Nessuno ricorda cos’era il sentimento dell’arte, tutti ormai “sanno scrivere libri” di Marco Lodoli

Era inevitabile che tutto cambiasse anche nel mondo della letteratura, ma ugualmente non mi sono ancora abituato a come oggi vengono presentati scrittori e libri. Il marketing editoriale ha capito che è inutile mettere i libri sui banconi e aspettare che la gente, incuriosita da una recensione, attirata dal parere di un critico o di un amico fidato, si avvicini alla pila, sfogli un volume, leggiucchi qua e là e poi, forse, paghi due monete per entrare in quello spazio magico. La letteratura era un universo a parte: di qua c’era l’utilitarismo, il denaro, l’ingiustizia, la fama e il nulla, la vita così com’è; di là c’erano le parole degli scrittori, i versi dei poeti, acqua che cade lentamente da un cielo misterioso, che impregna piano piano il campo della sensibilità, che fa crescere roba buona per nutrirsi e fiori profumati. Chi scrive sapeva fin dalla prima riga di appartenere a un altro ordine, come lo sa un monaco, un militare, un adolescente, un ladro. Chi scrive si sentiva sbagliato, come si sente ogni persona sensibile, e cercava di porre rimedio, di inventare un luogo e un tempo dove tutto potesse tenersi insieme, dove ogni parola avesse un senso. Sapeva di dover passare ore, giorni, mesi, anni a mettere le frasi una dopo l’altra, come fa il carcerato con le lenzuola, le magliette, gli asciugamani sporchi, legando tutto a tutto per fuggire da quella reclusione, da quella pena. E lo stesso, credo, facevano i musicisti, i pittori, i teatranti: tutti a cercare un’altra vita, via da questa, via da tanta assurdità, via verso una terra promessa che non appare mai, ma che chiama.Ora non è più così, ora quasi nessuno più ricorda cos’era il sentimento dell’arte, di quanto sgomento e quanta speranza fosse fatto, di quanta debolezza e quanta temerarietà. Si partiva con niente, da niente, come fanno i bambini a tavola che costruiscono astronavi con gli stuzzicadenti per volare via dai discorsi inutili e cattivi dei grandi. Oggi tutto è cambiato. Lo scrittore oggi fa parte dello stesso preciso scatolone che contiene politici e calciatori, attori e giornalisti, belle ragazze e bravi intrattenitori, architetti e cantanti. Per tutti c’è un’intervista, buffa o intelligente, in cui dimostrarsi buffi o intelligenti, in cui gridare forte o piano, ma gridare io ci sono, eccomi qui sotto il faro, nel grande tendone, eccomi qui con la mia faccia in copertina, la mia foto sorridente o accigliata, eccomi con il mio nuovo libro.Nessuno vuole più un altro mondo, un’altra vita. Va benissimo quello che c’è: successo, premi, soldi, applausi, omaggi, baci e assegni. Va benissimo, i fari scaldano il narcisismo. Sul palco c’è il politico di grido, il comico che fa spanciare, l’attrice stupenda e quella impegnata, l’opinionista corretto e quello scorretto: non può mancare lo scrittore soddisfatto, mai imbarazzato, mai a disagio per quello che è. Le case editrici lo preparano, lo incoraggiano, gli aprono la strada con la pubblicità e via, giù nell’arena dei leoni di pezza.Lo scrittore è diventato pienamente cittadino dell’unico mondo possibile, questo dove conta solo chi vince, dove chi perde applaude, dove lo spettacolo non smette mai. Eppure io ricordo sempre con emozione quei versi bellissimi di Cristina Campo: “Due mondi/ e io vengo dall’altro”.
22 novembre 2010

Da Tiscali – articoli

15 pensieri su “Nessuno ricorda cos’era il sentimento dell’arte, tutti ormai “sanno scrivere libri” di Marco Lodoli

  1. lodoli semplifica – che per uno scrittore non è il massimo -, lo fa spesso, rischia al solito il poetichese, ma in quello che dice qui nessuno può negare vi siano fondate e malinconiche ragioni

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  2. Ammesso e non concesso che semplifichi e si esprima in poetichese mi ritrovo perfettamente con quanto espresso dal testo. In fondo chi viene dall’altro mondo merita un po’ di pazienza, no?
    Grazie a Lodoli e a Giovanni,
    un caro saluto,
    Roberto

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  3. ma queste sono cose che ognuno di noi già dovrebbe sapere!

    un altro ordine, dentro l’ordine che dovrebbe essere del mondo, e invece appartiene all’individuo, quello che sente …quello che si esprime come un’incisione che traspare, sulle sue ali d’angelo.

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  4. Oscar Wilde diceva (più o meno) che uno scrittore è un tipo che può impiegare una mattina per decidere di togliere una virgola e un pomeriggio per decidere di rimetterla. Al di là della wildiana mania per il paradosso, trovo che sia una frase abbastanza vera. Mi domando se Volo o Moccia si comportano così con i loro testi.
    Detto questo, però, non mi scaglierei troppo contro la letteratura pret-à-porter: c’è sempre stata. Nell’Ottocento i feuilletons erano di tutti i generi. La Letteratura con la S maiuscola ha salvato Balzac e Dostojevsky (per esempio), ma nella contemporaneità andavano più di moda molti altri oggi giustamente dimenticati. Per cinquanta e più anni i best seller furono Eugène Sue, Ponson du Terrail, Carolina Invernizio e compagnia bella. In conclusione direi che l’Arte non fiorisce in tutte le stagioni. Bisogna darle tempo e aspettarla.

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  5. Ciao Gianni,
    Amara ma lucida riflessione la tua. Noi – scrittori o meno (chissà) – siamo comunque dall’altra parte della vita.
    Un abbraccio fraterno.

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  6. Completamente d’accordo con Lodoli. Non importa che il feuilleton ci sia sempre stato, caro Ferrazzi; quello che è cambiato è il senso percepito dell’essere scrittore, l’idea di “che cosa sia” un libro.
    Qualche sera fa sono stata a un reading di poesia, dove Alessandra Paganardi ha letto un suo poemetto ambientato negli anni ’70, e mi è rimasto impresso un concetto: “andare in vacanza scegliendosi i libri da portare”, oppure “andare in vacanza coi libri”, non ricordo, tanto ho sentito mio il verso che ne è passata in secondo piano la musicalità. L’ho sentito mio perché anche per me, ragazzina che scopriva la grande letteratura in quegli anni, i libri erano qualcosa di importante, misterioso, leggere era un piacere intenso e concentrato, da tempi lunghi, che apriva nuovi mondi, anzi dirò di più: nuove dimensioni estetiche e morali.
    Mi sembra che i libri fossero molti meno, e che gli scrittori con una forte personalità fossero molti di più. Che la lettura non fosse un prodotto di consumo, che le librerie fossero luoghi diversi dagli altri, un po’ magici, non delle specie di McDonald’s con, al posto degli hamburger, migliaia di libri e altri ammennicoli. Che chi leggeva avesse un’aura di rispetto in più; che chi non aveva potuto studiare vedesse come una grande conquista di ascesa non solo sociale ma anche culturale il fatto che i figli si laureassero. Un grande, vero obiettivo che significava possibilità di acquisire rispetto e anche di capire di più il mondo e avere uno strumento per incidere sulla vita, per fare sì che le cose potessero migliorare. E “leggere” era il simbolo di “avere studiato”.
    Ora, io sono contenta che tutti leggano, ma la letteratura come fatto di consumo ha inevitabilmente perso molti, ma molti punti verso l’alto. Idem per lo scrivere: se tutti scrivono e tutti pubblicano, non può certo dispiacere; però, che senso ha quello scrivere? Quale ricerca c’è dietro, nel momento in cui cultura (vedi Berlusconi), studio (vedi Gelmini), pensiero (vedi l’italiano medio) e profondità (vedi Baricco con le sue detestabili teorie sui “nuovi barbari”) sono vuoi irrisi, vuoi tagliati, vuoi negati?

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  7. Molto d’accordo: con Lodoli e con Anna Bocconi.
    Tristezza della nuova realtà..
    Mi viene a a mente una lapidaria intuizione di Amelia Rosselli secondo cui chi si decide a scrivere, lo fa perché non ha potuto cambiare il mondo – facendo politica-
    Pensava a “la santità dei santi padri”, oppure oggi del tutto superato dal globale marketing?
    Maria Pia Quintavalla

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  8. “La letteratura era un universo a parte: di qua c’era l’utilitarismo, il denaro, l’ingiustizia, la fama e il nulla, la vita così com’è; di là c’erano le parole degli scrittori, i versi dei poeti …Chi scrive sapeva fin dalla prima riga di appartenere a un altro ordine, come lo sa un monaco, un militare, un adolescente, un ladro.”

    Mi sono in particolar modo ritrovato in queste parole di Marco Lodoli.

    Grazie a tutti per i vostri interventi.

    Giovanni

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  9. Cara Anna, hai ragione. Ma, visto che la letteratura d’evasione c’è sempre stata, come la mettiamo? Come mai ti sembra (e sembra anche a me) che “una volta i libri fossero molti meno, e che gli scrittori con una forte personalità fossero molti di più”. A me viene un dubbio: che la cosa non dipenda tanto dal livello della platea. Forse dipende anche dal livello degli scrittori, non credi?

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