“Spaesamento” – Intervista a Giorgio Vasta

Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni

Giorgio Vasta, dopo il grande successo de Il tempo materiale (ed. Minimum Fax) è tornato quest’anno in libreria con Spaesamento (ed. Laterza), una cronaca-reportage in prima persona che è la storia di un ritorno alla sua Palermo, e dell’osservazione dei numerosi e vari tipi umani che popolano il capoluogo siciliano di oggi. Luogo principe di osservazione: la spiaggia di Mondello. Ma non solo. In un quadro d’insieme che in realtà è un’istantanea dello stato mentale ed emotivo dell’Italia dei nostri giorni.

– Quale evoluzione ha conosciuto la tua scrittura da Il tempo materiale a Spaesamento?

In realtà tra la scrittura dei due libri è trascorso tutto sommato poco tempo, nel senso che i primi appunti per Spaesamento li ho presi quando Il tempo materiale stava per essere pubblicato e dunque credo che Spaesamento si sia trasformato nel luogo in cui riprendere e sviluppare alcune questioni già presenti nel primo romanzo, una specie di spazio di ricapitolazione. Più o meno riconoscibili, ci sono diversi elementi che segnano una continuità tra l’uno e l’altro libro, dalla città di Palermo all’indirizzo fisico indicato dalle due voci narranti come casa d’origine ad altri ancora, un po’ come se il protagonista ragazzino di Il tempo materiale tornasse una trentina d’anni dopo a fare un sopralluogo – un punto della situazione – in una città nella quale non vive più.

 

– Palermo è al centro di ambo le vicende: prima come città teatro di una storia paradossale, ma profondamente intrisa degli archetipi dell’italianità; poi come lente di osservazione e scenario di vite normali che fotografano il vuoto del quotidiano di molti. Palermo è più un luogo reale o uno stato mentale?

Palermo, come ogni altro luogo, è entrambe le cose. È ovviamente uno spazio fisico, ma come tutti gli spazi fisici non è pura topografia: è anche, come dici, uno stato d’animo. Nel mio caso Palermo è la parola con la quale in estrema sintesi indico uno spazio che corrisponde a un tempo (tanto che quando mi riferisco a Palermo dovrei dire, per esattezza, Palermo-dalla-mia-nascita-fino-alla-prima-metà-degli-anni-’80 – ovvero un tempo sufficiente per coincidere con un’origine). Questa origine – e credo che nella mia esperienza ci sia ben poco di particolare perché sto descrivendo una condizione comune a molti – è teatro di un contrasto se non di un conflitto. Perché Palermo è estenuante, ha una capacità di logoramento che soltanto lo spazio-tempo dell’origine è in grado di far avvertire con così tanta intensità. A ognuno la propria origine, il proprio conflitto e il tentativo di farne qualcosa, di renderlo nutrimento, il materiale combustibile utile a dare forma e movimento a qualcosa. Palermo dunque, in questo senso, è anche complice.

 

– La spiaggia, in Spaesamento, è il luogo ‘principe’ di cui ti servi per snidare le meschinità e le verità involontarie del comportamento delle persone. Perché? Perché sono – anche fisicamente – ‘a nudo’ o perché meglio di altri luoghi la spiaggia fotografa la tendenza di tanti italiani a omologarsi a mode e schemi di pensiero?

A dire il vero ho prima di tutto cercato un luogo che a Palermo, in estate, fosse naturale “abitare”, un luogo ordinario che durante la stagione estiva si fonda su regole ben precise. La spiaggia di Mondello, da giugno a settembre, si trasforma di fatto in una macroscopica abitazione a cielo aperto, scandita in “cortili”, perimetrata e parametrata, rituale, ortodossa, gioiosamente concentrazionaria. In questo falansterio di sabbia e “capanne” (la parola con la quale a Palermo vengono chiamate le cabine), la nudità non credo coincida con la vulnerabilità (sarebbe persino bello e utile se fosse così, se una città come Palermo accettasse e addirittura accogliesse la possibilità di essere finalmente vulnerabile, significherebbe ridimensionare almeno per un poco la sconvolgente capacità di assuefazione che invece domina da anni la socialità regressiva di quella città): credo che la nudità balneare, a Palermo e non solo, coincida oggi con l’opposto della vulnerabilità, dunque con una specie di indistruttibile armatura di pelle, l’estensione fisica di una refrattarietà che è prima di tutto culturale e morale. Coriacei, catafratti, pronti a tutto (ad abituarsi ancora a tutto quello che potrà accadere), i palermitani sono la specifica articolazione di un’italianità che ha fatto del pelo sullo stomaco una ragione di identità e di orgoglio.

 

– Ho la sensazione che Spaesamento segni un passaggio importante. Di fronte al fallimento di larga parte del “politico” e del “sociale”, l’utilità di un ‘giro di ricognizione’ come il tuo nella tua città d’origine sta nel recuperare il contatto con l’autenticità del “sé” (in senso profondo). A mio avviso, è da qui – e solo da qui – che può partire la ricostruzione di una società e di un paese. Che ne pensi?

Non so se le cose possano stare davvero in questo modo. La ricognizione della voce narrante di Spaesamento è la manifestazione di una potenza e di un’impotenza, di un’ambizione e di una velleità. Da un lato c’è appunto l’esplorazione fisica, che esiste attraverso il linguaggio; dall’altro c’è la programmatica elusione di ogni contatto che possa assumere la forma di legame. Vale a dire che c’è un impulso autoptico, una fenomenologia sfrenata, ma è come se tutto ciò, tutta questa volontà di predazione linguistica, non riuscisse mai a concretizzarsi nella costruzione di un ponte di corda capace di connettere davvero la voce narrante alle persone che incontra (per praticità discorsiva diciamo “incontra” quando in realtà gli altri, in Spaesamento, vengono sistematicamente mancati: gli altri, letteralmente, mancano). Dunque non so se questa ricognizione sia strumentale al recupero di un sé profondo (e ammetto che la nozione o meglio l’esperienza di “sé profondo” mi risulta particolarmente estranea, faccio fatica a metterla a fuoco, ma forse è soltanto un problema terminologico); per poter davvero dare forma a un contatto il linguaggio dovrebbe funzionare in un altro modo, dovrebbe contenersi, farsi servo. Invece in Spaesamento l’intelligenza e il linguaggio, come viene detto in un dialogo nel finale, sono le forme attraverso cui si articola la resa.

 

– I tuoi prossimi progetti letterari?

Ho terminato da poco più di un mese l’ultima stesura di una sceneggiatura cinematografica scritta a quattro mani con Emma Dante e tratta dal suo romanzo Via Castellana Bandiera; da gennaio comincerò a scrivere il nuovo romanzo.

10 pensieri su ““Spaesamento” – Intervista a Giorgio Vasta

  1. Per me, innamorata di Palermo e della sua “appendice” estiva, Mondello, per una ragione molto complessa in una lettrice nata nel mezzo della Pianura Padana, quest’intervista e quindi le risposte dell’Autore sull’opera che ne è oggetto sono una molto piacevole “immersione” in un mondo che ho amato e amo (il mio periodo va dal 1990 al 2005, saltuariamente).
    Grazie, quindi a entrambi
    Giorgina Busca Gernetti

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  2. Concordo. E spero che Vasta continui a scrivere e pubblicare.
    Mi pare che Spaesamento, a cominciare dal titolo, abbia molto da dire non solo su Palermo ma anche sull’Italia che resta a guardare/si
    Grazie Giovanni.

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  3. Se intelligenza e linguaggio sono le forme mediante le quali si articola la resa, vuol dire che lo Spaesamento è la consapevolezza che tutto resta nella medesima condizione, il nostro rapporto con gli altri mancanti (che mancano)non cambia.. Continueranno a mancarci, dunque, gli altri? Un viaggio senza speranza.. Io credo che la parola ‘speranza’ andrebbe recuperata… o vi sembra ridondante?

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  4. Sì, Luigia, io la vedo così: ammesso che lo spaesamento sia la condizione che deriva dal sentirsi “fuori contesto”, dato lo “slabbramento sociale” (anche in senso umano) a cui si sta assistendo, la speranza sta nel recupero di un centro interiore, senza il quale non si va da nessuna parte. Per il resto, aspettarsi qualcosa dal di fuori è un esercizio spesso fuorviante. Ma vivendo il proprio percorso consapevolmente si tende a incontrare energie consonanti con la nostra. Serve però molta perseveranza.
    Giovanni A.

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  5. Si, Giovanni, ci vuole tempo per incontrarsi, per ritrovarsi.
    Qualcuno mi dice oggi, nel 2010, mi dice questa cosa, ‘la speranza’… ma che cosa è? Cos’è speranza? una battito d’ali vicino a noi? qualcosa che si dissolve nel ‘subito voltarsi’? Questo stato della possibilità, dell’uscire fuori da ‘questo tempo’ per entrare nel tempo che arriverà? Il movimento delle braccia e… fare…

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