Provocazione in forma d’apologo 187

Ho passato da un pezzo i trent’anni; dopo la laurea, per ingannare il tempo, ho fatto qualche master. Ovviamente sono ancora precario. Ma oggi è la grande occasione, mi hanno preso in una televisione come intervistatore e devo recarmi a un oceanico evento di piazza tra il sociale e il politico per sondare gli umori della gente.

Sono ai margini del serpentone colorato che esegue coreografie e scandisce slogan. Fermo un signore di mezza età con la famiglia, e gli rivolgo le domande che sembra logico rivolgere in situazioni del genere. Poi, al momento di ringraziare salutare e passare ad un altro, lampo di genio. Gli chiedo: “Oltre a scendere in piazza, in quali altri modi lei e la sua famiglia vi impegnate per il prossimo?”.
“Be’, con gli sms di solidarietà, con le adozioni a distanza e col volontariato.”
“Càspita, tanto di cappello. E, se posso chiederglielo, lei avrà qualche risparmio in banca…”
“Be’ certo: il dentista, la scuola dei figli…”
“E anche l’auto e le ferie, ci mancherebbe. Posso chiederle come li impiega?”
“Buona parte del mio gruzzoletto è in fondi bilanciati.”
“E, scusi ancora, scelti come?”
“Per rendimento e affidabilità.”
“Non per composizione e impiego?”
“No, come si fa? Da questo punto di vista sono tutti ugualmente impenetrabili, almeno per uno che ha la mie scarse competenze e il mio poco tempo per studiarne le condizioni. Perciò tanto vale.”
“E posso chiederle dove fate le spese di casa?”
“Il sabato pomeriggio andiamo in un grande centro commerciale e facciamo gli acquisti necessari per tutta la settimana.”
Questa volta lo lascio davvero e passo ad altri, che mi dicono più o meno le cose già ascoltate da lui.
Torno in redazione, faccio montare il pezzo e aspetto l’ok del mio responsabile. Sono conscio dell’impegno profuso e un po’ fiero del valore aggiunto, ma insomma non si sa mai. E infatti il responsabile mi chiama e con una strana faccia mi dice: “Tu sei di certo un bravo ragazzo, preparato, anche brillante. Ma cosa mi combini, proprio il primo giorno?”
“Ma io…”
“Ma tu. TU. Tu vuoi raddrizzare le banane e le gambe dei cani, che il buon Dio ha fatto storte. La gente vive come sa e come può, quelli che ti ho mandato a intervistare sono fra i migliori e non hanno bisogno che un cane sciolto gli metta nell’orecchio le proprie pidocchiosissime pulci. Servisse a qualcosa, poi.”
“Ma allora?”
“Allora. Allora questa sera rifletti e domattina mi saprai dire che cosa vuoi fare da grande. Intanto va’ a casa e nel notiziario delle venti guardati il servizio.”
Guarda guarda, un capo con la sindrome paterna! Ubbidisco. Mentre riscaldo la pizza precotta guardo il servizio con qualche inquadratura d’atmosfera in più e qualche domanda in meno: ineccepibile, irriconoscibile.
E va bene. Adesso mi mangio questo schifo di pizza con un paio di birre, poi sfoglierò un paio di libri con un po’ di musica. Quindi andrò a letto dove la notte (probabilmente insonne) forse mi porterà consiglio. Dopo di che saprò dire.

12 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 187

  1. Caro Roberto,
    il tuo aspirante giornalista è un po’ ingenuo. Non vede quasi quotidianamente che i servizi televisivi sono manipolati almeno in questi aspetti: un taglio qui, uno là, uno zoom sulla scenografia (che in molti casi è di qualche anno prima o persino di un luogo diverso da quello in cui si svolge l’intervista)?
    Ma c’è anche un altro punto secondo me importante.
    Per telefono alcune sedicenti associazioni di statistica o di sociologia hanno cercato d’intervistarmi con domande “indiscrete” sul tenore delle mie spese per questo e per quest’altro, sul numero di televisori che ho in casa, oltre al numero di componenti della famiglia, all’età di ciascuno!!!
    Come pensi che io abbia risposto, senza “parolacce”, ben s’intende.
    Il tuo personaggio, invece, ha trovato persone molto disponibili a confessare tutto.
    C’è qualcosa che mi sfugge. Ma non siamo tutti uguali.
    Un caro saluto
    Giorgina

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  2. Cara Giorgina,
    hai ragione, le mie sono soprattutto provocazioni e non badano sempre alla verosimiglianza.
    C’è solo da fare un paio d’osservazioni: le domande e i contesti a cui tu ed io ci riferiamo sono assai diversi e difficilmente confrontabili; inoltre mi pare che oggi il microfono e la telecamera di un’intervista televisiva riescano a sciogliere le lingue forse più dei vecchi e proverbiali tratti di corda.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  3. Caro Roberto,
    hai ragione su molti punti.
    I contesti delle interviste sono certamente diversi poiché le mie (certamente più d’una) si sono svolte per telefono, quindi io ero a casa mia, non certo in un “oceanico evento di piazza”, dove sarebbe impossibile trovarmi (non dico perché).
    Qualche domanda del tuo intervistatore è stata rivolta anche a me e due risposte dell’intervistato, se io avessi risposto, sarebbero uscite anche dalla mia bocca, ma non le cito per riserbo.
    Per il resto il tuo apologo è per sua natura provocatorio. Inoltre è vero che il microfono e la telecamera a molti fanno sciogliere la lingua (non faccio esempi perché il più indicaticvo riguarda un evento molto doloroso). Ad altri, però, la bloccano del tutto (anche a questo proposito nessun esempio).
    La conclusione è quella di prima: non siamo tutti uguali. Le interviste per tastare l’umore della gente e, peggio che mai, per fare pronostici sui risultati delle elezioni sono aleatorie: dipende da chi ti capita davanti.
    Un caro ri-saluto
    Giorgina

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  4. La piazza di oggi era calda a quel che si è visto… quella dell’aspirante giornalista più tranquilla, ma non meno problematica credo.
    Che tempismo Roberto… Un saluto.

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  5. Cara Nadia,
    ancora una volta devo dire che scrivo e posto i pezzi con anticipo, senza badare troppo a eventuali interferenze con la cronaca. So di avere una certa sensibilità, che come succede non mi serve a nulla per le cose che mi riguardano.
    Quanto al giovanotto di questo apologo speriamo che sia in grado di prendere la decisione giusta, o almeno migliore di quelle prese a suo tempo dalle generazioni più anziane della sua, che collettivamente hanno portato a questo sfacelo.
    Un caro saluto a te,
    Roberto

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  6. Caro Roberto,
    la tua provocazione è anche stavolta lucida. Non mi stupisco più del tempismo miracoloso di questa come di altre provocazioni (possiamo parlare di “provvida casualità”, visto che scrivi i tuoi pezzi ‘profetici’ in anticipo?), ma stavolta mi ha colpito la desolante verosimiglianza della paternalistica tirata del capo, arma consueta per liquidare il pensiero critico come velleità da quattro soldi (come conosco il motivetto!): il giovinotto è, a suo dire, un “Weltverbesserer”, uno che vuole cambiare il mondo facendogli le pulci: “Servisse a qualcosa poi!”. Non ci resta che intonare “Inni alla notte insonne” che porta consiglio? Quale consiglio, poi? Un caro saluto

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  7. Cara Anna Maria,
    grazie del tuo commento. Prendendo spunto da esso, abbandono per un momento i panni del provocator sottile e chiarisco con più cordialità i punti seguenti.
    1. Certo, in genere la notte non porta “consigli” ma “conigli”, o belve rabbiose buone soltanto ad ammazzare e a farsi ammazzare. L’ideale sarebbe invece sviluppare un provvido strabismo che ci consentisse di stare nel mondo guardando dove mettiamo i piedi, senza al contempo perdere di vista i punti fermi oltre le nuvole.
    2. Il responsabile del giovanotto non è che il giovanotto invecchiato, che sotto forma di ramanzina esprime sentimenti contrastanti che riguardano in primo luogo il proprio ormai trentennale percorso nel mondo del lavoro e nella società. In proposito va detto che quelli che oggi sono o potrebbero essere padri e nonni, per quante giustificazioni più o meno buone vogliano accampare, non hanno fatto il meglio. Discorso valido per ogni generazione, ma noi ci credevamo speciali, anzi di più.
    3. Per chiudere con l’attualità: non mi preoccupo tanto per i vincitori di ieri, quanto per quelli che ieri hanno perso. Se in mezzo a noi non c’è proprio altro, questa notte è destinata a incupirsi. I veri guai sono due: questo sistema non permette che gli uomini di buona volontà, che pure non possono non esserci ancora, giungano a far massa critica; e tutti comunque ci sentiamo furbi, e spesso lo siamo davvero – e sarà questo, al di là di ogni altra cosa, a presentarci il conto più salato.
    Grazie ancora e un caro saluto a te,
    Roberto

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  8. Caro Roberto,
    hai scritto ieri sera: “…e tutti comunque ci sentiamo furbi, e spesso lo siamo davvero”.
    Ne sei veramente convinto, riguardo a quel “tutti”?
    Non voglio atteggiarmi a “pulcino nero” o “mosca bianca”, però io non mi sono mai sentita furba e soprattutto non lo sono mai stata. La mia, forse, è scarsa autostima in senso molto ampio e grande ingenuità che, nonostante i miei anni, mi fa cadere in errori di valutazione delle persone quasi io fossi “nata ieri”.
    Quanto alla giornata appena trascorsa, la trovo esemplare di ciò che di generazione in generazione (“padri e nonni” dici tu) si è preparato.
    Ho scritto ieri che non mi si troverebbe di certo in una manifestazione di piazza non perché io sia vile come Don Abbondio, ma perché nel 1972 (credo che la data sia giusta perché ho un riscontro preciso) mi sono trovata in Piazza alla Scala e nelle vie limitrofe in una “manifestazione di piazza” come quella di ieri, per mia fortuna ancora all’inizio. Ero a Milano in quella zona per motivi personali, ma mi sono trovata in mezzo alla guerriglia fatta dalla generazione che si riteneva “speciale”.
    A tutti, credo, è noto ciò che scrisse Pier Paolo Pasolini, ucciso tre anni dopo, sui giovani che tirano le pietre e altro nelle manifestazioni di piazza e per i viali delle città.
    Chissà che conto dovrò pagare io! Salato! Dolce!
    Un caro saluto
    Giorgina

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  9. Cara Giorgina,
    in effetti inizialmente avevo scritto “quasi tutti comunque si sentono furbi”, poi ho corretto in “tutti comunque ci sentiamo furbi”,
    per non poter dare in alcun modo l’impressione di volermi escludere, di atteggiarmi a osservatore super partes.
    Dal momento che non lo sono, cosa che ho sottolineato scrivendo anche “noi ci credevamo speciali”.
    Lasciami però dire che di quegli anni, di cui ci rimane un gusto amaro se non peggio, non è proprio tutto da buttare. Sappiamo benissimo che in generale, invece di limitarsi a riflettere spassionatamente sul passato, lo si esalta o denigra secondo le convenienze del presente, ove si trova ciò che veramente si vuole nascondere o difendere.
    Quanto ai conti e al modo di pagarli,
    Ungaretti si espresse in una maniera che le comprende tutte.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  10. Caro Robrto,
    P.Cornelio Tacito (Annales, I,1,3) dichiara di voler esporre i fatti storici “sine ira et studio”, ma non vi riesce completamente perché riflettere su vicende abbastanza recenti e scriverne in modo spassionato è molto difficile se non impossibile, soprattutto perché anche lo storico ha una sua visione politica e, pur in buona fede, non riesce a farla tacere.
    Come possiamo noi riflettere in modo spassionato su quegli anni? Io per prima ho dimostrato di non averlo fatto, in buona fede.
    Di nuovo un caro saluto
    Giorgina

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  11. Cara Giorgina,
    l’importante è provarci seriamente: cominciando da noi stessi, senza accampare troppe scuse ma senza neppure far d’ogni erba un fascio.
    Un caro saluto,
    Roberto

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