Il Capitano Mario (XXV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV)


Da Mantova mi venne un’altra notizia tristissima.


Don Eugenio Leoni, un prete umile, timido e semplice, un uomo di grande valore, insigne come grecista e cultore di musica, che aveva una venerazione per mio zio santo e veniva spesso da noi perché abitava dirimpetto a casa nostra presso l’antica chiesa della Madonna delle Vittorie, era stato arrestato perché aveva nascosto in chiesa due partigiani ricercati. I Tedeschi l’avevano poi condotto, a furia di bastonate lungo tutto il non breve tragitto, fino all’Ara dei Martiri di Belfiore, fuori città, dove giunse stremato, e morì prima ancora che alzassero il capestro per impiccarlo.

Undici erano i “Nostri Martiri”, cospiratori mazziniani, tra cui tre sacerdoti, impiccati dagli Austriaci il 7 dicembre del 1851. Noi, ragazzi, dovevamo non solo impararne la storia, ma anche saperne a memoria (e non era facile) tutti i nomi fin dall’asilo e, dalla prima elementare alla terza liceo, andavamo in corteo all’Ara dei Martiri, dove il sindaco deponeva una corona d’alloro con le bacche lucenti e la scritta: “Ai martiri di Belfiore, Mantova riconoscente”. Il rito si ripeteva – sempre uguale – ogni anno. La banda militare suonava tre volte, prima di un minuto di silenzio. Niente discorsi (per fortuna). Una leggera nebbia copriva il lago e gli alti cipressi della riva. E per noi il 7 dicembre era vacanza. Ora sei Tu il dodicesimo, caro nostro amico, Don Eugenio, di cui leggo il nome, quando vado a Mantova, nella vasta piazza della Stazione, che la città ti ha intitolato.


Un altro episodio mi fu riferito: riguarda Mons. Bortignon, allora vescovo di Belluno e di Feltre. Stavano giustiziando quattro partigiani in Piazza Capitello a Belluno: “Impediti i sacerdoti di recare i conforti della fede alle quattro vittime, monsignor Bortignon in persona irruppe nel quadrato militare mentre si stavano eseguendo le impiccagioni, depose il suo manto con gesto regale ai piedi dei morituri, costrinse i carnefici a porgergli la scala, salì sul patibolo e amministrò l’estrema unzione ai partigiani, benedicendoli in nome della famiglia e della Patria.” Io lo conobbi più tardi monsignor Bortignon, quando era vescovo di Padova e ne ricordo la persona austera di benedettino [Girolamo Bartolomeo Bortignon, frate cappuccino dal 3 marzo 1928, vescovo di Padova per trentadue anni, fino al 7 gennaio 1982, N.d.c.] con una gran barba dai riflessi di rame, che ispirava rispetto e venerazione. Era venuto ad inaugurare la Casa di Cura SS. Trinità, visitava i degenti e fu spesso accanto al letto di Mario dopo che era stato operato.


Questi episodi io li ho conosciuti e li ho vissuti e mi hanno fatto soffrire, mi hanno insegnato molte cose e perciò non è detto che non ne siano accaduti anche fra coloro che erano i nostri nemici: episodi che non conosciamo, perché accanto all’odio ci furono esempi di carità (la charitas cristiana) che ci inducono alla comprensione di chi è fedele alle proprie idee, alla pietà per le vittime di ogni parte, all’umana solidarietà.

Ricordo, in tempi lontani, di avere scoperto un piccolo cimitero di guerra durante un’escursione in alta montagna: molte croci di legno allineate, una più grande nel centro con la scritta: “Ai vincitori e ai vinti, nella morte abbracciati, pace, in fulgore di gloria”. Potrebbe sembrare retorica, se non sapessimo che la morte non si presta alla retorica, né tanto meno all’ipocrisia di chi, oggi, la strumentalizza, parlando di riconciliazione, alla quale ci ha già pensato la morte, se la consideriamo, dal punto di vista cristiano, come il ritorno a Dio, e perciò non ha né senso né serietà, e tradisce la verità della storia.


A tutti fece una penosa impressione, allora, la fucilazione nel carcere degli Scalzi, a Verona, di Galeazzo Ciano che, con altri gerarchi fascisti, fu processato e condannato a morte (perché lo aveva avversato) da Mussolini, padre di sua moglie e nonno dei suoi teneri figli. Infamia fascista. Se ne parlò molto, con commiserazione, per tutto ciò che ne riferì Don Chiot, il cappellano militare che assistette alla fucilazione, in un clima da tragedia greca.

Un giorno sentii un parlottare agitato di donne sul portone di casa: scesi fra loro. Un partigiano era stato catturato e accompagnato, in attesa dell’esecuzione, proprio oltre l’angolo della strada che conduceva, da casa nostra, al piazzale della questura, di fronte al palazzo dell’Università. Il poveretto era stato legato ad una sedia col viso rivolto verso il muro, i suoi giustizieri erano schierati di rimpetto con le armi puntate. Le donne dicevano che c’era gente intorno, la quale si teneva a distanza, attonita e muta. Le mie vicine avevano il viso rigato di lacrime. Dio mio, come mi risuonarono alle orecchie, e in fondo al cuore, quell’ordine secco e spietato che sentii stando a pochi metri di distanza e quel crepitio dei fucili mitragliatori: credo che non lo potrò dimenticare mai più, come mai più dimenticherò quel silenzio pesante calato sulla folla presente alla tragedia.

Le mie bambine non ne seppero nulla, ma quanti bambini assistettero al massacro della loro famiglia o, peggio, di tutto un paese, e in loro rimane tuttora l’orrore. Era così: dal Piemonte alla Liguria, alla Toscana e all’Emilia e oltre; il passaggio dei nazifascisti significava strage e massacri, compiuti con furia selvaggia e feroce.

Numerosissimi furono quelli commessi agli ordini del criminale Reder, di cui restano copiose testimonianze. Il sistema era quello, cominciato a Boves nel 1943. Poi nel ‘44 fu un crescendo: assediavano i villaggi, cospargevano di benzina e incendiavano le case, poi mitragliavano in massa la popolazione spesso assiepata nelle chiese col sacerdote celebrante. Basta citare un nome fra tutti: il massacro di Marzabotto, in Emilia, per il più alto numero di vittime.

Sono passati parecchi anni, ma queste sono vicende che non si possono e non si devono dimenticare.


Si intensificarono, nel ‘44, tutti i disagi che, per noi, furono in realtà alleviati dalla generosità dei clienti campagnoli di Mario. Si moltiplicarono gli allarmi e le incursioni aeree che, su Pavia, erano dapprima più che altro voli di ricognizione: il peggio venne in seguito. Lamentavamo inoltre i ritardi delle operazioni militari da parte degli Alleati sulla linea gotica che ci divideva dal resto dell’Italia, ma si deve pure ammettere che il loro sforzo bellico ebbe altri fronti, come lo sbarco in Normandia e quello di Tolone.

Tuttavia, dopo tanto soffrire, c’era sempre quella vaga speranza che si stesse avvicinando la fine.

E poi, per vari motivi inerenti allo stato di guerra, fu notevolmente ridotto il calendario scolastico. Questo ci permise di anticipare lo sfollamento in campagna, ormai inevitabile, che questa volta fu veramente una grazia piovuta del cielo per noi: il grande sollievo di sentirei al sicuro nel paese di Scaldasole.


(continua…)

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