Il Capitano Mario (XXVIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII)


Era sempre più difficile vivere…


Quantunque al castello la vita trascorresse relativamente tranquilla, tuttavia in quell’estate 1944 le comunicazioni divenivano sempre più precarie specialmente per me che dovevo recarmi spesso a Pavia. In città avevo lasciato, come facevamo in molti, l’indispensabile per dormire e per cucinare: l’appartamento era quasi vuoto. Avevo traslocato nel cascinale di un’amica i mobili migliori e i libri temendo la distruzione della casa, situata, come già dissi, all’ultimo piano fra due caserme. Mario tornava a casa dall’ospedale soltanto quando c’ero io, che dovetti trattenermi più del solito a Pavia per gli esami di riparazione al primi di settembre.

Fu proprio allora che subimmo il bombardamento più terrificante. Avevamo pochi alunni, riuniti insieme con quelli di altre scuole nella sede più centrale, detta “dei tre cancelli”. Era un enorme palazzo antico che aveva dei sotterranei a volta, grandi e robusti, destinati in parte alle scuole e in parte, al di là di un divisorio di assi, a rifugio pubblico, segnalato al di fuori e con accesso esterno. Le sirene dell’allarme seguito dal rombo assordante di quelle che chiamavano fortezze volanti ci costrinsero a scendere precipitosamente nel nostro rifugio. L’obiettivo – in linea d’aria – era poco distante: si trattava questa volta dei ponti sul Ticino. Il primo, il Ponte Nuovo, fu subito spazzato via come se fosse stato un bersaglio di cartapesta, poi venne la volta del Ponte Romano (il famoso ponte coperto) poco distante dal palazzo della scuola. Subito si sentì uno scroscio pauroso: quello di tutti i vetri del palazzo contemporaneamente infranti, che fece ancor più impressione di quello delle prime bombe. Ma il ponte non cedeva, e ad esse ne seguirono altre e altre ancora, per quanto tempo non saprei dire, ma fu parecchio. Nel rifugio ad ogni scoppio si levava un gran polverone e il palazzo che si scuoteva dalle fondamenta sembrava che ci crollasse addosso. Quello che poi fu il peggio, e che rendeva la scena dantesca, era, ad ogni scoppio, l’urlo collettivo della gente che si era stipata nel rifugio pubblico, al di là di quelle quattro assi che lo dividevano dal nostro. Noi eravamo strette insieme in un angolo, smarrite. Io avevo con me un alunnetto dodicenne, pallido, tremante, e me lo tenevo stretto vicino, quasi a proteggerlo, se avessi potuto. Le mie colleghe piangevano. Io riuscii a vincermi e dissi: “Recitiamo il rosario”. L’avevo sempre in tasca in quei giorni. Non so quanto durasse il bombardamento, ma ricordo che eravamo quasi alla Salve Regina quando l’incubo fu finito. E ne seguì il silenzio. Tutti corsero fuori: io abbracciai l’alunnetto, dicendogli: “Scappa subito a casa!” e corsi in cerca di Mario, con la tremenda paura che altre bombe fossero cadute sull’ospedale, che era vicino alla stazione. E quando lo vidi svoltare svelto in bicicletta in fondo al viale, corsi ancora più in fretta verso di lui per abbracciarlo, finalmente. Questa volta senza riuscire più a trattenere le lacrime: lacrime di gioia, col cuore gonfio di grazie al Signore. Andammo a casa: tutto era a posto, tutto era tranquillo intorno, come del resto nelle altre zone della città. Nessuna vittima. Soltanto case, gravemente lesionate nel Borgo-Ticino, detto dei lavandai, i quali erano tutti fuggiti.

Mario volle condurmi al ristorante che era affollato di gente, a cui servivano un’enorme quantità di pesci, vittime del bombardamento, che dovevano essere ottimi, essendo senz’altro freschissimi. Ma io non riuscii a mangiare. C’era con noi un amico, il Dr. Fornaroli, che era venuto a cercarci, e si andò poi insieme per fare una ricognizione sul Lungo-Ticino. Il tracciato del viale non si riconosceva più, ma oltre agli enormi crateri provocati dalle bombe sul percorso, erano gli alberi le vittime: improvvisamente scheletriti, spogli di tutte le loro foglie di colpo cadute intorno e triturate in minutissimi frammenti. “Parean file di scheltri in cimitero” dice il Carducci, nella Canzone di Legnano, di cui si parla oggi, anche da parte di poveri ignoranti, che nemmeno l’hanno letta.

Del ponte romano erano rimasti i piloni, che pure erano sconquassati, ma resistevano, e pareva volessero dire agli uomini che la barbarie non può annientare una civiltà costruita in tanti secoli lontani, perché quella civiltà nonostante tutto rimane e sfida i secoli, poichè è lo Spirito che è presente alla storia dell’uomo. Tutte le antiche civiltà possono perire, ma lo Spirito, in esse vivente, è come una fiaccola che, attraverso prove e fatiche e nobili conquiste “passa di mano in mano e il suo splendore si accentua”.

L’acqua scorreva limpida e traslucente sotto il cielo sereno, di cui rifletteva quei colori autunnali che nessun fiume come il Ticino sapeva allora captare, e s’increspava attorno ai piloni del ponte che apparivano scoperti. Non c’era una nube.

Ma io ero molto depressa. Mario disse per consolarmi: “Andiamo da Don Angelini a prendere il tè”. Là, nel giardino del Borromeo, c’era una gran pace, e sopra tutto la conversazione pacata del nostro vecchio amico che parlava di tutto fuorché del bombardamento della mattina come se non ci fosse mai stato, mi diede una tale serenità che io lo ascoltavo, immemore, come se la sua voce provenisse dall’Alto.


(continua…)

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