Essere tra le lingue #4: Dina Basso, Uccalamma / Bocca dell’anima

Viaggio nell’Italia neodialettale (Sicilia, 1).

Dina Basso, Uccalamma / Bocca dell’anima. Prefaz. di Manuel Cohen, Le Voci della Luna, Sasso Marconi, 2010. (www.levocidellaluna.it)

*

Chiara dorma

e ju

caminu casa casa

mettu a pignata

mi mangiu a’nzalata;

picchì suddu na sira nun mangiu

nun m’arricanusciu,

e ficcarimi cosi di intra

è ll’unica manera

ppì sintiri ca ancora

campu.

Chiara dorme / e io / cammino casa casa / metto la pentola / mi mangio l’insalata; // perchè se una sera non mangio / non mi riconosco, / e ficcarmi cose dentro / è l’unico modo / per sentire che ancora / vivo.

*

suddu ne ‘nsinghi do duluri

ppo’ nasciri ancora cocca cosa,

vulissa ca fussa a mia e a to’

a simenza.

Ma ci vulissa

– n’autra vota

suduri di ittari sutta u suli,

l’acqua ca nun c’è

– e costa cara

e a pacienzia d’aspittari

n’autra astati,

autri misi,

prima di vidiri cca spunta

e cchì putemu ricogghiri,

e suprattuttu

suddu di chistu

sulu

putemu campari

Se nei solchi del dolore/ può nascere ancora qualcosa, / vorrei che fosse la mia e la tua / la semenza.//Ma ci vorrebbe / – un’altra volta / sudore da buttare sotto il sole, / l’acqua che non c’è / – e costa cara / e la pazienza di aspettare / un’altra estate, / altri mesi, / prima di vedere cosa spunta / e cosa possiamo raccogliere, / e soprattutto / se di questo/ soltanto / possiamo vivere.

*

Oggi i picciriddi

comu fussa n’autra soru,

m’anu misu i pedi sutta o nasu

picchì ava dicidiri

quali dei dui

faciva cchiù fetu;

iddi nun sapeunu

ca chiddu era macari

u nostru jocu,

e ca a vint’anni e rutti

ancora rideumu

comu n’avissumu avutu

cincu e menzu.

Uora i nostri testi anu scigliutu

ch’ama stari luntanu,

e cc’ana dittu e pedi

di curriri cchiù ca ponu

-e possibilmente,

senza turnari arretu;

ma macari ch’ava n’annu

ca nunn’i sciariu

nuddu mi leva a convinzioni

ca chiddi ca fetunu cchiossai

erunu i mo pedi

e su ancora i mia,

i mia suli.

Oggi le bambine / come se fossi un’altra sorella / mi hanno messo i piedi sotto al naso / perché dovevo decidere / quali dei due / facesse più puzza; / loro non sapevano / che quello era anche / il nostro gioco, / e che a vent’anni e rotti / ancora ridevamo / come se ne avessimo avuti / cinque e mezzo. // Ora le nostre teste hanno scelto / che dobbiamo stare lontani / e hanno detto ai piedi / di correre più che possono / -e possibilmente, / senza tornare indietro; / ma anche se da un anno / non li odoro / nessuno mi toglie la convinzione / che quelli che fanno più puzza / erano i miei piedi / e sono ancora i miei, / i miei soltanto.

*

Ma matri mi diceva

ca nun m’ava vvestiri di niuru

ca è u culuri de morti,

do luttu,

de’ vecchi.

E ma matri comu sempri

aviva rraggiuni:

u niuru cosi bboni

nunn’ha purtatu mai,

ma iu mu mettu u stissu,

picchì è u culuri di cu ammazza

e macari di cui

u mortu

u chiancia.

Mia madre mi diceva / che non dovevo vestirmi di nero / che è colore dei morti, / del lutto, / dei vecchi. // E mia madre come sempre / aveva ragione: / il nero cose buone / non ne ha portate mai, / ma io me lo metto lo stesso, / perché è il colore di chi ammazza / e pure di chi / il morto / lo piange.

*

Nota di Manuel Cohen.

I testi in siciliano, nella varietà catanese, che il lettore può ora leggere sulle pagine de’ «La terrazza», sono tratti dal libro di esordio di Dina Basso, Uccalamma, Le voci della luna, Sasso Marconi 2010, nela collana diretta da Flavio Santi. A una prima lettura, questi testi sorprendono per la freschezza della voce e della materia, e pure per un dato di apparente, presunta nudità naturalistica: sembrano infatti versi di confessione sincera e tuttaffatto mediata da letterarietà. Ci dicono di un microcosmo domestico, di legami familiari : una lingua basica, la diremmo dunque quella della giovanissima autrice di Scordia, che già vanta il primato della più giovane esordiente in ambito neodialettale, e che nell’adozione della lingua madre si rivolge al lettore e al mondo scrivendo e quasi parlando (se poesia è, all’origine, eminentemente voce dell’oralità) nel modo a lei più congeniale e con la phonè più congrua: con e dalla bocca dell’anima, la locuzione con cui nella sua terra si indica la bocca dello stomaco: un felice traslato, attraverso cui esprimere una modalità di dire, e di essere, che nasce dal centro del corpo, tutto da esso partendo, tutto ad esso riconducendo. La scrittura fisica, come fisica è la acuta percezione delle cose, visiva e olfattiva, tattile e sonora, di questa nuova e già certa voce femminile, o poeta, tende a imporre il primato dell’elemento fisiologico quale sonar e radar sensoriale e emozionale. Dalla breve campionatura che appare su queste pagine, il lettore potrà cogliere alcuni motivi e temi cari all’autrice. Il primo, e con diretto riferimento all’uccalamma, è ravvisabile in Chiara dorma, dove l’atto dell’ingerire cibo si fa emblematico di una modalità d’esperienza introiettiva: come dire che tutto finisce nel corpo, quasi bulimicamente, in quell’epigastrio in cui il rapporto con il mondo assume le coordinate, anche di inquietudine, di bulimia e necessità nutritiva, dove l’attitudine a cibarsi, allude a una richiesta di affetto. Dina Basso scrive con la lingua madre, ma più, direi, con la lingua delle madri, quella dell’interiorità, quella della simenza, semenza di vita e pacienzìa, la pazienza del nascere, vivere, soffrire, aspettare, quella che più nei secoli ha connotato, regolato e relegato l’universo femminile isolano e italiano nel suo complesso. Dina Basso, che studia a Bologna e adotta più di una consapevolezza nella sua scrittura naturale eppure molto avvertita, ragiona con il corpo, con le sue istanze, le sue aspirazioni o richieste. Reagisce con il corpo, con l’uccalamma, che meglio di ogni retorica esprime un mondo di rapporti, di affetti, e di dolori. Sì, perché quella di Dina è una parola che attraversa la vita, e il nero del lutto; lo calza e lo veste, come in Ma matri mi diceva, non per abito o abitudine, ma per ultraesposizione dell’anima, della bocca dell’anima.

I testi di Dina basso e la nota di Manuel Cohen appaiono su «La terrazza», anno 4, n.4, dicembre 2010 (www.edizioninovecento.com).

12 pensieri su “Essere tra le lingue #4: Dina Basso, Uccalamma / Bocca dell’anima

  1. Vorrei anche sottolineare che la poesia di Dina Basso (pa “poesia” intendo, quella che sta “prima” della sua veste linguistica dialettale) è di grande interesse ed è maturata, nella sua essenza più profonda, in un orizzonte che va ben oltre il regionalismo linguistico. Dina rappresenta, pur nel colore di un temperamento radicato alla sua terra, un’indole e una personalità poetica di respiro. Direi che è uno dei casi (e ce ne sono molti) nel quale il dialetto e il suo sostrato culturale “porta” qualcosa di vivo e nuovo nella poesia di una nuova generazione, non tanto sul versante linguistico ma su quello dell’essenza della poesia. In un certo senso Dina si distacca dalla seriosità un po’ artefatta della poesia dei ventenni (o anche al contrario, da toni tragicamente spensierati e cupamente ironici, in ogni caso ieratici, a volte teneramente vatici e sempre barocchi) per proporre un tono asciutto che allude ai paradossi della vita e taglia corto sui sentimentalismi e i deliqui così come sul facile umorismo. C’è qualcosa, in questa poesia, che rammenta il modo di vedere la condizione umana (forse un po’ venato dallo spirito di Dìke) tipica del teatro greco più antico.

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  2. Per me il libro di Dina Basso è stata una bellissima sorpresa. Al di là del dialetto, apprezzo molto l’asciuttezza dei testi, la loro crudezza, e nel panorama odierno della poesia (e della vita) credo che ce ne sia molto bisogno. Però è anche vero che non basta essere diretti per scrivere bella poesia: Dina ha quelle qualità che le consentono lo scarto, l’apertura e dunque, con un coinvolgimento assoluto ed in ciò quasi adolescenziale (non è una critica, sia chiaro), riesce a sviscerare temi che invece fanno parte di una realtà adulta.
    Da leggere, secondo me.

    Francesco t.

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  3. Per mia fortuna, pur non sapendo parlare nei miei dialetti (piacentino, milanese e varesino), ne comprendo moltissimi, in particolare il siciliano di Palermo e di Catania (un po’ meno quello dell’entroterra). Ho potuto, quindi, gustare nel modo più autentico e diretto le fresche, profonde, reali poesie della giovanissima Dina, quasi fossero un refolo profumato di zagare della mia amata Sicilia.

    Giorgina Busca Gernetti

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  4. Senza Renata Morresi, che mi ha sollecitato nel progetto e che posta i materiali su La poesia e lo Spirito, questa rubrica non esisterebbe; dunque un grazie di cuore a lei, anche a nome dei neodialettali.

    Grazie anche ai commentatori:la sig.ra Giorgina,per il suo entusiasmo, l’amico Tomada per la sua generosità,e Lucini per le sue riflessioni: ha ragione, Dina Basso ha qualcosa di nuovo e di vivo. E poi, si intravvede tutta la potenzialità del suo respiro: occorrerà costanza, pazienza.

    Quanto al discorso generazionale: occorre non generalizzare, è anche presto per valutare la portata di una generazione (nata tra gli anni ’70 e ’80) che mostra buone possibilità in svariati e notevoli esordi. E’ vero che ci sono molte ‘pose’ (ma ci sono sempre state), ma c’è anche chi non posa e fa sul serio, anche tra i ventenni e trentenni.

    un saluto a tutti, Dina compresa.

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  5. Sul valore della poesia di Dina Basso mi sono già espresso, e qui lo confermo tutto, tutto il prodigio di questa giovanissima autrice. In più Dina è la testimonianza di come la pianta del dialetto (per molti già secca, già inutile sterpaglia) continua a germogliare e a regalarci gemme di un rapporto con la realtà che, proprio attraverso una lingua depositaria di secoli di esperienza, riesce a volte a esprimere meglio di un italiano tarpato e vilipeso com’è quello attuale, le ragioni di uno stare fra le cose e le anime, concretamente; sono lingue che come sonde vanno dentro la terra, fra semi e insetti, fra radici e vene d’acqua. Io credo che senza queste sonde staremmo tutti a maledire l’asfalto senza sapere il tesoro che c’è sotto.
    Con affetto. Fabio

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  6. Grazie a tutti gli intervenuti: a Manuel per aver creduto e perché crede ancora in me; a Gianmario per aver scavato a fondo nei miei testi; a Francesco che mi ha letta con tanta passione; alla signora Giorgina che sperò avrà modo di leggere altro di mio; a Fabio con cui condivido non solo la stessa collana editoriale, ma anche un cammino per portare il dialetto “dentro” le cose; e a Renata Morresi, senza la quale non saremmo neanche qui a scrivere.

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  7. Ho avuto modo di ascoltare dalla viva voce di Dina la lettura dei suoi versi.
    Non la conoscevo, ma da subito mi è arrivata potente nella sua semplicità profonda di cose care, di terra.
    La lingua dialettale carica la parola fino a renderla tesa e lucente, capace di dire quello spazio vorticoso che sta fra gli occhi e l’ascolto.

    Un saluto a Dina, che questo libro le apra tutta la poesia che è.

    E saluti a tutti.

    iole toini

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  8. Grazie alla preziosa attenzione di Manuel Cohen e di Renata Morresi la Poesia e i Poeti dialettali italiani hanno su LPELS una autorevole vetrina nella quale mostrare tutta la loro vitalità e validità. Un IN BOCCA AL LUPO, dunque, a Dina Basso che, in questo panorama, si candida a diventare una tra le voci più apprezzabili. A loro e a tutti il mio cordiale saluto, Marco Scalabrino.

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  9. Avevo postato stamattina, ad ora antelucana, come mia abitudine un piccolo commento, che non è stato riportato. Sicuramente avrò saltato qualche passaggio.
    Ricordo come, forse in questa sede, ebbi modo di fare i miei complimenti a Dina, intanto per la scelta di scrivere nel linguaggio della “uccalamma”, termine intraducibile, che significherebbe “bocca dello stomaco” intesa come sede delle emozioni(il siciliano è un po’ speciale!)e poi per farmi respirare una boccata di scrittura bassiana, quel tanto di Salvo che lei ha aspirato profondamente e che ne intride l’anima.
    Come Salvo lei smitizza e mitizza, con quel fonografismo assoluto e totale, quel voler essere dentro le cose, tenendosene, apparentemente fuori.
    Ho amato Salvo e credo che la sua stella pulsi con più vigore, ora che la sua voce sussurra ad una giovane anima, così che sembra rivivere in lei.
    Ringrazio Renata Morresi, Manuel Cohen, LPELS, per l’interesse mostrato nei confronti di chi sceglie il dialetto, saluto tutti, in particolare gli amici Franzin e Scalabrino e rinnovo alla bella Dina Basso le mie più sincere felicitazioni
    Flora Restivo.

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  10. Mortificatissima, mi scuso con Gianmario Lucini, per non averlo salutato, nel mio intervento.
    Lo faccio ora,aggiungendo che si è parlato molto di lui, ieri sera, alla presentazione della silloge “La sonnolenza delle cose.”. Se ne è parlato con l’autrice, con Scalabrino, Con Nino Contiliano…
    Affettuosità e ancora scuse.
    Flora Restivo.

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  11. Cara Iole, cara Flora, caro Marco,
    vi ringrazio tanto per quello che avete scritto, lo faccio con un po’ di ritardo ma sempre sentitamente. Iole, sei stata preziosissima per me, il tuo blog mi ha portato molto bene: mi hai appoggiata con tanta generosità e per me, appena esordiente, ha significato molto.
    A Marco e a Flora voglio rinnovare ancora i miei grazie per la dedizione con cui seguono il mio lavoro: avete accolto calorosamente il mio libro, manifestandomi una stima e una solidarietà che mi commuovono anche perché, parliamo la stessa lingua, quella intima e viscerale del dialetto.
    Vorrei anche ringraziarti, Flora, per avere ricordato zio Salvo: è vero, lui oramai è fuso con me, le sue poesie sono parte di me. Come hai ben compreso, non è una bandiera, mio zio, da sventolare, non è un modello da ricalcare: è una voce profonda, un respiro continuo che alimenta il mio scrivere in quanto lo ha voluto, lo ha incoraggiato, lo ha indirizzato. Con lui condivido una vocazione e uno sguardo, che poi però si declinano nella specificità del mio scrivere, certo più acerbo, certo femminile, ma come scrivo in una poesia, “u stampu da famigghia, mi stampau precisa” – e per fortuna, aggiungerei…
    Ancora tante grazie a tutti gli intervenuti, ma anche uno a chi non ha scritto ma condivide con me la grande gioia di questo libro: Sergio Rotino, che ha fatto moltissimo per diffondere la mia poesia e che ha creduto in me dal primo momento in cui ha letto i miei versi, quando ancora erano quasi appunti presi male.
    Un abbraccio,
    Dina

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