Vivalascuola. La modernizzazione cieca

Può la scuola essere ristrutturata solo secondo esigenze di cassa e in dispregio delle esigenze di istruzione e formazione? Può essere trattata come un’azienda che produce beni di consumo? Può esserne incentivata la privatizzazione per aumentarne il prodotto? Il sapere è una merce? Il preside è un manager? L’allievo è un cliente che obbedisce alla legge della domanda e dell’offerta?

Alcune buone ragioni per resistere al cambiamento
di Alessandro Cartoni

Come parlare di quello che sta accadendo? Non mi riferisco all’organizzazione scolastica, né alla professionalità dell’insegnante, né ai ritmi di lavoro, né alla riduzione delle risorse o alla riduzione della qualità del sapere, tutte cose importanti e sacrosante che nelle attuali condizioni di “taglieggiamento” politico istituzionale mettono radicalmente in crisi il modello repubblicano della scuola pubblica a cui eravamo stati educati e che oggi tentiamo di difendere.

Mi riferisco invece a qualcosa di più profondo, di meno visibile ma altrettanto fondamentale che riguarda i nostri modelli pedagogici e il senso globale che attribuiamo all’educazione e quindi al ruolo della scuola nella società.

Complesso di colpa
Per molto tempo ho creduto che la renitenza, lo scetticismo riguardo alle riforme epocali cui assistevo al ritmo di una ogni due anni, fossero dovuti alla mia poca fede, alla mia personale riluttanza ad abbracciare il cambiamento. Insomma me la prendevo con il mio conservatorismo: “se non credi è perché non sei abbastanza fiducioso” mi dicevo, “se non sei abbastanza fiducioso è perché rimani restio al cambiamento. Colpa tua dunque.” E allora come antidoto, in modo del tutto masochistico e autopunitivo mi sorbii, più o meno tutti d’un fiato per alcuni anni, corsi, progetti e aggiornamenti sull’universo mondo “della scuola che cambia”. Fino a che, colmato e disgustato, decisi di dire: “basta”. Avevo scontato abbastanza. Oggi conservo tutti gli attestati di partecipazione in una cartellina “nera” e credo che presto, molto presto, la vedrò bruciare nel focolare domestico.

Modernizzazione ad ogni costo
Ma qual era il sale di quei tanti aggiornamenti, di quegli inviti più che espliciti a virare, a cambiare rotta, ad essere più collaborativi, meno individualisti in vista di un miglioramento dell’intero sistema educativo? La parolina magica era “modernizzazione”, categoria quanto mai astratta e di origine chiaramente “industriale”. Ad essa si univano poi altre categorie prese a prestito dagli ambiti professionali e dalle scienze più svariate (in una massima confusione ideologica…)
Le più grottesche ed inquietanti erano: la “soddisfazione dell’utente” (di carattere medico sanitario), oppure il “contratto formativo” (di carattere economicistico), il diritto al “successo scolastico” (di origine finanziaria). Era chiaro se non altro che stavamo assistendo a un travaso delle tecniche del management e della cultura d’impresa direttamente nella scuola. Su questo gravissimo inquinamento (perché di questo si tratta) Jean Pierre Le Goff e Michela Marzano hanno speso parole ricche di verità.

E fu un fiorire “mostruoso” di obbiettivi, competenze, descrittori di competenze, strumenti pedagogici, item e caselle, tutto un pullulare di classificazioni, cartelle, temperature, stato del paziente, livelli, che avrebbero fatto ridere una persona di buon senso, ma che non fecero ridere noi insegnanti (sempre lontani dal buon senso), anzi ci buttarono nel panico e ci spinsero ancora una volta ad introiettare la voce del carnefice. Pochi videro il pericolo e se ne accorsero. Pochissimi decisero di reagire.

Agorà
Se vogliamo rimanere nel campo dell’immaginario, perché più aperto alla possibilità e alla metafora, allora c’è un film che potrebbe aiutarci, si tratta di Agorà dello spagnolo Alejandro Amenàbar uscito sei mesi fa che racconta in modo drammatico la storia di Ipazia filosofa e astronoma di Alessandria d’Egitto vissuta in piena dominazione romana (412 d.C). La protagonista vive sulla propria pelle il momento in cui il Cristianesimo, la religione del “cambiamento”, si avvia a diventare l’unica religione autorizzata, scalzando e cancellando le esperienze religiose e culturali precedenti.

In una sequenza drammatica in cui ad Ipazia si intima di confessare qual è il suo dio e in cosa crede, ella ammette “io credo alla filosofia” e rifiuta di convertirsi. Oreste prefetto di Alessandria, ex allievo di Ipazia, convertitosi per motivi evidentemente politici, ma saldamente ancorato alla sua educazione greca, a quel punto non può più difenderla e la filosofa cade in mano ai Parabolani, una setta di monaci cristiani mossi dal fanatismo, dall’ignoranza e dalla violenza.
Ma perché Ipazia non si converte?

Perché la filosofia come vocazione rappresenta per lei l’unica possibilità di rimanere fedele a se stessa e a quella ragione umana e universale la quale sola è in grado di mantenere aperta l’esigenza del domandare, della critica e della costruzione di “altri mondi”, come rivelano lo studio e la dimostrazione della teoria eliocentrica di Aristarco. Senza libera critica non vi è libero sapere e senza libero sapere l’uomo invece che avvicinarsi si allontana dalla verità.

Il discorso della modernizzazione
Il discorso della “modernizzazione”, sia chiaro, non è una mera sovrastruttura calata dall’alto sugli individui e per questo “esterna”. Non ha natura di costrizione esplicita come finivano per essere le procedure disciplinari del totalitarismo che abbisognavano di violenza concreta per essere incarnate e “riprodotte” dagli individui.

No, esiste una “barbarie dolce” (J.P. Le Goff) che passa attraverso il linguaggio e ne destruttura i significati, rende insignificante l’eredità del patrimonio culturale e cancella i riferimenti simbolici che strutturavano l’essere-insieme. Attraverso le pratiche di autovalutazione, valutazione delle competenze, appelli volontaristici al miglioramento di se stessi e della società, appelli etici ai “valori” e alla “responsabilità” o alla perfomance, la barbarie dolce scava nell’individuo uno scarto tra ciò che egli è e ciò che dovrebbe diventare o raggiungere. C’è sempre uno scarto tra ciò che le persone “sono” e il modello performativo, efficientista, operazionale cui sono continuamente rimandate dagli strumenti di valutazione.

La scuola non sfugge a questo. Sapere non basta più bisogna saper fare, e sapere essere in una sfilza di controlli procedurali che sminuzzano il carattere totalizzante dell’esperienza culturale e il senso critico che ad essa è sempre connesso. Ne risulta angoscia e smarrimento tra i bambini e le famiglie, tra gli insegnanti e gli educatori, tra chi non riconosce più il proprio ruolo e un’istituzione sempre più lontana e inconoscibile come il ministero de Il processo di Kafka. E forse l’essenziale si nasconde in questa immagine imprendibile dell’istituzione che appare desimbolizzata e proprio per questo inumana.

“Si instaura uno strano gioco di specchi attraverso il quale società e individuo sono di fronte a delle immagini disarticolate di se stessi, alle quali tuttavia sono incitati ad identificarsi. La logica così in opera non è quella fondamentalmente di una ricomposizione ideologica, ma precisamente di una destrutturazione identitaria” (Jean Pierre Le Goff).

Modernizzare per fare cosa?
Ma a chi serve dunque questa mobilitazione totale delle energie, delle personalità, delle risorse, in nome di un orizzonte inattingibile, la cui unica virtù è quella di sottrarsi quanto più ci si avvicina ad esso?

A cosa serve la modernizzazione che confonde le carte attraverso un pensiero elastico, chewin-gum, che ora fa appello all’individuo e alla sua riuscita, al suo successo personale e ora agisce in nome di una fantomatica responsabilità collettiva che ognuno porterebbe su di sé? La modernizzazione, è ovvio, serve i poteri reali, quelli che attraverso “l’anomia simbolica” e “del simbolico” pongono il mondo e le sue strutture sullo stesso piano, facendo finta di cancellare i confini tra governati e governanti, tra decisioni e scelte, tra responsabilità e condizioni.

In questo modo è chiaro risultano occultati le differenze e i reali rapporti di dominazione.

“Infine questo discorso maschera gli orientamenti e le decisioni prese dal potere, presentandoli come scaturenti naturalmente da evoluzioni ineluttabili, alle quali sembra vano opporsi. La dimensione politica degli orientamenti e delle scelte è così cancellata.”

Ipazia non si converte
Ma torniamo a Ipazia, al perché alla fine ella sceglie di morire piuttosto che abiurare il suo credo filosofico imperniato sulla centralità dell’uomo. Il modello greco-ellenistico, sembra indicarci il film, fatto di cultura, scienza, universalità e tolleranza, è l’unico baluardo al crescere dell’oscurantismo. La ricostruzione dell’agorà contemporanea, esplosa e frammentata in mille satelliti senza più orbita, sembra poter ricominciare solo dalla scuola (“la biblioteca” di Alessandria).

Esiste perciò anche un oscurantismo modernista che trasforma e perverte le finalità autentiche della scuola, ce lo ricorda ancora una volta Jean Pierre Le Goff che scrive:

“(il fanatismo modernista) fa passare in secondo piano la missione centrale della scuola che rimane la trasmissione dei saperi e dell’eredità culturale. Questa missione non è per nulla passatista e farla valere fortemente oggi non è il segno di una nostalgia della scuola repubblicana di un tempo, o il rifiuto di considerare la questione della socializzazione. Essa è una imperiosa necessità, di fronte al flusso continuo delle informazioni e alla preminenza dell’immagine e del suono, perché i giovani socialmente sfavoriti non abbiano una cultura in sconto e perché possano così emergere delle élites anche dagli strati popolari”.

La scuola dunque ha una specificità che va conservata, per conservare in tal modo la sua capacità di continuare ad essere strumento di elevazione e riscatto sociale. Solo rifiutando di trasformarla in centro di servizi, ufficio di collocamento, centro di rieducazione, centro sociale, “pre-testo” per gli apprendimenti, essa rimane un “buon servizio” per la società.

Il paradosso che dovremo difendere è questo: se la scuola “non serve”, allora può servire, checché ne dicano i nuovi modelli dell’autonomia e delle competenze, checché ne dicano la Confindustria, le agenzie di formazione, i dirigenti conniventi e i nuovi Parabolani, progettisti della pedagogia utile, che, sotto divise diverse, in nome di valori eterogenei ed eteronomi (leggi: lo sviluppo, il cambiamento, l’autonomia, l’efficienza, l’occupabilità) credono di poterla ridurre all’ombra di se stessa.

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Com’è minima la scuola modello azienda
di Giovanna Lo Presti

Si parte da un’idea elaborata in seno all’industria (la Qualità Totale di marca toyotista), si attraversa, con questa fiaccola in mano, la palude insidiosa del “sistema dell’istruzione” e finalmente si fa luce, si rischiara e discopre l’arcano e si approda, fiaccola della Qualità in mano, sulla sponda sicura del mercato, da cui peraltro si era partiti.

E’ dagli Anni Novanta che questo modello avanza – il nostro paese non si discosta nella sostanza dagli altri paesi europei – proponendo paradossalmente una scuola formalistica e burocratica che, in Italia, è stata costruita anno dopo anno dagli interventi legislativi dei nostri governi, non importa se di sinistra o di destra. Si tratta di una scuola che, sulla carta, funziona bene (quasi sempre, e ammesso che si possa sopportare la noia dell’orribile prosa ministeriale), ma che non si cura minimamente dei problemi reali, perché quelli potrebbero far inceppare il meccanismo.

E’ una scuola che ignora studenti ed insegnanti – che non tiene conto né del loro disagio né delle loro aspirazioni. E’ una scuola che produce sigle vuote: POF (Piano dell’Offerta Formativa), Carta dei Servizi, contratti formativi, progetto Qualità – lavoro morto che soffoca il lavoro vivo. E’ una scuola che punta al conseguimento dei saperi minimi – un’espressione atroce nella sua apparente ovvietà, con quel plurale che sta ad indicare la riduzione, la frammentazione, la parcellizzazione del sapere; che si accontenta se “l’insuccesso scolastico” viene ridotto e cioè se diminuisce il numero degli studenti bocciati (e non importa quanto i promossi abbiano realmente appreso).

Questa scuola ha il suo modello di riferimento nell’azienda e come cornice il dibattito che in vari ambiti, almeno a partire dagli anni Ottanta, ha opposto pubblico a privato. In modo semplicistico si è deciso (l’ha deciso chi detiene i “poteri forti”, riuscendo poi ad influenzare largamente l’opinione pubblica) per una visione manichea: pubblico è cattivo, privato è buono. Da qui il tentativo di “privatizzare” la scuola pubblica, aprendola al mercato, rendendola un soggetto economico autonomo, che può accettare fondi da enti pubblici e privati, che deve sottostare alle leggi del libero scambio (in primo luogo quella della concorrenza), che deve procacciarsi “clienti”.

Il centro-sinistra ha dato inizio a questo percorso cercando di salvare la facciata: ma il progetto di scuola leggera (per le casse dello Stato), aperta e sottoposta al mercato, obbediente ad una logica privatistica era già ben formato ai tempi del ministro Berlinguer. La destra ha continuato l’opera, con uno stile un po’ diverso, aggiungendo una coloritura clerical-familista al suo tentativo di riforma.

Se niente di decisivo interverrà, la scuola pubblica andrà a fondo, abbastanza rapidamente. E sarà questo l’unico obiettivo che gli sforzi congiunti di una sinistra sempre più prona alle leggi del mercato e di una destra reazionaria e cialtrona saranno riusciti a raggiungere con “efficienza ed efficacia”, come dicono loro.

Il progetto Qualità non è che un tassello particolarmente significativo di un insieme coerente. Penso non sia difficile individuarne i limiti più appariscenti; innanzitutto il fatto evidente che l’educazione non è una merce etichettabile e riducibile a standard. Ma più ancora che il grado di qualità di una singola istituzione scolastica non ha nulla a che fare con la bontà della modulistica che essa produce o con altri aspetti che riguardino la gestione che, per quanto importanti, non toccano l’essenza dell’insegnare.

La scuola in cui lavoro ha ottenuto la certificazione di Qualità pagando il dovuto alla società privata che ha guidato l’istituto nel conseguimento della certificazione. Eppure i problemi continuano ad essere gli stessi di sempre: classi troppo numerose, locali insufficienti ed inadeguati, personale mal pagato e gravato da crescenti carichi di lavoro e responsabilità.
(da La scuola agra)

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Materiali dalla rete

Inizia alla fine degli anni Ottanta e promossa dalla Confindustria, quella politica scolastica che ha sempre avuto il suo punto di forza nell’idea di esportare il modello organizzativo delle imprese nella scuola, promotore di questa linea Giancarlo Lombardi, esperto della Confindustria per il Settore Scuola e qualche anno dopo ministro della Pubblica Istruzione (vedi qui). Salvare la scuola si può, l’azienda è un modello scrive Lombardi sul Corriere della Sera nel 1992.

Anche per il ministro Luigi Berlinguer le scuole dovrebbero diventare delle aziende che dovrebbero collocare sul mercato la propria merce: giovani pronti per il “mondo del lavoro”. Come tutte le aziende, le scuole sarebbero in concorrenza tra loro, concorrenza vista molto positivamente dal Ministro (“la formazione di tradizioni proprie delle singole istituzioni incoraggerebbe tra loro una concorrenza non basata solo su dati quantitativi“).

Lo stesso discorso vale per l’università, anch’essa deve diventare Università-Azienda. Azienda che ha come riferimento le caratteristiche del mercato e che deve operare per incrementare il budget ricevuto: cioè generare profitto. Le università e i dipartimenti dovranno, almeno in parte, autofinanziarsi e dunque dovranno trasformarsi in università-azienda, ossia dovranno sempre più destinare energie per le attività “conto terzi”.

Sui danni dell’università-azienda nel 2002 così scriveva Giancarlo Consonni, in un saggio che andrebbe letto per intero:

“Dopo l’autonomia attribuita alle sedi e il dispiegamento della competizione fra atenei, la distribuzione delle risorse dal Ministero dell’Università e della Ricerca si va sempre più orientando secondo criteri premiali basati su quegli stessi parametri produttivistici e para-aziendali che regolano la vita interna delle singole sedi (salvo una quota di riequilibrio messa in campo per ridurre gli effetti degli scandalosi favoritismi operati nella Prima repubblica, ma che per ora si è dimostrata poco incisiva).”

E c’è anche chi sottolinea i processi degenerativi provocati da una scuola concepita come azienda, a partire da un’analisi della scuola americana.

Negli anni successivi l’aziendalizzazione è proseguita e, in quanto all’oggi, la gestione della scuola dei tagli ristrutturata secondo esigenze di cassa non è che l’atto terminale di una visione aziendalistica che ha in dispregio l’investimento nell’istruzione. Ma anche nella pratica quotidiana il processo di aziendalizzazione della scuola prosegue a pieno ritmo. Vedi ad es. qui: il Ministero si avvale per la formazione nella scuola della collaborazione di una società che fornisce di norma consulenza per accompagnare le aziende nei loro processi di cambiamento, e da ciò non può dedursi che la scuola per i governanti è de facto una vera azienda.

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L’occhio del Lupo
Una bella azienda familiare

Riduzione di un anno di scuola dell’obbligo, solo 20 ore a settimana di lezione e assunzione locale degli insegnanti – per questi ultimi, la conoscenza dell’italiano fa punteggio ma non è requisito obbligatorio. Tre perle tre ma voi, patiti dell’umor nero, se vi informate meglio trovate dell’altro (chi scrive è alla frutta e di più non gliela fa).

I leghisti, questi nazistoidi un tantino più burini degli originali, organizzano un convegno (almeno loro lo chiamano così) nella scuola Bosina di Varese (fondata dalla moglie di Umberto Bossi e finanziata anche dai terroni) per tirare le somme (pare vi riescano senza calcolatrice) sul “che fare” nella scuola pubblica. Non so se nello specifico si siano richiamati più alla tradizione (il dialetto la polenta la Val Camonica) o viceversa alla necessità di una “modernizzazione” – dipende da quali giornali li intervistavano. Avanti, scriveteci un pezzo.
(michele lupo)

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La settimana scolastica

La settimana si apre con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della CM n. 88 del’8.11.2010 recante “Indicazioni e istruzioni per l’applicazione al personale della scuola delle nuove norme in materia disciplinare introdotte dal decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150”: il cosiddetto decreto brunetta, che prevede nuove sanzioni disciplinari a carico del personale della scuola. I dirigenti potranno infliggere sanzioni con sospensione dal servizio (e dallo stipendio) fino a 10 giorni. Per le disposizioni più gravi la palla passa all’Ufficio scolastico regionale. I sindacati fanno resistenza.

Meno ore di lezione (un anno scolastico in meno e solo 20 ore a settimana obbligatorie), buono scuola da spendere in scuola pubblica o in privata, tutti i poteri scolastici alle regioni e assunzione a livello locale degli insegnanti. Ecco l’istruzione pubblica vista dalla Lega, illustrata nel corso di un convegno organizzato dalla scuola Bosina di Varese (fondata dalla moglie di Umberto Bossi).

E’ sempre dell’8 novembre una nota, a firma della Direzione Generale per il personale, nella quale le scuole vengono incoraggiate a nominare supplenti anche in deroga ai limiti minimi dell’assenza del titolare previsti dalle norme in vigore. Indicazione che ha suscitato numerosi interrogativi e richieste di chiarimenti, in quanto si pone in contrasto con i reiterati richiami che da altra Direzione Generale dello stesso ministero provengono ai dirigenti per il rispetto dei vincoli di bilancio e l’obbligo di non assumere impegni “allo scoperto”.

Poi il 10 novembre a dominare la scena sono gli studenti inglesi, che protestano contro l’aumento delle tasse universitarie, che raggiungeranno un tetto massimo di 9.000 sterline l’anno contro le attuali 3.000.

Sempre a proposito di tasse universitarie, spostandoci in Italia: l’11 viene diffusa un’indagine della Federconsumatori, che rileva due dati: le rette degli atenei settentrionali sono mediamente più alte di quelle del sud; il redditometro Isee causa diseguaglianze e meccanismi penalizzanti per le fasce di reddito medio-basse.

Per restare in tema di università: il settimanale inglese The (Times higher education, nato da una costola del quotidiano The Times e quindi diventato rivista autonoma) ha pubblicato una classifica delle 200 migliori università del mondo, tra le quali non figura nessuna università italiana. Qualcuno osserva che nel 1350 delle 20 migliori università del mondo, 13 sono italiane.

Ma il caso della settimana è questo: il governo raddoppia i fondi alle scuole private. Un maxi-emendamento alla Finanziaria restituisce agli istituti paritari i 245 milioni tagliati. Durissima la Cgil: “E’ un gioco delle tre carte sulla pelle dell’istruzione“.

Allarmante un’altra notizia: da alcuni giorni c’è un fuggi fuggi di dirigenti della Pubblica istruzione: hanno lasciato il servizio i più esperti direttori generali: dal capodipartimento Giuseppe Cosentino, il massimo responsabile della macchina organizzativa della scuola italiana, a Mario Dutto, che lascia la direzione degli ordinamenti, quello per intenderci che scrive le circolari a cui devono attenersi presidi e insegnanti; a Maria Grazia Nardiello, perno del sistema dell’istruzione tecnica, professionale e dell’istruzione degli adulti. Inoltre sono senza dirigenti gli Uffici Scolastici di Toscana, Molise, Sicilia, Liguria, Abruzzo.

Sul fronte della didattica registriamo il dietrofront del Ministero in merito alla annunciata nuova disciplina di Cittadinanza e Costituzione: non è una disciplina autonoma, dice una circolare ministeriale, perciò la materia non sarà oggetto di specifica valutazione, come aveva annunciato il ministro Gelmini nell’agosto del 2008.

Il resto è ordinaria amministrazione: fuga di cervelli, scuole in bolletta, istituti fatiscenti fatiscenti e presidi supplenti, a Milano parte la prima azione collettiva contro il ministero dell’Istruzione, accusato di discriminare gli studenti con disabilità, ricorso di tutti i sindacati contro i tagli al tempo pieno a Bologna.

Intanto come di consueto entro il 31 ottobre 2010 si sono concluse le operazioni di voto per il rinnovo delle rappresentanze di classe, interclasse e intersezione e della rappresentanza studentesca nel consiglio d’istituto delle scuole secondarie di II grado non giunto a scadenza. Invece le elezioni per il rinnovo dei consigli di circolo/istituto scaduti, nonché le eventuali suppletive, si sono svolte alla data fissata dal Direttore generale di ciascun Ufficio scolastico regionale, in un giorno festivo dalle ore 8 alle 12 e in quello successivo dalle 8.00 alle 13.30, non oltre il termine di domenica 14 e di lunedì 15 novembre 2010. Può essere l’occasione per qualche riflessione su come non vi sia alcuna volontà di tutelare la partecipazione, ma del resto neanche di rivendicarla.

Una chiamata a una forma di partecipazione è quella del Codacons, che con una class actions chiede a docenti genitori e Ata di denunciare le classi affollate oltre i limiti di legge che mettono a rischio la sicurezza e l’incolumità degli studenti. Le segnalazioni possono essere fatte anche qui.

Un’altra quella di ReteScuole, che lancia una Petizione al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in difesa della scuola pubblica, affinché nessun ragazzo o ragazza, bambino o bambina, sia penalizzato, nel frequentare le scuole statali da eventuali condizioni di disabilità o disagio economico… chiede quindi di invitare il Governo a reintegrare i fondi sottratti con l’articolo 64 della legge 133 del 2008 e a restituire alle Scuole Statali i fondi impropriamente concessi agli Istituti privati.

Le mobilitazioni di docenti e lavoratori della conoscenza e studenti si concentrano nella giornata del 17 novembre. Con lo slogan “They’re stealing our future! – stanno rubando il nostro futuro“, la Rete della Conoscenza italiana e l’associazione studentesca francese UNL promuovono un appello studentesco internazionale affinché il prossimo 17 novembre tutti gli studenti in Europa e nel mondo possano far sentire la propria voce per rivendicare investimenti nell’educazione e nei sistemi di welfare rivolti ai cittadini.

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Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Cub.

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Francesco Accattoli, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi)

19 pensieri su “Vivalascuola. La modernizzazione cieca

  1. :Il Governo raddoppia i fondi alle scuole private.

    Morirà davvero, a breve, questa politica scellerata dettata da interessi privati e ammantata di valori fasulli?
    O risorgerà dalle ceneri del compromesso politico, dell’incontrovertibilità dei certi percorsi di riforma?

    Grazie agli autori del post e a Giorgio.

    Giovanni

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  2. no Giovanni, non morirà perché ai cattolici questi finanziamenti vanno benissimo, benissimo al Partito Desolante e Vendola ultimamente ci tiene a precisare lui non ha nulla da spartire con certo anticlericalismo d’antan… col che, può voler dire ogni cosa: per cui, chi resta?

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  3. Non ho mai visto, fino ad oggi, un ritorno sui propri passi.Quando una scelta, pur scellerata , e questa lo è fuor di ogni misura, è stata votata e messa in atto, nessun provvedimento ulteriore ha sanato le precedenti rovinose posizioni ma le ha peggiorate.Servirebbe un cataclisma,servirebbe davvero il collasso, per far capire quanto siano vuoti i valori su cui smantellano la società, di cui si fanno scudo i pochi che costruiscono sulle rovine degli altri i propri imperi. f

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  4. Io non sono contro il clero o contro la politica. Sono contro certo clero e certa politica; qui, nello specifico, contro chi crede di farla in barba alla Costituzione: Art. 33 (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”), art. 20 (“Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.”). Art. 67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato. Rappresentare la Nazione dovrebbe voler dire rappresentare e tutelare, anche, le sue istituzioni, come appunto la Scuola, invece di farla andare in malora per favorire gli interessi di enti e privati”.
    Vorremmo che i censori di questa (becera) classe politica al governo ci dicesse nel dettaglio cosa intenderà cambiare o migliorare. Ma a parte alcune urgenze arcinote si guarderanno bene da fare programmi puntuali e dettagliati. E noi li voteremo comunque.
    Giovanni

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  5. qui tutti sono tolleranti e possibilisti: non ci sono nemmeno più quei bei comunistoni di una volta! passata l’ondata dell’entusiasmo anti-conducator, senza nessuna giustizia sommaria e neanche regolare, i politici ricominceranno a smontare la scuola da dove hanno lasciato i precedenti: anche se si trattasse degli attuali oppositori (cosa che non credo prossima). perciò, mettiamoci l’animo in pace: o mettiamo a ferro e fuoco le città come si fa in francia al minimo accenno di provvedimenti impopolari, oppure ci terremo questo e molto altro. scioperini di un’orina (!), sberleffi alle gite: ma dove vogliamo andare? da me c’è una bella colonnina, anzi due, per identificare gli studenti col coso, il badge. poi c’è la lavagna – che lagna – interattiva che ci metti due o trecento ore per preparare una lezione che potresti andare avanti con la tua frontalità per altri due-trecento anni, in proporzione; poi c’è p.v. il registro ‘lettronico, che ci vogliono i corsi di aggiornamento apposta per impararlo e un sacco di tempo per tenerlo aggiornato (che aggiornamento è se non sai aggiornare il giornale ‘lettronico di classe e personale?): che poi devi tenere anche il cartaceo. io non so da dove spuntano i soldi per ste stronzate – ho detto stronzate – che non ce n’è per niente e nessuno. io voglio che mi dicano quando andrò in pensione, che mi lascino marcire nella mia didattica primordiale, che mi tolgano di torno tutti sti ammennicoli, sti gadget da banchetto di fiera, sti fiocchetti, ste gualdrappe da festa del santo, sti specchietti per i tordi. e i genitori e gli studenti che li votano, si aggiustino: io sono alla frutta, ai torsoli, giù, nella pattumiera. non credo di farcela ancora per molto.

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  6. Vedo che i commentatori evitano accuratamente di esprimersi sulla parte iniziale (e fondamentale) del post, cioè quella dove si mette in discussione la pedagogia curricolare e le fumose categorie che distinguono obiettivi e finalità, risultati e competenze. Forse perchè i primi a essere stregati da queste derive sono stati proprio il CIDI e gli insegnanti di sinistra tra cui magari molti dei presenti?

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  7. @Lucy
    Quanto mi piaci!
    Io la lavagna interattiva ho detto al mio capi d’istituto che ci cago sopra, quanto al registro elettronico che mi devono costringere coi carabinieri se vogliono.

    @Tutti
    Provate a puntare i piedi e a sputare negli occhi alle Commissioni Qualità: vedrete, come è successo a me, che vi lasciano in pace, purchè si possa opporre a queste stronzate un rapporto bello e creativo con le materie e gli studenti, che si traduca in un certo gradimento professionale da parte dei medesimi.

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  8. @ vb, ti sbagli: poiché ora ricapito qui e sto nella lista dei commentatori, chiamato in causa, te lo dico: di pedagogia curricolare e obiettivi e finalità me ne fotto da sempre

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  9. Carissimi, condivido l’insofferenza per una didattica ridotta a burocrazia, a formule, a cui bisogna cambiare il nome a ogni giro di valzer senza che nulla cambi: è una delle cause del crescente disagio degli insegnanti. Mi auguro che sgomberato il campo dalla zavorra torni in primo piano una autentica sperimentazione e riflessione pedagogica.

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  10. ma se ogni classe è diversa dalle altre come posso calare, non le braghe come vorrebbero da tanto tempo,ma un modulo rigido e alla fine senza contenuto che il suo vuoto? devo guardarli in faccia e dovrei guardarli dentro, per aiutarli a cavarsi fuori quelle acche che hanno attorcigliate all’intestino crasso, e non vengono nemmeno se le spingiamo con tutte le nostre purghe. Il merito? Il merito è quello di voler dare una porta, almeno disegnata sul muro, dove è possibile aprire se stessi.Ma se lo dico così passo per matta e forse, anzi, è sicuro che lo sono.da noi si continua con il cartaceo, per fortuna la nostra preside ” s’è persa” l’occasione di ordinarla.Ma non è quello che ci serve davvero:ci servono fondi perchè ormai siamo a quello della schiena, e tutti, nessuno escluso,stiamo con il culo per terra.Serve avere chiaro qule sia il futuro da proiettare davanti agli occhi di questi ragazzi, serve avere chiare le cose a cui veramente teniamo, non tanto e non solo per noi, che ormai ci facciamo sempre più cariatidi, ma per loro, che a loro volta dovranno ripiantare queste foreste di pensiero, di idee e valori, magari con porta-fogli che non hanno più le cartine al torna-sole di adesso,non hanno più l’odore della speculazione ma della lettura, una profonda lettura del mondo che non è nostro, non lo è mai stato e non è uno stato, né questo né quello degli altri, paesi come il nostro soltanto a prestito. Se non si cambia l’ampiezza dello sguardo non si verrà fuori da questa pozza d’inchiostro.

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  11. Io darei un po’ ragione a Binaghi, magari senza sarcasmo, perché in effetti la prima ad introdurre la valutazione oggettiva, la docimologia d’accatto, e il toyotismo assertivo delle competenze, almeno in Italia, (ma Le Goff dice la stessa cosa della Francia), è stata proprio la sinistra modernista. Andate a pescare dentro il decreto dell’autonomia e dentro le leggine che istituivano le SISS e vi troverete questa perversione fondamentale: il miraggio di un scuola che lavori come l’ufficio tempi e metodi della fabbrica taylorista (di un tempo). Tanto per non farci mancare il solito anacronismo all’italiana. Però sì, credo che si debba fare un coraggioso “mea culpa”

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  12. io il mea culpa non lo recito. sono stata avversaria di ogni (pseudo) modernizzazione: oggi delle macchine, ieri del didattichese. se posso, insegno e basta. selvaggia? ok, selvaggia, anarchica, a braccio, frontale, sfrontata, interattiva, ma insegno. del “resto” mi interessa poco o nulla. con gli studenti me la vedo io. di solito qualcosa imparano, quanto meno a stare decentemente insieme agli altri. ai livelli migliori imparano cose tostissime. ma di questo tipo di risultati non importa un fico secco a nessuno: e non da oggi. arriverà la pensione: da fame, ma arriverà. ce ne sono di vite inutili! la mia sarà una di queste: non è un dramma. mi rimane il piacere di potermi permettere qualche battuta al vetriolo con l’animo candido di chi non si è prestato al massacro.
    mi presto più volentieri, e con soddisfazione, a insegnare tango ai tàngheri: e mo’ ci vado con mucho gusto, triste solitaria y final.

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  13. Purtoppo e’ andata come dici tu con la scuola diventata un’azienda negli ultimi 30 anni :una vera e propria tragedia professionale e generale .
    La prim acosa malvagia che hanno fatto quelli della csinistra e’ stato di fare i presidi manager dove invece a capo ci dovrabbe essere un bravo docente con tanta vogli a di fare scuola verso il territorio e con pochissime competenze manageriali e che per alcune ore segua anche le cose burocratiche ,mentre oggi e’ tutta un a stolta e bassa burocrazia,oltre che un controllo politico sui docenti .
    Non poteva andare che cosi male quando tutto non e’ in funzione dell’interesse verso i temi della societa’ ma solo a puntare alla propria vita professionale .
    Come fa uno che vuole uscire dai problemi dei ragazzi e della scuola a giudicare le dinamiche che avvengono fuori di lui?Diventa un semplice ragioniere .
    Allora mettiamo un laureato in ec. e comm. a capo della scuola che verifiche le compatibilita’ economiche dei progetti e firmi .
    Qui non si caopsce che la scuola deve essere in mnao a dei docenti innamorati della cultura non a gente che ha a cuore solo gli aspetti della gestione .La scuola e’ un a scheggia di liberta’ e di critica ,non una bottega con la calcolatrice e il cassetto da controllare ogni gorno .
    armando Todesco

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  14. Io sarei per attribuire un compenso accessorio anche al demerito… Poiché se il merito è quella cosa là che dicono loro e che divide la categoria in bravi collaboranti e in biechi fannulloni (la forma mentis in auge non prevede medi termini…) allora anche il demerito dovrebbe avere il suo trono.
    Così pareggiamo i conti… Dunque mi autodenuncio come “demeritante e cattivo”, potenzialmente rottamabile e non riciclabile. Inoltre mi confermo come “non progettante” e personalmente “improiettabile” nel futuro prossimo venturo. Già che ci siamo anche inefficiente e parassitario. Portatore insano di contagio destrutturante e immobilismo conservatore… Amen
    Chi è della partita?

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  15. io, poiché lo sono sempre stata. attenzione, però: remare contro in modo evidente è funzionale al sistema (da cui i “biechi fannulloni”). la cosa peggiore per gli analisti (parola deagettivale) dello stato di fatto della scuola è che i conservatori, chiusa la porta della classe – che in realtà io lascio sempre aperta e questo non va – è che l’insegnante insegni, lo studente studi, e magari con una certa passione da entrambe le parti. se l’insegnante non insegna con un po’ di malsana passione, se non trasmette contenuti, ma solo metodi, allora non è un vero pericoloso conservatore-sabotatore. solo se si è insegnanti al grado zero si è realmente pericolosi.

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  16. GIA’ HAI SPECIFICATO TU LUCY… Insomma se non siamo “modernisti”, ciò non significa automaticamente che siamo dei bigotti conservatori. Io non voglio cadere dentro l’aut-aut. Su questo bisogna tornare. DE Michele: se non sono gelminiano non sono nemmeno per la zia Carolina…per quel “mastrocolismo” che rischia di darci le coliche…E chiaro no? E non si giochi sull’equivoco!

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