rustico letto intagliato in un albero – all’Itaca in vista della quale lui aveva infine trovato il suo naufragio: il suo vuoto, il suo bianco, il suo silenzio. Forse, però, alcuni ne sarebbero stati orientati verso una loro meta, una loro terra sincera.

    Quello che dunque il Nostro ormai chiedeva era altro: non di seguire i suoi passi, ma di riconoscere il suo cammino, la direzione di esso, per scoprire e magari seguire una direzione e un cammino propri; e, poiché rinunciare a questa fierezza gli risultava impossibile, di collocarlo convenientemente fra i suoi; come il meno influente, il più basso, il più flebile; ma che finalmente poteva nomarsi davvero, e invitare con cognizione di causa “a stare a vedere” .

    Grazie ancora e un saluto,
    Roberto

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  2. Lettura e risposta che mostrano come un libro, un testo, possono essere incontro, percorsi e dialogo aperto anche ad altri. A entrambi un saluto

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  3. “ognuno legga quel “per” a modo suo”,
    ma
    “ai lettori si possono chiedere i piccoli sforzi che avrebbero loro dischiuso l’interezza di quel dire?”

    Pare che oggi non si possano più chiedere sforzi di lettura, di comprensione. il cibo deve essere già confezionato, precotto. va solo per qualche minuto riscaldato.
    Oggi pare che tutto debba essere già dato.
    Resta la possibilità che il testo accostato lasci cadere nell’acqua del nostro pozzo la sua pietra e faccia sentire il rumore d’una profondità.

    Grazie, carissimi. Grazie per le vostre splendide qualità

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  4. Si possono chiedere ai lettori sforzi di comprensione? Certamente sì (ma se non hai bisogno di chiederne è meglio: Pascoli non richiede sforzi, eppure è poeta non precotto).
    Il fatto è che, così come ognuno legge – e deve leggere – a modo suo, anche chi scrive deve farlo a modo suo. Altrimenti non si verificherebbe quel meraviglioso fenomeno, sintomatico dell’arte, per cui l’autore pensando una cosa ne risveglia mille altre nell’animo di ciascun lettore.
    Il citazionismo è una inclinazione perfettamente legittima (così come, per esempio, l’uso estremo della metafora alla maniera di Garcia Lorca). Ha il problema di essere accessibile quasi solo a chi riconosce la citazione. Roberto Rossi Testa, nella sua “provocazione”, spiega benissimo come superare il problema: introiettandolo, cuocendolo nell’atanor della nostra vita.

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  5. Non è che i grandi non richiedano sforzi, per arrivare al cuore. Ma loro sono fatti a strati, a cipolla, e anche i più distratti possono già alla prima occhiata ricavarne qualcosa di buono anzi di ottimo.
    (Ci sarebbe poi il discorso che la semplicità dei grandi è spesso solo apparente, e deriva dal loro essere canonici o “quasi-canonici” e in quanto tali entrati già nel circolo sanguigno di una cultura ancor prima che del singolo individuo che li affronta; ma il discorso sarebbe lungo e opinabile, perciò mi fermerei qui.)
    Essere ostici a volte è un destino, diventarlo di più altre volte è un programma non solo autolesionistico: in questo mondo frettoloso e superficiale è legittimo afferrare qualcuno per la manica e chiedergli un’ora del suo tempo, il problema (credete, questo è il vero tormento)è quello che gli si dà in cambio.
    Ancora grazie e un saluto,
    Roberto

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  6. Il recente lavoro di RRT è un oggetto letterario che richiede pazienza e serietà di lettura, e cautela di commento. Come dice giustamente Ferrazzi, è impossibile pretendere di dar un qualche conto esaustivo di questa raccolta, che ha avuto in me la capacità, in prima battuta, di spiazzare tutte le mie aspettative di lettore.
    Al di là della costitutiva ambivalenza di riferimento delle parole poetiche, RRT semina indizi riguardo appunto a un “non detto”, a un vissuto che può essere un vissuto esemplare solo in quanto è stato vissuto individuale, ed è in qualche modo ancora sospeso, come sospesa è la condizione di tutti.
    Per questo va preso sul serio l’invito a “stare a vedere”, che io interpreto come un “non mollo, non rinuncio a me stesso, alla mia testa, finché non vedo come va a finire!”.
    Un caro saluto, a presto.
    R.P.

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  7. Anch’io ho deciso da tempo di “stare a vedere”, come ha scritto Roberto Rossi Testa nella sua “Provocazione in forma d’apologo” e ripreso Roberto Plevano nel suo commento.
    I versi del libro “Poesie per un no” di RRT richiedono certamente una lettura non frettolosa e superficiale com’è il mondo d’oggi, ma attenta, approfondita, ripetuta.
    Più si leggono, più si scoprono “tesori” nuovi e inaspettati, come la luce di un brillante che muta secondo la luce che l’investe o il movimento della mano che se ne adorna.
    Grazie a tutti

    Giorgina Busca Gernetti

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  8. Caro Roberto,
    certo che non mollo, ma rendo pubblico questo mio non mollare (con ciò sfiancando il prossimo, me ne rendo conto!) solo in quanto, e fintanto che, sono convinto di scorgere il mio vissuto proiettato su uno sfondo archetipico.
    Detto questo, mi piace aggiungere che da ragazzino non leggevo poesia, ad eccezione di Dante, benché non ne capissi nulla.
    Poi, verso i quattordici anni, acquistai a caso in bancarella Villon, Baudelaire ed Eliot: nel primo mi ci ritrovai, del secondo non capii molto ma mi parve di coglierne la bellezza, il terzo, a parte pochi squarci, lo trovai del tutto impenetrabile, ma compresi che non si trattava di difficoltà gratuita, e che mi riguardava.
    Passarono ancora molti anni prima che iniziassi a fare le mie prime prove di scrittura, ed anch’io come tutti attraversai molte fasi, compresa quella che proscriveva ogni
    “intellettualismo” e prescriveva l’assoluta “cordialità” della poesia.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  9. Cara Giorgina,
    ti ringrazio per aver indicato il tema della dialettica fra anello e dito, paradigma universale anche in Dante (Par. XXXII), su cui ogni ragionare possibile è infinito.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  10. Caro Roberto,
    ho ricevuto il tuo libro dall’ufficio stampa di Aragno. Curo una rubrica settiminale di poesia su un quotidiano.Caso unico in Italia. La mia rubrica si chiama nel verso giusto esce il mercoledì su Linea quotidiano. La prossima settimana mi occup delle tue Poesie per un no.
    non ti anticipo altro.
    un caro saluto
    nv

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  11. Caro Nicola,
    ovviamente sono subito andato a dare una prima occhiata al tuo “Verso giusto”, e attendo la scadenza di mercoledì con una notevole curiosità.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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