Banksy. Il terrorista dell’arte


di Marilù Oliva
Sabina de Gregori, giovane critica d’arte che vive e lavora a Roma, ginevrina di nascita, studiosa dei linguaggi del contemporaneo e della Street Art, ha pubblicato per Castelvecchi un’indagine/ saggio/disamina su Banksy, l’artista inglese che con la sua Guerrilla Art è diventato celebre. I suoi stencil sono apparsi prima a Bristol, poi a Londra e nelle maggiori capitali europee, non solo sui muri delle strade, ma anche nei posti più impensati come le gabbie dello zoo di Barcellona e, clandestinamente, nei musei più importanti. Nonostante il mondo dell’arte lo reclami e nonostante lo star system lo adori e la stampa lo insegua, lui ha mantenuto fino a oggi l’anonimato. Ironico, pacifista e anticapitalista, ha spiegato il suo lavoro con una pennellata semplice ma inappuntabile: «Alcuni diventano poliziotti per fare del mondo un posto migliore, altri diventano vandali per farne un posto più bello».

Il mistero del personaggio e l’impermanenza del suo lavoro caratterizzano Banksy, il writer nativo di Bristol cui è dedicato il tuo libro, un testo d’arte ricco d’immagini e di riferimenti, un approfondimento scientifico ma anche un viaggio intenso nella Street-Art dei nostri tempi. Da dove nasce questa passione? Quando hai conosciuto la sua opera e perché ne sei stata calamitata?
La passione per Banksy è nata per caso. I suoi lavori mi hanno da subito affascinata e – piano piano – iniziando a studiarlo ho apprezzato sempre di più la sua unicità nel panorama della “strada”. La mia formazione artistica è di natura piuttosto “classica” e mi sono interrogata a lungo sui significati delle sue opere e sul metodo con cui era corretto affrontarli.
Le opere di Banksy focalizzano l’attenzione sui grandi temi contemporanei, sono lavori politicizzati che mirano a contestare il potere, la guerra, le multinazionali e i miti vuoti. La tecnica dello stencil li rende iconici come manifesti pubblicitari e la scelta del luogo – la strada per l’appunto – li rende proprietà di tutti.

Perché hai scelto nel sottotitolo la parola “terrorista”?
Volevo un titolo forte, che rendesse subito l’idea della prepotenza dell’arte di Banksy. L’accezione dura con cui siamo abituati ad utilizzare la parola “terrorismo” si stempera avvicinandola a quella di “arte” e si capisce che si parla d’altro. Banksy in un certo qual modo semina “terrore” e “panico” nel mondo istituzionale dell’arte e non solo, soprattutto con le sue famose incursioni nei musei più grandi del mondo e in luoghi pubblici come gli zoo. Crea scompiglio all’interno di un mondo – quello dell’arte contemporanea – regolato da leggi piuttosto ferree e prevedibili.

C’è un legame tra l’evoluzione della Street Art e il proibizionismo con cui dovette fare i conti. Ovvero: se non fosse stata vietata, non sarebbe diventata quale è oggi, sia per quanto riguarda le tematiche che le tecniche pittoriche?
Questo è certo. La street art nella maggior parte dei casi è un’azione illegale e i writer hanno bisogno di rimanere anonimi per non farsi arrestare o denunciare. E’ una questione – giusta o sbagliata che sia – di “sopravvivenza”. Proprio per queste esigenze le tecniche pittoriche si sono dovute adattare alla rapidità di esecuzione richiesta e offrire ai writers il risultato migliore nel minor tempo possibile. Questo spiega l’utilizzo della tecnica stencil, che permette allo street artist di preparare il lavoro a casa con grande precisione e di impiegare la metà del tempo che utilizzerebbe facendo un disegno a mano libera.

Come hai proceduto metodologicamente?
La prima cosa che ho fatto è stata chiedermi quale fosse il giusto metodo per approcciarmi al lavoro di Banksy e alla street art in generale. Desideravo che il libro comprendesse il punto di vista degli storici dell’arte e non solo degli appassionati all’arte di strada. Volevo che avesse un respiro più ampio. Sono andata a Bristol e a Londra sulle tracce dei lavori rimasti ma anche di quelli non più visibili, ho mantenuto con rigore uno sguardo da “storica” cercando di non tralasciare nulla della mia formazione e ponendomi (lasciando la domanda aperta a chi leggerà il libro) il quesito di come Banksy possa – e forse riesca – a inserirsi nel mondo dell’arte contemporanea come un VERO artista.

Tre aggettivi per definire l’arte di Bansky
Dissacrante, provocatoria, sfrontata

È risaputo il suo rifuggire dai media e il suo non palesarsi: «…il meccanismo (di Bansky) è sempre lo stesso: palrare di sé attraverso gli altri, senza mai mostrarsi». Cosa c’è alla base di questo rifiuto ad esibirsi?
A mio parere le motivazioni sono due: la prima è per questioni legali, la sua segretezza lo protegge dall’arresto e da qualunque genere di problema legale. La seconda è – sempre a mio avviso – una precisa mossa di marketing. La domanda che bisogna farsi è: Banksy sarebbe ugualmente famoso se tutto il mondo sapesse chi è?

Se tu lo incontrassi cosa gli diresti?
“Fammi vedere la carta d’identità!”

E lui, cosa ti direbbe?
“I’m not Banksy!”

Quali sono i tuoi artisti di riferimento?
Il mio artista prediletto è Èdouard Manet

Ci saluti con una citazione dal tuo libro?
Questa è una caccia alla volpe in perfetto stile hip pop!

13 pensieri su “Banksy. Il terrorista dell’arte

  1. dal suo sito:
    A message from Banksy’s lawyer

    Banksy has a much publicised casual attitude towards recreational copyright infringement and you are invited to download whatever you wish from this site for personal use. However, making your own art or merchandise and passing it off as ‘official’ or authentic Banksy artwork is a criminal offence.

    Dunque questo nobile terrorista ha in libro paga dei bravi avvocati.

    AH AH AH! Suckers!

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  2. Banksy mi è sempre piaciuto. Lo seguo da anni, da quando (e non lo dico qui per vantarmi) ancora pochi sapevano a cosa facesse riferimento quel nome.
    Devo dire però che negli ultimi tempi ho come l’impressione che il mainstreaming (oramai lo chiamiamo così, anche se il termine è parecchio vago) ha finito per inglobarlo e ha cominciato a svuotarlo. E con svuotarlo, intendo privarlo di quella carica eversiva che ogni suo lavoro aveva.
    Libri su di lui (molti estremamente costosi) hanno cominciato ad apparire un po’ ovunque. è divenuto un argomento di discussione e di apprezzamento in molti ambienti, anche chic.
    Ultimamente sono stato a Londra. C’era Banksy ovunque, t-shirt di Banksy in ogni maledetta bancarella o negozietto di Camden Town o addirittura Portobello, fino a comparire su tazzine di caffè di in negozi di souvenir di Oxford Street.
    Ecco, mi chiedo se è tutto finito, allora. Se anche la street art, e soprattutto la sua, così provocatoria, così irridente e per molti aspetti rivoluzionaria, e a così forte tendenza anticapitalistica e anarchica, abbia fallito il proprio obiettivo. Se di obiettivo si poteva parlare fin dal principio…

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  3. @elio: nessuno ha mai utilizzato la parola “nobile”! Quel messaggio sul suo sito è comparso meno di un mese fa..significa che le cose stanno cambiando

    @matteotelara:Hai ragione matteo..è quello che inevitabilmente accade quando si ha successo. Ogni cosa viene strumentalizzata e diventa un brand. Il punto con banksy però, è che è stato lui a costruirsi il personaggio tramite un preciso atto di guerrilla art, sapeva dove voleva arrivare. A mio parere non sperava di arrivare fin dove è realmente arrivato!! (..tanto da far scrivere quel messaggio sul suo sito, che gentilmente ci riportava Elio)
    Oramai la sigla Banksy è come quella della Coca Cola per certi versi, è un marchio. Questo è il rischio che si corre quando i soldi iniziano a girare (questa volta mi riferisco a chi si è servito delle sue opere per stamparle su magliette e spille, dal momento che fino a poco tempo fa le sue immagini erano libere dai diritti)
    Non credo tutto sia finito. Per una delle prime volte si può trovare uno street artist per strada, in galleria e al museo, e questo è piuttosto anomalo. Significa che il mondo dell’arte contemporanea si sta pian piano aprendo a linguaggi che erano rimasti ai margini!

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  4. Be’, la percezione finito-infinito di un artista è soggettiva.
    Quindi, a parte la mia ammirazione per l’opera di Bansky, un dato oggettivo c’è: l’autrice ha fatto un ottimo lavoro di ricerca e ricostruzione procedendo su un piano scientifico e producendo un saggio di estremo interesse

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  5. Ognuno può avere la propria opinione, e noi siamo democratici e aperti al confronto.
    Credo tuttavia che ci sia sempre un modo giusto per affrontare anche le cose su cui non siamo d’accordo..e personalmente trovo che il dialogo e il porsi continuamete domande sia la cosa migliore. Questo sepolto, invertebrato ha trovato il modo di inventarsi un personaggio, prendendo in giro la società e piegandola alle sue proprie necessità. sarà anche un’artista finito, ma intanto ha rivoluzionato molte cose, che persone attente e intelligenti hanno saputo riconoscere..

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  6. Ma no, finito no, per carità. Anzi, sono convinto che troverà la maniera di rinnovarsi-sottrarsi alla logica di ciò che (come giustamente dice Sabina) accade quando si ha successo.
    Per me, la lezione (purtroppo spesso inascoltata, soprattutto in Italia) di Banksy sta nel fatto che si possa fare informazione e controinformazione anche solamente con un graffito, per strada. (Cosa, questa, che lo differenza enormemente da altri street artist quali ad esempio Basquiat).
    Dopo aver visto alcune sue ‘opere’, anni fa (ero ancora ragazzino) la prima cosa che ho pensato è stata quella di armarmi di spray e scendere in strada. Ma, ahimé, non sono un artista.
    Purtroppo quando esco le uniche cose che trovo sui muri della mia città sono cose come:
    PER UN NUOVO GOVERNO PROLETARIO ITALIANO!
    BERLUSCONI LADRO!
    e via dicendo.
    Siamo ancora chilometri (secoli) indietro rispetto alla modalità di comunicazione di questo artista finito/in-finito.
    Se Banksy è finito noi cosa siamo?
    Grazie per il tuo libro Sabina e grazie per l’articolo Marilù.

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  7. Forse dietro non c’è neppure una persona, ma l’ormai solito team di “creativi” scaltri e un po’disperati. Tutta l’opera promana infatti quella tipica ironia, cinica e opportunistica, che caratterizza la pagliaccesca e servile arte contemporanea, di cui Cattelan rappresenta un eccelso campione “nostrano”. “Piace ai giovani” come cantava il mio omonimo delle Storie Tese? Ebbene che piaccia pure, che si comprino il libro, si comprino i gadget e vivano felici. A me fa schifo, la trovo falsa e deprimente, socialmente la beffa che guarnisce il danno. Per definirla, mi veniva alle labbra una parola che ho subito repressa, che però ricompare in parole a lui stesso attribuite, riprendo dal Sito del Sole24ore:

    Quando a un’asta londinese i suoi dipinti arrivarono a quote milionarie, espose, sul suo sito, una foto degli acquirenti, commentando: «E voi stupidi continuate a comprare questa merda?».

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  8. Street Art come acido sul viso della cartellonistica contemporanea non piu`mossa dalla creativita` insita ad un progetto, ma dall`utile economico che se ne trae. L`anonimato per BANKSY e` l`unica forma plausibile di prevenzione da una cannibalizzazione imperante delle idee. Premiazioni, concorsi, riconoscimenti sono per uno street artist trappole dotate di applausi come esca. Fagocitando tutto e tutti la societa` dell`immagine non puo` che cagare merda. Un buon writer, stenciler, street artist ha imparato a trasformare questa merda in fruttifero concime da “rivendere” a coloro che l`hanno prodotto. Concime pubblicamente e gratuitamente fruibile!

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