La poesia e i barbari

 

di Alessandro Seri

Tiziano Terzani diceva che di fronte ad un bivio tra una strada in discesa ed una in salita bisognerebbe sempre prendere quella in salita. Ovvio che la strada in salita comporta più fatica nell’affrontarla ma la soddisfazione alla fine del percorso è diversa, la visione che si ha del mondo dall’alto ci ripaga dello sforzo. Trentacinque anni fa moriva ammazzato all’idroscalo di Ostia il più importante intellettuale italiano del secondo Novecento, Pier Paolo Pasolini, e subito mi si sposta la memoria a qualche mese indietro, credo fosse febbraio 2010, durante la presentazione che stavo facendo ad un libro di poesie di una cara amica a Civitanova Marche. C’era tra il pubblico un ragazzo sui diciotto-diciannove anni che scattava foto, ad un certo punto è intervenuto dicendo: “a me piace quello di cui state parlando, sento che dite belle cose, però proprio non le capisco.” Ho pensato che fosse più importante provocare degli stimoli al ragazzo piuttosto che continuare la presentazione canonica e con il beneplacito dell’autrice ho accennato a Pasolini, parlando della sua preveggenza sociale. Ho tentato di spiegare che Pasolini aveva intuito prima di altri il degrado morale causato da media fagocitanti come la televisione. Il ragazzo sembrava attento, ma aveva una retro espressione inquieta. Pensavo di aver fatto una gran cosa, pensavo di aver utilizzato un riferimento semplice e al tempo stesso utile a comprendere che la poesia può aiutare a cambiare il mondo, a modificare il corso della propria ed altrui vita. Poi il ragazzo mi ha osservato un istante e mi ha chiesto – “Scusa ma chi è Pasolini?” –. Avevo commesso il più grande errore possibile, tra l’altro molto comune tra gli intellettuali odierni: non mi ero connesso con la contemporaneità. Ho ripetuto lo stesso errore questa estate, sempre con una ragazza di diciannove anni, ma stavolta parlavamo di musica ed io tessevo le lodi di Edith Piaf: la ragazzina puntualmente mi ha chiesto chi fosse Edith Piaf. Questi due episodi sono stati per me assai utili per spiegarmi il deserto che stiamo lasciando dietro di noi, la desolazione universale. È un tempo barbaro questo, dove governa la volgarità, dove gli esempi che vengono proposti ai nostri ragazzi non hanno nulla a che fare con i concetti del bello, dell’onesto, del dignitoso. La poesia da sempre tende verso il bello, verso l’etico, verso l’onesto e proprio per questo è diventata un peso per la società dei consumi; il mercato del lavoro la demonizza manco fosse il più grande di tutti mali, sicuramente un male più grave rispetto alle speculazioni finanziarie, agli illeciti amministrativi, ai crack che mandano sul lastrico migliaia di famiglie di risparmiatori e lavoratori. La poesia nel XXI secolo è il nemico da abbattere e ci stanno riuscendo. Una poetessa di venticinque anni, brillante, laureata, talentuosa, mi ha raccontato qualche giorno fa di essersi presentata ad un colloquio per un lavoro interinale in un call center. Sul curriculum aveva stampato oltre ai titoli di studio eccellenti, oltre alle altre esperienze lavorative passate, che la poesia era tra le sue passioni. Il datore di lavoro le ha detto: – “Scrivere poesie denota una parte del suo carattere incompatibile col mercato del lavoro e con ciò che stiamo cercando” – . La ragazza ha tentato di ribattere ma la risposta è stata un assoluto diniego. Nel 2006, il sottoscritto lavorava da undici anni, sempre con contratti di collaborazione occasionale, nel sindacato che più si espone nel contrasto al concetto di lavoro precario; uno dei capetti del sindacato mi convocò per delle comunicazioni e mi fece presente l’incompatibilità tra il mio essere “visibile pubblicamente” come poeta e il ruolo che ricoprivo nel sindacato in quel periodo. Quindi mi fu chiesto di scegliere tra la poesia e il sindacato. Ho scelto la poesia mantenendo la dignità che oramai deficita persino nei sindacati di sinistra (Di Vittorio non si sta rivoltando nella tomba, è ormai una trottola). Tutta questa teoria di fatti è un tentativo di spiegare e spiegarmi un mutamento sociale che intuisco da qualche tempo. Forse i poeti hanno rappresentato per troppi secoli il punto di riferimento sociale, culturale e umano; forse sono stati per troppi secoli l’esempio da seguire, almeno sul versante laico della vita. Ma ora che a dettare le regole del gioco sono potenti di un’ignoranza mostruosa, ora che la mediocrità è al potere, ora che le barzellette xenofobe o sessiste sono sulla bocca dei capi, probabilmente si sta assistendo, senza avere nemmeno gli strumenti per reagire, alla tremenda vendetta di chi sapeva da secoli di essere ignorante e volgare. La poesia è ai margini, affossata, denigrata e sbeffeggiata, la poesia è degli umili, dei perdenti, degli offesi; la poesia è dei migranti, degli straccioni, degli zingari e dei senzatetto, la poesia è proprietà delle Maddalene di tutto il mondo e non sarà mai compresa da nessun Ponzio Pilato, da nessun sadduceo proprio come le preghiere e le canzoni partigiane.

19 pensieri su “La poesia e i barbari

  1. Non sono d’accordo. Ciò che accomuna i poeti è un uso particolare del linguaggio, quanto al resto essi si fanno portatori di sensi, valori e posture infinitamente varie e contraddittorie, e dunque, oggettivamente, essi costituiscono un “riferimento” principalmente per se stessi, ovvero per le logiche formali e ideologiche interne al proprio campo di attività. Quale “fattor comune” vi può infatti essere fra un Dante, un Rimbaud, un Marinetti o una Dickinson, se non quello, ovvio in qualsiasi “riferimento”, di una spiccata individualità? Ma questo vale identicamente per artisti, musicisti, santi, politici, scienziati, ideologi, avventurieri ecc.ecc. Sinceramente, se mi metto nei panni del “Potere” non riesco ad immaginare alcun pericolo proveniente da una tale amabile attività.

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  2. Se la lettura e la scrittura letterarie sono, da sempre, attività elitarie (teniamo fuori l’esperienza scolastica, di rado vissuta oltre i programmi scolastici e la cogenza del buon rendimento), la poesia lo è in misura ancora maggiore. Che interesse e considerazione sociale – da questa società che sappiamo – ci si può aspettare? Siamo governati da uomini senza qualità esatto specchio dei loro elettori, residuati bellici dell’infinita guerra per il profitto e il successo dei pochi.
    Grazie, Alessandro, per questo intervento stimolante. Ci sarebbe da discuterne per ore.
    Grazie anche a Renata.
    Giovanni

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  3. Retorica di comodo. Elitaria è l’alta matematica, o la composizione musicale. La poesia è di massa ma, disgraziatamente, priva di gradienti di valore universalmente riconoscibili, e questo determina la sua polverizzazione.

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  4. mah, io sto cambiando idea (dico a elio). quest’idea tutta formale che la poesia sia un uso speciale del lingua non mi basta più. le lingue poetiche tanto “speciali” non si reggono più, suonano a vuoto. invece arriva il termoidralulico e può dire “i fiori sono il segreto della terra / ogni minima mutazione di temperatura li fa scattare”. forse la poesia è un uso speciale della vita, non della lingua.
    difatti, ammettiamolo, i poeti avranno anche il ‘privilegio’ di aver avuto una educazione formale (anche se non necessariamente, non sempre, non tutti), ma raramente fanno, per esempio, i capitalisti d’assalto, i tronisti o i petrolieri. non voglio riproporre luoghi comuni attorno a un’idea stereotipata del poeta come flaneur con la barbetta incolta (tante poetesse per esempio, per ora, la barba non ce l’hanno), ma eviterei anche il processo inverso, farne solo una questione di lingua.

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  5. Un uso speciale della vita? Sì, posso essere d’accordo: s’intuisce come la pratica della poesia si associ a dei requisiti che la rendono compagna improbabile di certe altre attività, specie di quelle malamente totalizzanti. Eppure non riesco davvero a vederla come una possibile minaccia nei confronti dei “poteri costituiti”, in quanto i “memi” della poesia, per loro natura, non si salderanno mai in aggregati più estesi, capaci di colonizzare una mente e di farla agire in maniera coerente rispetto a determinati “valori”, come invece hanno dimostrato di saper fare i memi delle religioni prima, e delle ideologie poi. Questo ovviamente rappresenta per la poesia un pregio incommensurabile, ma al tempo stesso un limite invalicabile: le sue epifanie, localmente intensissime, rimangono forze a corto raggio, perché troppo ancorate ai tirocinii del corpo. Una pretesa del genere per la pittura suonerebbe subito ridicola, mentre per la poesia essa suona superficialmente plausibile. Questo lo trovo singolare, ma forse è soltanto l’eco dell’atavica associazione fra poeta e profeta, che non credo si realizzerà più nella storia (salvo cataclismi).

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  6. “si sta assistendo… alla tremenda vendetta di chi sapeva da secoli di essere ignorante e volgare”: anche a me pare proprio così, Alessandro, e succede lo stesso anche in altri campi: ad esempio la “riforma” della scuola costruisce una scuola per ignoranti.

    Anche questo mi piace, Renata, “un uso speciale della vita”.

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  7. a me pare che oggi la poesia sconti come i buoni romanzi il silenzio di chi avrebbe le qualità e le capacità di promuoverla, e, al contrario il frastorno barbarico di voci che le sono costituzionalmente avverse. la poesia soffre anche di troppa poesia circolante, come il romanzo di troppo romanzo. ed entrambi di una confusione dei generi, di un “pensionamento anticipato” di certi generi che non hanno più richiamo. non credo che la poesia possa impensierire seriamente il potere o il capitale, e non da ora: non fa paura a nessuno. perché oggi potesse intimorire dovrebbe essere chiara ed incisiva: molta poesia è noiosa e distante, si sente in dovere di essere criptica, ritagliata, a parte. se i poeti così credono che questo vada bene per loro, facciano. ma se non vengono letti non è colpa solo della barbarie dei tempi: un tempo filisteo va combattuto e rieducato al bello e al senso. parlare oscuro non fa più poeta il poeta. credo inoltre che ci sia molta gratuità in giro: in un romanzo lo scemenzaio salta agli occhi, oppure colpisce la sua noia mortale. di fronte alla poesia ci blocchiamo nel giudizio, abbiamo timore di esprimere un giudizio di valore perché non padroneggiamo gli strumenti retorici e della comprensione. se la poesia ci passa accanto, bella o brutta, senza coinvolgimento, perché dovrebbe essere sentita come preoccupante dagli homines economici? periodicamente si legge questa lamentela o questa difesa della poesia: non vedo tutti questi pretesi sbeffeggiamenti e affossamenti, come non ho più, però, nemmeno letto critica che lo sia davvero.

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  8. Hanon Reznikov, che fu co-direttore con Judith Malina del Living Theatre, raccontò una volta che a Yale dove studiava vedendo per la prima volta “Paradise now” ne rise, ma poi non smetteva di pensarci e a tal punto cambiò idea da diventare un componente del Living. Questo gli cambiò la vita. A qualcuno è successo leggendo poesia (certo non sono i più) o un libro (a me capitò con Martin Eden). Un cambiamento vero non è mai scontato, non si sa come avvenga e mai per nessuno la strada o il mezzo sono quelli di un altro. Forse la poesia è sempre stata il granello di sabbia in un certo ingranaggio (non ogni ingranaggio – lavorando con macchine lo so – si ferma per la polvere, ma a volte si, e a volte è per accumulo). Il fatto che i giovani e giovanissimi non sappiano di Pasolini o Piaf è anche dovuto a quella rinuncia per cui i sindacati e le istituzioni di sinistra hanno optato. Mentre altri , penso ai leghisti, usano il contatto diretto per ottenere consensi. La rinuncia alla parola tra la gente, a spiegare, a dare altre versioni dei fatti, è di comodo. Tutti preferiscono evitare il contatto autentico, ci si affida troppo alla rete, ma i più guardano le tv e coniugando un linguaggio da reality con luoghi comuni e ignoranza ( e spesso con analfabetismo di ritorno)cercano di convincersi di essere a pieno titolo nel mondo. C’è qualcosa di disperato in questo e da questa disperazione che diventa arroganza viene fuori il consenso a chi offre sicurezza: una falsa sicurezza, ma che fa meno paura dei vuoti.

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  9. C’è una cosa molto vera, ma molto ovvia, che informa tanti discorsi edificanti: che sia meglio essere acculturati piuttosto che ignoranti, di gusti raffinati piuttosto che di gusti grossolani (o peggio ancora “pretenziosi”), autonomi e critici piuttosto che dipendenti e conculcati. Tutti, a parte qualche trascurabile élitista, vorremmo che la società si muovesse equamente verso la prima direzione, piuttosto che verso la seconda. Ma la società è, e lo è sempre stata, un intrico spaventoso, immane, e spesso si muove in direzioni costernanti, sia attraverso l’azione deliberatamente egoista e spietata di groppuscoli maligni che in essa vengono inevitabilmente a costituirsi, sia per il peso inarrestabile di dinamiche che sono semplicemente fuori dal controllo di chiunque: la mente individuale proprio non ce la fa ad indicare una via percorribile, e quella collettiva ci arriva pressoché alla cieca, ovvero a tentoni, attraverso terribili ustioni dei polpastrelli che getta in avanti per indovinare un percorso. Pensavo alla differenza fra i memi religiosi o ideologici e quelli poetici. I primi sono il risultato di lunghissime rimodellazioni e adattamenti a circostanze in mutamento – gli scismi, i concilii, l’attaccarsi collettivo al senso di una singola parola – Si capisce bene come da queste dolorose selezioni possa saltuariamente uscir fuori il virus mentale capace di conquistare ampie porzioni di mondo, come il cristianesimo, o l’islam, senza peraltro risolverne il tormento. I memi dell’arida scienza, dal canto loro si aggrappano ai nudi fatti e quando la presa è veramente buona non c’è più gran verso di scalzarli. Ma quelli artistici? Appaiono come i più delicati, i più eterei, i più arbitrari di tutti. Preziosi senza dubbio, ma come potrebbero mai agire veramente sulla società? Al massimo possono increspare la superficie di quell’epifenomeno che chiamiamo moda, di cui certo viene tenuta anche una storia che sembra essere l’ultimo Paradiso rimasto da sperare alle persone sensibili. Certo che una poesia può cambiare drammaticamente un destino individuale, ma queste sono situazioni di varcamento di una soglia, alla quale si è arrivati attraverso circostanze complicate, ed è solo dalla rimozione delle linee di costruzione che emerge la fiaba illusoria.

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  10. Poesia. E’ ancora un incrocio di reticenze, anche l’epica e la prima elegia, ad interrogarsi sulla sua genesi elitaria, ci consegnano un senso che deve essere agito. La forma che allora esigeva, una perfezione ineccepibile, come le colonne del Partenone si esponevano alla polis e sono la testimonianza, e chissà quanto ne furono il motore, di una civiltà che usciva dalla barbaria. Era quello il tempo dei bardi che componevano le lodi del coraggio e dell’onore in battaglia, in quell’estremo di brutalità essi lavavano via il sangue dalle corazze, dagli scudi e, soprattutto, dalle coscienze dei futuri governanti.

    Due millenni dopo il compito di estrarre l’uomo dagli istinti, per quanto ampio sia il campo del suo operare, credo veda ancora la poesia come l’ancella, la prima custode. Eh, a volte le secchiate d’acqua disturbano. Forse però non è questo il tempo di parlare di ancelle.

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  11. Sono d’accordo in tutto con Alessandro, ma vorrei aggiungere una cosa:
    secondo me, la poesia oltre che tendere al bello, abbraccia anche il “brutto”, poiché può essere portatrice di “visceralità” nel senso più organico e interiore del termine. Ma una società estetica come la nostra, calpesta i rovelli esistenziali, perché preferisce occuparsi di bei vestiti.

    E mi scaglio contro Elio: io credo che se lei scrivesse o leggesse poesie (non in modo didattico, ma umano) capirebbe cosa significa esserne appassionati e attribuirgli un peso capace di capovolgere il mondo.
    “Io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero” dice Roberto Vecchioni.
    E nonostante la clandestinità, questo tipo di arte continuerà per sempre a riempire l’esistenza di molte persone, contro ogni forma di cinismo.

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  12. Uff, mah, non so. Stancante ricominciare sempre da capo. Seamus Heaney dice “Nessuna poesia ha mai fermato un carrarmato”. Pace. Né nessun quadro, né nessuna canzone, né nessuna saggio, né nessuna legge, né nessuno sciopero della fame, né nessun manifesto, né nessun bambino che piange, né nessun vangelo, ecc., ecc. Solo un carrarmato (o qualcosa di più grosso) può fermare un carrarmato. O no? E vabbè.

    E “agire sulla società”? Chi può farlo? Di certo non un poeta, non un pittore, non un musicista, non un filosofo, non un intellettuale, non un artigiano, non un commesso viaggiatore, non un parrucchiere, non un imprenditore, non un insegnante, non un calciatore, non un prete, ecc. È il vecchio dilemma della sociologia: come sta il micro al macro? La società è fatta da individui, ma un individuo in sé non è la società. Come già dice Elio, le cose sono straordinariamente complesse, e niente cambia niente DA SOLO. Il cambiamento viene da un concerto di azioni messe in atto da diverse componenti sociali, culturali, economiche, blabla. Perché caspita ogni volta dobbiamo chieder conto alla poesia della sua incapacità di “agire sulla società”? E, come ancora sottolinea Elio, a chi verrebbe in mente di fare una richiesta simile a un quadro? Già.

    L’unica (spietata) differenza è che il quadro si fa coi colori (o le colle, o i giornali, o i sacchi, ecc.), mentre le poesie si fanno con le parole. E alle parole si attribuisce un potere diverso (per quanto mi riguarda ce l’hanno, ma voglio essere possibilista). Esse possono lavorare molto bene, molto efficacemente, all’elaborazione di un soggetto, un’idea, una teoria, una forma del mondo che ancora non esistono. Fortini negava che “solo autentica e reale sia la esplicita coscienza individuale o di gruppo e non anche la coscienza possibile e ulteriore e latente”. Qualcosa da fare c’è che non sia ancora pubblicità, funzione immediata, utilità ‘oggettiva’.

    Più importante: perché pretendere dalla “poesia” (questa unità già mi sconcerta) una contabilità di “brute facts” che non può darsi? Quando è invece evidente, dalla fragilità della sua reputazione, della sua collocazione sociale e del suo statuto interiore, che essa incute un certo timore, che essa possiede effettivamente un potere (se così non fosse al ministero della cultura potrebbe esserci una vera persona di cultura, no?)

    E infine, più importante ancora: ma con quale lingua, con quali discorsi immaginiamo di parlare a delle persone giovani che vogliono guardare oltre o più dentro il proprio mondo? Non con Pasolini, non con Piaf, non coi poeti? Con cosa?

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  13. Ho come la sensazione che al giorno d’oggi non si abbia “proprio più”, o forse, per dirla meglio, “non ancora” il diritto di comportarsi e di esprimersi “poeticamente”.

    ROBERT WALSER

    Quanto ai poeti
    i poeti della terra
    che scrivono piccole poesie,
    non hanno bisogno dell’aiuto dell’uomo.

    I poeti dell’aria
    recitano fino in fondo gli zefiri più impetuosi
    e ciondolano talvolta nei mulinelli.
    Poesia dopo poesia,
    si arricciano a spirale nella medesima spinta motrice.

    A cinquanta sottozero
    il combustibile fossile non scorre
    e il propano resta nella cisterna.
    I poeti del fuoco
    bruciano allo zero assoluto
    l’amore fossile risucchiato in superficie.

    Il primo
    poeta dell’acqua
    è restato sul fondo per sei anni.
    Ricoperto di alghe.
    La vita nella sua poesia
    ha lasciato milioni di minuscole,
    molteplici tracce
    intrecciate nel fango.

    Con il sole e la luna
    in pancia,
    il poeta dello spazio
    dorme.
    Senza fine il cielo –
    ma le sue poesie,
    come oche selvatiche,
    volano oltre il confine.

    Un poeta della mente
    rimane in casa.
    La casa è vuota
    e non ha pareti.
    La poesia
    è vista da ogni lato,
    dovunque,
    in un unico momento.

    GARY SNYDER

    Il musicista è forse il più modesto degli animali, ma anche il più fiero. E’ lui che ha inventato l’arte sublime di sciupare la poesia.

    ERIK SATIE

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  14. Ma certo, Renata, che una poesia può fermare un carroarmato! Un giovane incontra casualmente una poesia di Brecht, che lo affascina e come un’esca lo trascina in un mondo di idee e valori estetici che, qualche tempo dopo, lo porteranno a lanciare la molotov che ferma il carro armato. Oppure una giovane, tanto per cambiare, legge il sermone della montagna e poi, con il suo gruppo di pacifisti, va sdraiarcisi davanti, al carro armato, fermandolo ugualmente. Ma ciò può valere anche per un film, un incontro, un incidente: così va la vita, non vi è nulla di specifico della poesia in questo. “E i poeti precedono l’umanità con la fiaccola in mano per traghettarla oltre il guado della Postmodernità.” scrive Landolfi, ma questa secondo me è solo enfasi corporativa, per quanto tatticamente comprensibile. Ritengo pura mitologia anche l’idea che l’umanità affidi ai poeti il compito di revisionare e rinnovare quel linguaggio che, secondo una fantasia di Ermini, essi avrebbero prometeicamente forgiato. Trovo incredibile che nel 2010 si insista nell’insinuare, o addirittura provare a “fondare”, una differenza ontologica fra il “poeta” e il “comune mortale”, tuttavia capisco che la poesia è anche un culto, purtroppo a volte regressivo e delirante, e non voglio apparire inutilmente blasfemo.

    > E alle parole si attribuisce un potere diverso. Esse possono lavorare molto bene, molto efficacemente, all’elaborazione di un soggetto, un’idea, una teoria, una forma del mondo che ancora non esistono.

    Possono, certo. Il problema è che, a quanto ne so, non sono mai stati rintracciati dei percorsi in grado di ricondurre l’elaborazione di un autentico concetto ai suoi eventuali debiti poetici, se non nel vago senso già accennato. Marx (per indicare un caso indubitabile di memi individuali che si sono dimostrati efficaci) non mi pare abbia confessato debiti simili, però è anche vero che attinge il metodo dialettico da Hegel, il quale certamente avrà raccolto e rielaborato in sé una miriade di stimoli dell’eredità romantica, entro la quale la poesia aveva un ruolo preponderante. Ma in fondo nei cervelli tutto quanto si metamorfizza e riplasma in modalità che ci rimangono totalmente ignote: dopo tutto le idee, come le parole, semplicemente “ci vengono”.

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  15. Caro Ale, cara Renata,
    ho trovato per caso, dico sul serio, questa cosa di Brecht che mi pare possa sposarsi, sia pure provocatoriamente, con la vostra analisi…

    Il Cane

    Il mio giardiniere mi dice: il cane
    è forte, bravo e comprato
    per sorvegliare i giardini: Ma lei
    ne ha fatto un amico degli uomini. Per che cosa
    gli diamo da mangiare?

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  16. Alex, contributo straordinario, davvero, grazia

    Elio, io dico una cosa più semplice: non possiamo contabilizzare il contributo della “poesia” al cervello umano, ai grandi movimenti ideologici, ai “fatti” in senso forte (“brute facts”, li chiama Anscombe) – su questa cosa qui dobbiamo darci pace, credo. E’ difficile farlo per molti altri dati socio-culturali che pure percepiamo essere (o essere stati) autorevoli, comunque.
    E quantunque i “poeti” siano cittadini come gli altri (a volte peggiori) contesto che “non vi sia nulla di specifico nella poesia” nella costituzione di un’etica. Non per mia strenua difesa di un logorato Umanesimo (ho presentissimo il “maestro” di Toni Morrison in Beloved, la sua “cultura” che andava così bene a braccetto con la tortura), ovvero non per ragioni ideali, ma pragmatiche.
    E infatti mi chiedo “con quali discorsi immaginiamo di parlare a delle persone giovani che vogliono guardare oltre o più dentro il proprio mondo? Non con Pasolini, non con Piaf, non coi poeti? Con cosa?”
    Non sto rivendicando una particolare ontologia della poesia, per carità, sono solo un po’ stanca della sua reiterata decostruzione. La decostruzione dilagante mi pare ormai compromessa con l’immobilismo, con la rassegnazione.

    ciao, buona domenica

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