Il Capitano Mario (XXVI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV)


Scaldasole


Trovammo un rifugio insperato e benedetto, che migliore non poteva essere, a Scaldasole. Nel cuore della Lomellina e delle sue ricche, fertili campagne, Scaldasole è un piccolo paese che porta con sé, nel suo stesso nome, non soltanto il calore del sole, ma anche quello umano dei suoi abitanti. Restaurato e rimodernato, oggi il castello che lo domina è museo archeologico di chiara fama, frequentato e ammirato; allora non era così. I suoi numerosissimi vasti locali erano adibiti quasi esclusivamente all’agricoltura, magazzini specialmente di vari prodotti della campagna, assai copiosi nella vasta tenuta da cui era circondato. Era imponente a vedersi, con i suoi torrioni, su cui dormivano e russavano i gufi, e il suo vasto arco d’ingresso a cui si accedeva da un ponte sopra un fossato perimetrale in cui c’era soltanto erba e che immetteva in un enorme, rustico cortile. C’era, di fianco, la residenza padronale, chiusa da un portone che, se bussavi, si apriva a tutti e ti portava in un vasto giardino ben tenuto e in un’abitazione molto signorile. Sul retro del castello c’erano le case degli affittuari della tenuta e quelle dei braccianti, le numerose stalle, gli orti. I proprietari, i nobili signori Strada, erano amabilissimi: diventammo subito molto amici. Ci assegnarono un appartamento, che non era proprio una reggia, quantunque vi si arrivasse, dall’interno del castello, su per un grande, imponente scalone, e non vollero assolutamente che ne pagassimo l’affitto, scusandosi perché l’alloggio era alquanto scalcinato e, secondo loro, troppo modesto per noi. La proprietaria poi, la cara signora Esterina, scovava quasi ogni giorno qualche mobile da portarmi: un grande tavolo rotondo con le sedie, un divano abbastanza confortevole, una poltrona “per la mamma”. La moglie del medico condotto di Sannazzaro, che ci aveva presentato, aveva provveduto a completare del necessario la non lussuosa dimora, che a me, in quel frangente, pareva proprio principesca. Lo spessore delle mura ne custodiva il caldo d’inverno e il fresco d’estate, ed era veramente il sentirsi in una reggia l’atmosfera in cui fioriva la generosità semplice e buona.

Ricordo una breve poesia di Aldo Palazzeschi, un autore oggi dimenticato, un tempo classificato fra i migliori futuristi. Diceva: “Rio Bo… microscopico paese – paese da nulla – ma però (che faceva rima con Rio Bo) – c’è sempre di sopra una stella – una grande magnifica stella… – una stella innamorata. Chissà – se nemmeno ce l’ha – una grande citta”. La fantasia mi porta a ricordare Scaldasole “microscopico paese” associandolo a quello sovrastato da una magnifica stella: la splendida stella della serenità e della buona accoglienza.

C’era tanto verde intorno: di prati e di boschi cedui e di risaie sulle quali si specchiava il sole nell’acqua traslucente tra gli esili steli della pianticelle di riso appena nate. E la rotazione dei campi coltivati voleva che si coprissero di minuti ghiaccioli i maggesi d’inverno, sotto la nebbia gelata. E copiosa messe di trifoglio nei prati per quasi tutto l’anno, tra lo sciacquio di frequenti piccoli ruscelli, che delimitavano i confini degli appezzamenti di terreno.

Nella tarda primavera venivano le mondine per la raccolta del riso. Oggi non più: si fa tutto a macchina, in campagna. Stavano curve sotto il sole le donne, coi loro larghi cappelli di paglia e i piedi nell’acqua per ore e ore: mi facevano pensare alle schiave della Bibbia o alle contadine di un tempo. Questo tipo di lavoro, come anche altri del genere, altrettanto pesanti, l’hanno sempre fatto per secoli le donne, ed era subito accettato. Eppure le mondine cantavano. Riposavano un certo tempo dopo il pasto preparato sotto un porticato nel cortile del castello e consumato in allegria, poi riprendevano il lavoro nel pomeriggio e di notte dormivano negli stanzoni che davano sul cortile del castello, accampate come i soldati nelle caserme. E alla fine del turno, che durava una ventina di giorni, si preparavano le valigie o i fagotti cantando con anche maggiore allegria: “Sciur padrun dali beli braghi bianchi, föra le palanchi c’andumm a cà”. Pare che li palanchi fossero un discreto gruzzolo per quei tempi grami, ma quanto desiderato! E guadagnato. Il canto di quelle donne potrebbe indurmi a varie considerazioni. Lasciando da parte le più facili e melense, che possono essere ipocrite, o scivolare nella demagogia, da cui sono aliena, penso all’abbinamento, su cui insiste la Bibbia, nell’Antico Testamento, fra fatica e dolore. Oggi gli uomini sono riusciti ad alleviare almeno in parte la fatica, specialmente tra i popoli civili, ma mi domando se il lavoro può ancora essere gioia perché – nessuno lo può negare – gli stessi uomini appaiono in generale molto piu tristi.

Comunque le mondine cantavano. Ed è gioia ricordarlo, mentre il mistero del dolore rimane.


Mario veniva ad ogni fine settimana a trovarci, lasciando gli incarichi della direzione dell’ospedale militare e quello del servizio informazioni “OI 40” al fedele amico Quartiroli, che doveva sempre stare a occhi e orecchi bene aperti.

La sorella di questi, mia carissima amica e collega l’avevamo perduta da circa un anno, vittima della guerra. Andava a trovare i genitori sfollati, l’autopullman era stipato, appoggiata alla portiera non bene chiusa, ne cadde fuori durante la corsa e rimase uccisa sul colpo. Fu un grande dolore per tutti. Insegnava il tedesco alla Carla, che ancora non sapeva leggere, mostrandole delle figurine, ed era bravissima, colta, dinamica, molto amata. E sopra tutto era giovane.


A Scaldasole la Carla, più tardi, imparò a suonare il pianoforte; si divertivano entrambe: maestra e alunna e anche chi le ascoltava. Suonavano e cantavano. Una bambina che canta, una maestra che suona e canta con lei commuovono.

La signorina Sofia, maestra di musica a Milano, era sorella della proprietaria del castello e suonava anche l’organo in chiesa con la stessa passione con cui insegnava.

Il Parroco era un uomo coltissimo e faceva delle spiegazioni del Vangelo alla messa della domenica così dotte e così profonde, che era assai raro ascoltarne di simili.

Scaldasole, piccolo paese “paese da nulla, ma però…” musica d’organo e meditazioni sul Vangelo formavano insieme la luce di una stella “che nemmeno ce l’ha – una grande città”.


(continua…)

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