Il Capitano Mario (XXVII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI)


Mario, quando veniva, incontrava a volte delle donne che aveva conosciuto e curato nella Clinica ostetrico-ginecologica. Gli chiedevano, con umili scuse, qualche consiglio o qualche prescrizione e noi, in cambio, eravamo sempre rifornite dai loro omaggi provenienti dal pollaio o dall’orto, molto apprezzati in quei tempi di carestia.

Mi ero messa in testa di allevare anch’io dei polli, con grande gioia delle bambine che trovavano divertenti i pulcini. Ma fu un disastro: quando cominciavano a crescere, ed erano pollastri, a un certo momento non mangiavano più, facevano uno strano balletto e cadevano stecchiti. Era che si era diffusa in paese un’epidemia e scarseggiavano anche le medicine per i polli. Chiusa l’esperienza di allevatrice di pollame, andavo con le bambine a cercarne nei casolari isolati dei dintorni, dove erano immuni da ogni malattia e raggiungevo spesso un mulino accanto ad una roggia, circondato da un bosco che rendeva il paesaggio molto pittoresco. Sembrava un’antica stampa della campagna nordica: qualche volta è la natura che imita il dipinto. Là comperavo anche la farina e facevo il pane bianco e devo ammettere che come fornarina superavo con successo l’allevatrice di polli.

Mario arrivava per lo più in bicicletta con un suo amico: Angelo, medico della Radiologia, che aveva a Scaldasole la moglie, ricca proprietaria di terre: l’Angiolina, della quale io divenni amica affezionata. Era una donna semplice, non colta e non bella, ma intelligente coraggiosa e forte: l’ammiravo molto perché sapeva sopportare in silenzio e con dignità i torti ricevuti dalla vita. Avevano un bambino: Pietro, un monello di quattro anni, straordinariamente ardito, simpatico coetaneo della Vanna, complice di tutte le monellerie che facevano insieme, sempre in giro per il paese. Monellerie che potevano compiere due bambini di quattro anni in un paese tranquillo e solitario, dove erano conosciuti da tutti. Ma guai se si allontanavano dalla nostra vista perché andavano… chissà dove, sia pure, o appunto per questo, con un codazzo di coetanei del paese. Mia figlia aveva l’ordine di non lasciare le mura del castello; disubbidiva spesso. Ed erano rimproveri, condivisi dalla solidarietà delle altre donne. Rientrava senza le calzine: “Dove le hai lasciate?” “Le ho date a un bambino che non le aveva”. La ragione era dalla sua parte: le avevo insegnato così. Ma io ero presa da un dilemma: come potevo in quel periodo di penuria di tutto, e anche di denaro, oltre che di merce, andare a comperare ogni giorno al capoluogo, vale a dire, al centro di Sannazzaro, un raro paio di calzine? Risolsi così, dal momento che era estate: la lasciai coi sandali soltanto, senza calze. Pietro arrivava alla mattina prestissimo, con aria da piccolo Napoleone e pretendeva che svegliassi la sua complice, alla quale, piccolo com’era, non arrivava alle spalle. Sembravano due bambini da fiaba. Seppi recentemente che era diventato un ottimo medico.

L’Angiolina era malata di cuore ed ebbe in quei giorni una grave crisi, tanto che non riusciva quasi a parlare se non sottovoce. Io mi trattenevo spesso nella sua camera in penombra, seduta accanto al suo letto in silenzio, mentre suo marito, che la curava con delle iniezioni, faceva bollire le siringhe e continuava a piangere. Io guardavo scendere quelle lacrime con la massima indifferenza, quasi con dispetto. Lei mi aveva parlato più volte delle aperte, palesi e spudorate dissolutezze del marito, che sopportava in silenzio, quasi con distacco. In realtà ne soffriva e ne sofferse per tutta la vita.

Allora si riprese e guarì.

Venni poi a sapere, molti anni più tardi, che la mia amica era mancata, ne ebbi dispiacere, ma me lo aspettavo. Quella che mi fece grande impressione invece fu la notizia che lui, dopo la morte della moglie, si era sparato. Me lo rividi davanti mentre faceva bollire le siringhe e piangeva; e io lo guardavo col gelo nel cuore. Mi sentii improvvisamente e profondamente colpevole: io che pregavo e meditavo il Vangelo, non avevo avuto alcuna pietà di quelle lacrime d’uomo!

Quando l’Angiolina fu guarita, ascoltavamo – impunemente – insieme Radio Londra: “Qui parla il Colonnello Stevens…” che trasmetteva i messaggi segreti agli agenti del controspionaggio. Qualche volta – con un brivido – lo udii anche nominare: “Il Capitano Mario”. Tacevo, tremavo.

Nessuno in paese si curava del fatto che ascoltare Radio Londra era proibito: non c’era infatti nessun pericolo.

Il pericolo invece era quello di dimenticare, di sera, una luce accesa. Passava infatti, regolarmente ogni notte un piccolo aereo da ricognizione che chiamavano Pippo, gettava le sue bombe sui traghetti del Po e mentre andava oltre, se vedeva una luce accesa, di divertiva a spegnerla con una piccola bomba di scorta. Noi non avevamo paura tra le mura del castello: tutt’al più si spalancavano le finestre per lo spostamento d’aria al cader delle bombe sui traghetti del Po che scorreva poco distante. Pippo passava di notte sempre più o meno alla stessa ora e poi se ne andava, altri invece passavano di giorno, a volte anche a gruppi, come stormi di uccelli. Uno ne abbiamo visto precipitare su un campo alla periferia del paese, colpito dalla contraerea di Valenza Po, avvolto da una gran nuvola di fumo nero. La gente andava a vedere, come fosse uno spettacolo, quel povero pilota carbonizzato: io provai un senso di orrore e mi prese un nodo in gola per la voglia di piangere. Non riuscivo nemmeno a dire alle bambine disorientate che si doveva pregare in quel momento perché era un uomo che moriva così. A questo punto chiedo scusa al mio unico lettore perché la presenza del passato dentro di me è legata a quei ricordi che non seguono sempre un ordine cronologico né lineare e il mio dire può risultare a volte disordinato o confuso o ripetitivo. Il mio infatti non è un diario, né una trattazione sistematica, ma un racconto vissuto.


(continua…)

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