2010 – 2011

E’ sempre un anno in meno.
Montagne di parole e gesti
cari o miserrimi
sull’orlo d’un burrone
da cui non è dato risalire.
Il cielo rosso e frizzante
di botti e luci colorate
ha però la carne e gli occhi
di chi promette e mantiene.
Vivremo nella fede scanzonata
del giorno dopo giorno
mai troppo leggeri:
la morte in una tasca
la vita nell’altra.

75. Lev Shomèa

da qui

Leopoldo è imbarazzato: il dottor Peltre ha dichiarato di non credere a una parola della storia che lui ha vissuto passo dopo passo. Come farà a convincerlo? Si rende conto, per la prima volta, dell’insufficienza della materia verbale, in cui consiste, poi, tutto il suo mondo. Sarebbe più facile esprimersi in musica, puntare direttamente al cuore con le note, che s’impongono senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Gli torna in mente quella sera, al teatro greco di Taormina, in cui le dita di Ashkenazy dipingevano arabeschi di suoni che lo rapivano in un’altra dimensione: al momento del Valse noble perse quasi conoscenza, era il pezzo che lo commuoveva di più in assoluto e non sapeva dirne la ragione: è la musica che spiega tutto, prende il cuore e lo fa battere molto più veloce finché non senti male e vorresti rivolgerti al vicino, implorarlo di aiutarti, ma vedi che lui è nelle stesse condizioni, si è voltato nello stesso istante, come in trance, mentre il Valse noble sembra rovesciare il teatro, rovesciare il mondo, mostrarne i tratti veri, quelli di cui non ti sei mai accorto, perché, come scrisse qualcuno, l’essenziale è invisibile agli occhi, ma udibile agli orecchi, e solo il pianoforte è in grado di sussurrare l’essenziale, che ha la stessa aria bohémien di Vladimir Ashkenazy, i capelli spettinati, il naso leggermente aquilino, le basette spesse, la camicia e la cravatta spiegazzate per il continuo agitarsi, il rincorrere un senso che le note custodiscono e rivelano a chi le sa ascoltare, come aveva capito Salomone, il grande re, quando a Dio che gli chiedeva di esprimere il desiderio più profondo rispose di volere un lev shomèa, un cuore che sappia ascoltare, come quello di Leopoldo, che ora, però, deve chiederlo per il dottor Peltre, il quale non crede a una parola di quello che gli hanno riferito.

Anche se (Buon anno)

da qui

Buon anno, che espressione idiota:
un oroscopo basta per sapere come andrà, e comunque
sarà pieno di molestie, come sempre, di mancanza di tatto,
invidie, gelosie, pettegolezzi,
la frase detta dietro
perché il coraggio è una virtù scaduta.
Ma è il coraggio che serve,
credere
che sotto la cenere di auguri sottovuoto
bruci un desiderio di riscatto.
Serve affrontare i mostri che ogni giorno
s’ingegnano a estirpare la speranza,
urlare che no, io non m’arrendo,
nemmeno in ginocchio sotto i colpi;
se sarò trascinato nella polvere
del mondo, il suo frastuono,
io non m’arrendo: anche se il tempo
infierisse, lo guarderò negli occhi,
gli tenderò la mano, pronuncerò
– con l’ultimo respiro –
una parola inascoltata di perdono.

Le 30 canzoni migliori di tutti i tempi

Le 30 canzoni migliori di tutti i tempi

a cura di Loris Pattuelli

Per riscoprire i capisaldi della cultura musicale rock, Rolling Stone ha stilato una classifica speciale, le 500 migliori canzoni di tutti i tempi. Ecco le prime 30.

1. Like a Rolling Stone Bob dylan
2. (I Can’t Get No) Satisfaction The Rolling Stones
3. Imagine John lennon
4. What’s Going On Marvin Gaye
5. Respect Aretha Franklin
6. Good Vibrations The Beach Boys
7. Johnny B. Goode Chuck berry
8. Hey Jude The beatles Continua a leggere

74. Tre cose

da qui

Giulio da Padova è andato via deluso. Saulo è rimasto tra gente sconosciuta; in comune c’è solo l’ansia per la sorte di don Faber. Riflette sull’esperienza assurda che gli tocca vivere: un proiettile casuale colpisce l’amico, un punto di riferimento viene meno all’improvviso, la lotta fra la vita e la morte diventa il simbolo di tutta la realtà. Continua a leggere

Con tutti gli amuleti cuciti sul vestito

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVVVIVIIVIIIIXXXIXIIXIII XIV
XV –   XVIXVIIXVIII

Quando nacqui io non si usavano più. Qualche  tempo prima, invece, per vincere le loro ansie e le loro paure o magari qualche satanasso, le donne portavano appese al petto come scongiuri zampe di lepre o zampe di coniglio, forse anche di tasso.

Col tempo questi ciondoli furono sostituiti da altri d’argento, d’oro o di corallo, detti manùzz. Le manine facevano il gesto delle corna o quello della fica. Al loro posto poi furono messi corni e croci, rimpiazzati a loro volta dall’arsenale delle virtù: croce, àncora e cuore, simboli di fede, speranza e carità, che rimasero amuleto, per quanto teologale. Continua a leggere

Un regalo per Domma

Con queste parole semplici, dedicate a don Mario, un’animatrice della comunicazione del Centro di formazione giovanile, Margherita (Titti) De Donato, ha vinto il Premio alla cultura della decima edizione del concorso letterario di poesia e narrativa Il telescopio.
Canale 10 ha ripreso l’evento e ne ha realizzato uno special.
Dedichiamo la notizia a Domma, nel secondo anniversario della morte. Continua a leggere

Nel traffico. Di Renata Morresi


( Giostra)

Nel traffico

What do we know? We’re just drivers

Che ne sappiamo? Guidiamo solo, noi

L’autista

Anche noi abbiamo visto il quartiere
a modo nostro riunito
le auto per colore e una maglietta
con le righe, con uno sforzo enorme
per comprendere gli avverbi
richiesto ai presenti d’essere tutti
attenti abbastanza a non mischiare
le immondizie, osservato la distesa
di pavimenti e porte
la spaventosa fiducia riposta
nel film preferito, nel giudizio
razionale, nella reazione a pelle,
la nostra intelligenza ornamentale. Continua a leggere

la guerra sottile

di Antonio Sparzani

«Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?
Quam ferus et vere ferreus ille fuit!
»
(Albio Tibullo [I° sec. a. C.], Elegie, I, X, 1-2)

Forse lo fanno anche gli scienziati, che da nessun peccato sono, né mai furono, immuni, quello di piegare una teoria ‒ ancorché resistente alle pieghe ‒ fino a forzarla a coincidere con una realtà sperimentale ormai consolidata che non si vuol perdere e che soprattutto non si può perdere; perché madre natura non si cura delle leggi che gli uomini le affibbiano o le dicono di seguire, ella procede imperterrita per strade sue; e allora qualche volta, se si ha già lì pronta una teoria tanto bella che spiacerebbe abbandonarla, si cerca di adattarla in ogni modo e con ogni sforzo fino a farle dire esattamente quel che madre natura fa.

Persino Edgar Allan Poe, nella Lettera rubata, menziona una simile diffusa procedura, usando la metafora del letto di Procuste ‒ letteralmente «lo stiratore» ‒ colui che stira, o stiracchia, o taglia pur di adattare qualcosa a qualcos’altro.
Sì, forse l’adottano anche gli scienziati questa pratica che rientra nella grande favola tomistica della adaequatio rei et intellectus, la formula magica della verità, ma certo i politici vi sguazzano a piedi e mani unite. Sottili e non sottili. Uno straordinario esempio ci è stato offerto sul Sole24ore del 17 ottobre scorso da colui che venne spesso indicato come il dottor sottile, forse per la sottigliezza del suo profilo, o forse pensando all’etimologia di sottile, che deriva dall’arte dei tessitori, subtilis da sub-t(el)-ilis, i fili sotto la tela sono i più fini, perché è proprio una tela quella che tesse questo ex presidente del consiglio dei ministri della nostra sfortunata repubblica, voglio naturalmente dire l’onorevole professor Giuliano Amato, nomen non omen, si direbbe in questo caso. Purtroppo lo stesso discorso è stato concisamente ma chiaramente ripreso e con forza ribadito dal Capo dello Stato nel suo discorso commemorativo della vittoria nella prima guerra mondiale il 4 novembre scorso (ma per quanto ancora dovremo commemorare questa data di 92 anni fa?). Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.60: Dittico delle parole. Marco Giovenale, “Storia dei minuti (casa. clinica)”; Francesca Matteoni, “Tam Lin e altre poesie”

Dittico delle parole. Marco Giovenale, Storia dei minuti (casa. clinica), con la traduzione francese di Michele Zaffarano, Massa, Transeuropa, 2010; Francesca Matteoni, Tam Lin e altre poesie, Massa, Transeuropa, 2010

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di Giuseppe Panella*


Marco Giovenale ci prova ancora. La sua scrittura apparentemente fredda, astratta, fatta di rilievi atoni e modesti nasconde una passione e una poetica molto più rilevante: quella legata alla possibilità della conoscenza ottenuta attraverso la capacità di cogliere la verità mediante l’utilizzazione dello sguardo oggettivo di uno “spettatore non indifferente”.

«L’ultima colonna in fondo / nel quadro – svela: una piccola / riga di donna che (spórta / nel bordo buio una elle di fiaccola) / illumina l’uscita per lo sguardo. // È la Contemplazione, che si nega, / dice la guida dotta, che è identica / a chi vede, perché passa – ma diversa / perché è persuasa e spiega. // Rimasta indietro, sua figlia non si è persa. / È albina e condannata a ridere / rapida. (Chiaro, dimentica)» (1).

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73. L’orologio

da qui

A Maria viene il dubbio di aver lasciato il cellulare acceso: immediatamente, infila la mano destra nella tasca e s’imbatte in una catena sottile, di quelle usate per appendere al collo monili di una certa dimensione. Prova a tirare, ma è difficile, perché ci sono oggetti antagonisti: un accendino che porta sempre con sé, anche se ha smesso di fumare; una chiavetta per collegarsi in rete, le chiavi dell’automobile e di casa, il cellulare stesso, che all’improvviso ha perso d’interesse. Continua a leggere

Non importa

da qui

Non importa che il respiro si spezzi ogni momento
nel tempo in cui la regola è morire,
dare fino alla nausea, alla vertigine,
non aspettarsi nulla, oltre il rintocco
di campane appena riparate.
Il regno è all’orizzonte della notte
con la faccia di Pietro, l’idraulico rumeno cui nessuno
affida più il lavoro, dopo l’incidente. In cambio
fu clemente l’auto da cui è stato investito l’altra sera:
dimesso poco dopo, all’ospedale.
Don Fabrizio! – ha gridato, incrociando i miei occhi appollaiati
sui suoi, nel ventre bianco del pronto soccorso cittadino.
Il Natale ha la faccia dei poveri, si nasconde agli scribi
e ai sacerdoti occupati nei riti solenni di una falsa religione.
Per conto mio
non credo più all’inferno e al paradiso:
vago di giorno in giorno
in una vita che non cessa di sorprendermi.

50 anni per il capolavoro di Flannery O’Connor

Mezzo secolo fa vedeva la luce Il cielo è dei violenti di Flannery O’Connor (1960), uno dei massimi capolavori della letteratura americana. Un romanzo tanto perfetto quanto urtante. «Inaffondabile» l’ha definito il critico Harold Bloom, neanche parlasse di un caccia torpediniere, e bisogna dargli ragione. Anche se piuttosto breve, leggerlo richiede tempo. Le pagine sono robuste e sostanziose come razioni di pane nero e lardo: impossibile digerirne più di una ventina al giorno. Ogni parola è definitiva, ogni frase pare incisa nella pietra e nel cielo. Il cielo è dei violenti rappresenta il vertice di un’esistenza interamente dedicata alla scrittura, che la O’Connor intese sempre come precisa, esigentissima vocazione. Non ho più letto nulla di simile e, forse, neppure esiste. Continua a leggere

In libreria “Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm”, a cura di Wu Ming 4

Dal sito dell’Associazione Romana Studi Tolkieniani

È in libreria la nuova edizione del testo di J.R.R. Tolkien Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm (Bompiani) a cura di Wu Ming 4. Oltre al testo di Tolkien, emendato da alcuni smaccati errori di traduzione presenti nella precedente edizione (Albero e Foglia, 2000), il libro contiene la traduzione italiana del poema breve La Battaglia di Maldon e un articolo monografico di Tom Shippey, massimo esperto tolkieniano vivente. Qui di seguito l’intervista al curatore (di Roberto Arduini), pubblicata su L’Unità del 21 dicembre 2010. Continua a leggere

Qualsiasi cosa vogliate credere che sia

L’oggetto lo trovarono a bordo strada. Era in ottime condizioni, come se fosse appena uscito dalla vetrina di un negozio e qualcuno lo avesse dimenticato lì per errore.
“Unica spiegazione possibile” aveva detto Luca. “Non c’è nessun’altra ragione, per qualcosa del genere, di trovarsi in questo posto.”
‘Questo posto’ era la strada in cui vivevano da quasi un anno.
Stavano guidando di ritorno a casa nel silenzio quieto e funereo delle villette a schiera, quando l’avevano entrambi notato. Era sul marciapiede. Il marciapiede era sgombro e in giro pareva non esserci nessuno. “Un appoggia-cose” aveva detto Sara. “Una scultura in plastica” aveva detto Luca.
“Scultura?”, aveva detto Sara, “e di cosa?” Si tenevano a braccetto. Sara aveva stretto Luca al suo fianco e si era messa a ridere. “A me non pare assomigli a niente.” Continua a leggere

Chandra Livia Candiani, “Versi d’asino” e altre poesie

da Versi d’asino

Mio rifugio
mia rondine senza capo né coda
puro volo;
a cosa tornare
senza casa né passo
a quali ali affidarsi
nello spazio senza lingua del limite
a quale fuoco scaldare
le mani senza corpo. Continua a leggere

Quoth the Raven:”Nevermore”. Di Liliana Zinetti

Quoth the Raven:”Nevermore” 1

Forse per il vento
che premeva ai vetri
stamattina gli oggetti avevano
uno sguardo diverso, allucinato.
La tazzina di caffè
teneva sul fondo il giorno prevedibile, eppure
una diversa luce sfarinava le ore, il quotidiano
bussava a una porta che il giorno prima,
lo giuro, non c’era. Continua a leggere

Una curiosa somiglianza

Sandro Veronesi, XY, Roma, Fandango 2010:

Sangue. Sulle lenzuola, sul cuscino, dappertutto. Mi hanno ammazzata? Sono entrati mentre dormivo e mi hanno tagliato la gola? Il cuore batte all’impazzata, ho paura: ho paura di scoprire che mi hanno ammazzata. Eppure devo guardare, devo controllare. Sto bene, però, mi sento bene: potrebbe non essere mio, il sangue. E di chi è? Questo mi fa ancora più paura. Mi alzo, fa freddo. Continua a leggere

Varcare la soglia di una domanda. Di Francesco Marotta


(Sentieri nella neve)

varcare la soglia di una domanda

varcare la soglia di una domanda
rasente all’ombra che a fatica
recupera i suoi codici eccede gli argini
imponendosi torsioni di lingua
per esempio la trama discorde
che dai margini offre un sentiero
al silenzio

Da: “Esilio di voce” di Francesco Marotta (2009)