E’ ancora possibile scrivere un romanzo?

Di Loris Pattuelli

Un racconto? No, niente racconto, mai più.

da qui

Questi appunti sono qui da qualche mese, credo dal primo numero del post dedicato all’impossibilità di scrivere un romanzo. Fossero capitati nel cestino, non ci sarebbero stati problemi, e invece è andato a finire tutto nel PC, e la seccatura adesso è tua. Posso cogliere l’occasione per salutarti e per ringraziarti del disturbo? C’è chi parla perché ha qualcosa da dire, c’è chi tace perché non ha niente da dire, io non ho niente da dire e adesso lo dico anche a te. Non è molto, lo so, giusto la premura di un altro fingitore.

da qui

Non so se il romanzo tu lo stai scrivendo per davvero. Io penso di sì, ma non mi stupirei del contrario. A dirti queste cose è un lettore distratto, un creditore anche troppo riconoscente. Solita manfrina che non tiene conto di Tom Robbins, Cormac McCarthy, e di qualche altro passante che passa. lI mondo è pieno di scrittori, così come di piloti, di buongustai e di strateghi del pallone. Ci vuole pazienza, la pazienza che separa il gatto dal passerotto. Fossimo in televisione, adesso partirebbe una réclame, fossimo a un incrocio, ci sarebbe da controllare il colore del semaforo, ma siamo su Microsoft Word e io ho soltanto un ciao da regalarti. Se andiamo avanti, forse ci ritroveremo sulla porta di casa. Sei pronto per spalancare porte e finestre, per cantare, per volare, per ballare a tre spanne da terra? Questo è il novecento, bellezza, e tu puoi soltanto tenere a mente quelli che dimenticano dove porta la strada. Bene, inizio e fine del nostro unico intervallo. Ti ho mai parlato della mia intenzione di adottare Madame Bovary? Al di là delle meste figliolanze e delle paternità più sciagurate, credo che Flaubert abbia scritto questo libro per gli amanti del carillon, e non certo per la buona borghesia del diciassettesimo secolo. Il mio consiglio è di aprirlo sempre a caso, e di considerare che la sua semenza non è poi così diversa dal rumore dell’Arpa Eolia. Schiacciando il tasto rewind, mi chiedo se il romanzo tu lo stai scrivendo per davvero, se sei alle prese con un bel finale, eccetera eccetera. Inquietato da questa prospettiva, adesso copio e incollo un frammento veramente stonato e fuori tema.

Mi avevano domandato: Raccontaci come le cose si sono svolte “esattamente”. – Un racconto? Cominciai: Non sono né sapiente né ignorante. Ho conosciuto gioie. E’ troppo poco dire. Io raccontai loro l’intera storia che essi ascoltavano con interesse, mi sembra, almeno all’inizio. Ma la fine fu per noi una comune sorpresa. Dopo questo inizio, dicevano, verrete ai fatti. Come! Il racconto era terminato.

Maurice Blanchot, La folie du jour, Editions Fata Morgana, 1973.
Maurice Blanchot, La follia del giorno, Elitropia Edizioni, 1982.

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Ma è ancora possibile scrivere un romanzo? Una risposta a questa domanda potrebbe arrivare da un altro frammento stonato e fuori tema.

Ombrosa non c’è più. Guardando il cielo sgombro, mi domando se davvero è esistita. Quel frastaglio di rami e foglie, biforcazioni, lobi, spiumii, minuto e senza fine, e il cielo solo a sprazzi irregolari e ritagli, forse c’era solo perché ci passasse mio fratello col suo leggero passo di codibugnolo, era un ricamo fatto sul nulla che assomiglia a questo filo d’inchiostro, come l’ho lasciato correre per pagine e pagine, zeppo di cancellature, di rimandi, di sgorbi nervosi, di macchie, di lacune, che a momenti si sgrana in grossi acini chiari, a momenti si infittisce in segni minuti come semi puntiformi, ora si ritorce su se stesso, ora si biforca, ora collega grumi di frasi con contorni di foglie o di nuvole, e poi s’intoppa, e poi ripiglia a attorcigliarsi, e corre e corre e si sdipana e avvolge un ultimo grappolo insensato di parole idee sogni ed è finito.

Italo Calvino, Il barone Rampante, Einaudi, 1957.

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Buona lettura e saluti da Loris.

8 pensieri su “E’ ancora possibile scrivere un romanzo?

  1. chissà se calvino usando il pc avrebbe potuto scrivere questa pagina sublime?

    il dubbio m’assale, ma non sulla risposta da dare alla retorica domanda: il sapiens sapiens è anche Homo narrans o forse è meglio dire doppio sapiens perché narrans quale che sia la forma che darà al suo narrare. (ps: mi assale un altro dubbio… ma queste sono parole mie ho le ho lette da qualche parte e ora ve le ripropongo come se mie fossero?)

    (pps: e poi, a parte il don faber sparato che ancora mi fa male lo stomaco o giù di lì pure a me :-)e non mi passa il magone , il romanzo di fabry è proprio forte!)

    ciao!

    claudia

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  2. Guarda te che combinazione, mentre leggo l’articolo di Loris ho un libretto aperto dinanzi a me (che pure in questo periodo non ho tempo neppure per me stesso) e leggo:
    Si può certamente scrivere senza domandarsi perché lo si faccia. Uno scrittore che guardi la propria penna tracciare segni, ha il diritto di alzarla dal foglio e dirle: fermati! Cosa sai di te? Verso cosa ti muovi? Non ti accorgi che il tuo inchiostro non lascia tracce, che vai avanti liberamente, ma nel vuoto, che, se non incontri alcun ostacolo, è perché non hai mai lasciato il tuo punto di partenza?
    Come molti, seguo il feuilleton fabriciano (detto senza ironia, mi pare molto bello) e però non riesco a scuotermi di dosso l’impressione che questa letteratura “in presa diretta” deve essere prodotta da una profonda esigenza, e riveli come una specie di impudiciza (non saprei quale parola trovare). Non intendo con questo termine un comportamento sconveniente, solo la manifestazione immediata, non adulterata, non sofisticata da meditati artifici retorici, di un impulso naturale alla scrivere.

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  3. Il mio augurio, Fabrizio è che sì: si continui nell’implume tentativo,”piumaggio breve”,lo chiamai, oscillante tra desiderio di grandeggiare negli spazi il tempo,di ararlo e di contraddirlo, per esempio chiudendo con l’impeto lirico. Cosa devo dire?che a me,con “China”, è accaduto così: nato come romanzo,dal raccogliere dopo che frammenti il filo rouge della vita intera, in una stanza d’ospedale davanti alla morte della madre (un classico, si dirà)Non del tutto, poiché avevo tempo e e ricordi contati.
    Un “je me souviens ” prima che si azzerasse la pochezza delle cose ricordate…Pérec mi risolleva dall’amnesia, pensavo,
    ma poi, dopo anni, ha tirato fuori la voce il suono della poesia. E sotto dettatura ho riscritto.(Lascia fare, suo poiein alla lettera.. al tempo, Fabrizio)
    Ora China è un romanzo, in versi.
    Maria Pia Q.

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  4. grazie, amici e grazie Loris.
    il romanzo mi accompagna durante la giornata, cresce con me:
    un po’ alla volta emerge la scena successiva, che prende forma
    in mezzo agli eventi del momento.
    riesco persino a togliermi qualche sassolino dalle scarpe.
    il romanzo è un mondo in cui puoi dire quello che ti manca,
    o che duole, o che desideri.
    credo che scriverò romanzi fino all’ultimo,
    se il dono mi rimane.

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  5. E’ veramente prezioso questo dono, questo tuo “talento”, ed è bello come lo hai valorizzato e sviluppato: ormai non posso fare a meno di rimanere incollata davanti al PC per leggere questo romanzo fino alla fine, anzi questa avventura nel mondo della scrittura, che fin dall’inizio mi rimanda continuamente anche ad altri generi di libri e di autori, spingendomi a “ripassare” letture ormai date per assunte ma in realtà quasi dimenticate.
    Grazie don Faber!

    “Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dall’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intersecano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, -Quale storia, laggiù, attende la fine?- chiede, ansioso d’ascoltare il racconto” (I.Calvino)

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  6. il dono si potenzierà, come è scritto per tutti quelli che i talenti non li sotterrano. credo che calvino, a cui in vita e in morte ho sempre pensato come una figura angelica, sia da qualche parte in affettuosa e curiosa attesa del tuo lavoro. in questo gli assomigli: che mentre scrivi dello scrivere, riuscendo a toglierti persino “qualche sassolino dalle scarpe” – anche lui se n’è tolti, senza smettere di essere angelo – non perdi di vista la vita e ti escono pezzi in forma di poesia in prosa, o viceversa, che è quasi lo stesso, non volendo parlare dalla cattedra.
    non dalla cattedra, ma come compagna di banco ti ricordo che questi versi universali, cambiando le cose che vanno cambiate, sono illuminanti per ricordarci il rapporto che sempre intessiamo con qualcuno prima di noi. lo dice anche petrarca in qualche lettera a dionigi o ad antonio da messina o boccaccio, non so: ma petrarca mi sta un po’ antipaticuzzo:

    Or sei tu quel Virgilio e quella fonte
    che spandi di saper si’ largo fiume?
    Rispos’io lui con vergognosa fronte

    O degli altri poeti onore e lume
    vagliami il lungo studio e il grande amore
    che mi ha fatto cercar lo tuo volume

    Tu sei lo mio maestro e lo mio autore
    tu sei solo colui dal quale io tolsi
    lo bello stile che mi ha fatto onore

    buon lavoro. ti leggo e ti penso intento a toglierti i sassolini dalle scarpe e dall’anima.

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