55. Sogno

da qui

Don Faber ha ricevuto la lettera di Saulo e non ha potuto fare a meno di sorridere: come si può pensare che la periferia sia esente dalle lotte di potere, dalle meschinità che avvelenano la vita a qualunque coordinata spazio-temporale? E’ reduce da riunioni pastorali in cui i soliti noti hanno fatto i soliti discorsi sui soliti soldi coi soliti criteri: tutto con la solita aria, come se tu stessi lì per maneggiare denaro e non per trasmettere il vangelo. Don Faber è incazzato nero: sta meditando di farsi trasferire, ma sa che dovunque andrà sarà la stessa cosa, anche se chi vive in centro sogna la periferia e viceversa, come se la bellezza e la bontà fossero agli antipodi della propria posizione. Riesce a sorridere, perché i discorsi sulle scuole di scrittura hanno sempre un risvolto ridicolo: certo che una scuola è utile; non ha studiato per diventare prete? Eppure, se dovesse esercitare il ministero come glielo hanno insegnato nelle aule enormi e gelide del seminario, la percentuale di cattolici si sarebbe ulteriormente assottigliata. Sull’arte della narrativa, pensa Faber, si dice tutto e il contrario di tutto: lui ha spulciato i manuali consigliati, non riuscendo mai a finirli, anzi, allontanandosene subito dopo le pagine iniziali. Forse è un problema personale, l’insofferenza alle regole lo porta a cercare nuovi stimoli, a sperimentare metodi diversi; forse è la vita che conduce, le sorprese sempre dietro l’angolo, le interruzioni continue nel lavoro. Di per sé, sarebbe un metodico, un focalizzatore, ma la gente non vuole aspettare, ha sempre qualcosa di urgente e la riga che aveva cominciato a scrivere prende un’altra piega, il pianto diventa una risata, il sussurro un grido disperato. Per questo, se volesse scrivere un romanzo, potrebbe essere composto solo da paragrafi brevi, da mandare giù come il caffè della mattina. E, naturalmente, troverebbero subito da criticare: guarda, ha anche il tempo di scrivere! Dovrebbe rispondere alla lettera, ma sa che qualcuno arriverà non appena avrà messo in fila un paio di idee. Prende un foglio di carta dalla valigia bianca e blu:
Caro Saulo,
credimi, non so che dirti. La scuola serve, ma la fatica maggiore l’ho fatta per dimenticare quello che mi avevano insegnato in seminario. Per carità: tutte cose buone; ma il padre spirituale della parrocchia di periferia diceva che ero tornato imbalsamato e non riusciva a capire come avevano potuto ridurmi così male. Bisogna lasciarsi toccare dalla vita, altrimenti, prima o poi, ti inaridisci. Basta un sogno per cambiarti dentro: ora, per esempio, c’è un’immagine che mi perseguita la notte: un ponte sopra un fiume e due occhi azzurri che brillano nel buio. Quando mi capita, vuol dire che sta per succedere qualcosa, oppure è già accaduto. Il romanzo che m’interessa di più è quello della vita. Ecco, arriva il matto di turno, ti devo salutare.
Un abbraccio dal tuo
Faber

9 pensieri su “55. Sogno

  1. Giustissimo.Entrando per la prima volta in una classe media,fresca di laurea ed abilitazione per le superiori, vedendomi guardata da tanti piccoli occhi come fossi discesa da Marte -ovviamente dopo la mia dotta lezione- ho dovuto dimenticare quasi tutto quello che avevo studiato,mettermi nella testa dei miei ragazzi cercando di ragionare con loro. Una grande fatica mai compiuta.Un saluto carissimo.Annamaria.

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  2. Grazie, don Fabrizio, per aver risposto qui indirettamente alla mia domanda postata su Spiegazioni.
    Tutto mi e’ sempre piu’ chiaro, come per Saulo sulla via di Damasco.
    Coraggio, don Faber, porti avanti il suo romanzo piu’ bello: la sua vita consacrata alla periferia!
    A.A.

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  3. bello sarebbe sentirla parlare durante la messa…..” lasciarsi toccare dalla vita ….”ma quando quel sogno ti cambia la strada fino allora intrapresa…. ???

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  4. Caro don Faber,
    credimi oggi la Parrocchia, nonostante i lavori di ristrutturazione e la folla che sempre la assedia, era tristemente vuota, e domani sarà anche peggio…
    Piace a tutti il tuo modo di comunicare, proprio perchè non sei un “prete ingessato”: quando poi sinceramente manifesti le tue difficoltà ed i tuoi risentimenti, ti apprezziamo ancor di più per l’esempio che ci dai di perseveranza e fede in Dio e nella Provvidenza.
    Soldi, soldi, soldi, sempre soldi….!!! Per certe persone tutto ruota intorno alla capacità del conto in banca: meno male che ci sei tu a ricordarci come sia molto più bello e redditizio riporre le nostre certezze su qualcosa di estremamente più grande di noi e delle nostre capacità.
    Riguardo a quelli, così troppo abituati ad averti vicino da non apprezzarti più, che non sanno quanto sonno perso e quanta fatica ti costi scrivere e che “hanno anche il tempo di criticare”, mi viene in mente:
    « Fama di loro il mondo esser non lassa;
    misericordia e giustizia li sdegna:
    non ragioniam di lor, ma guarda e passa. »
    Una nuova amica, conosciuta grazie a te, mi ha messo in testa una cosa: “PROCEDIAMO IMPAVIDI!”.
    La tua affezionatissima parrocchiana M&C

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  5. Bisogna lasciarsi toccare dalla vita, altrimenti, prima o poi, ti inaridisci

    e ricordare che la fonte è dentro di noi, inutile cercarla altrove.

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  6. a me, fabrizio, tutto è sempre meno chiaro, il coraggio viene meno, vorrei soprattutto smettere di guardare dentro e fuori di me, di farmi toccare troppo dalla vita, di patire per ogni ingiustizia, per ogni ipocrisia, per tutta la feroce superficialità che non è solo nei palazzi del potere: è lì, perché è tra di noi, nella meschinità matta e bestiale di questo vivere. non è più possibile scrivere niente, ad essere sinceri: eppure si scrive, eppure si vive.

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  7. “Il romanzo che m’interessa di più è quello della vita”

    La vera scuola che serve è la vita che ci pone di fronte ai problemi esistenziali ed a noi stessi.
    Un abbraccio forte.

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