Di Corsa. Viola Amarelli


(Soffioni)

Di Corsa. Viola Amarelli

α) Di corsa, da sempre la fretta. Persino nei sogni l’urgenza di fare, concludere il cerchio. O invece è la fuga nel panico, l’angoscia da adrenalina.

β) La fiamma crepita piano fin quando trovando la strada s’impenna. D’un colpo, la vampa, un attimo che sbalza fuori dal tempo, e da sé. L’accumulo dell’energia che esplode, e riempie. Il pieno, ricade svuotato. Vorace, la voglia di prendere tutto bruciando. Forse. Anche.

γ) C’è una pigrizia di fondo, un bel fare niente. Occorre innaffiare le ortensie,. Ha messo begonie, usavano ai tempi di zie e delle nonne.

δ) Sospetta che siano le surrenali, un iper qualcosa che scorre e lo rende una scheggia impazzita. Un mucchio di tempo per dominarsi. E’ il ritmo, l’ortica è più lenta, e quindi tenace. S’abbatte, gli capita a volte. Per poco.

ε) Le paure affollano i giorni. La cosa peggiore è che a pensarci non avrebbe paura di niente.

ζ) La guida sbagliata, le connessioni che ingrippano ad alta tensione. Ha lavorato, costante. La danza è disciplina. Seguire il ritmo degli altri, si dice armonia.

η) Bruciare le ore. E i traguardi. Il più bravo. Lo era da piccolo a scuola e a teatro. Piano, svuota i residui della caffettiera, la polvere, cerca con la paletta di farla arrivare. Alle radici. Piano. Ci prova.

θ) E’ una virtù la costanza. Così la raccontano. Mai stata la sua. Però concentra in pochi minuti la fatica di anni, questo sì. L’aplomb, i jeté, i balzi e le gran pirouttes. Perfetti, ma non abbastanza. Dipende, spesso è ancora il più bravo. Ma, l’ha capito, non è l’etoile. Al massimo un soffione di prato. Un’orchidea, ma selvatica. Non una rosa. Non può farci niente.

ι) L’accelerazione, il brivido è quello, scalare di marcia la pompa del cuore, le vene in rincorsa, i polmoni affamati, lì il bello, l’azzardo, vedere se ci riesce. Dovrebbe innestare un limone, si è fatto spiegare dal giardiniere, un ragazzo albanese, uno che è lento e preciso. Ha la sua età, da poco trent’anni.

κ) Tutto un casino per neve e per strisce e festini. Non li ha mai sopportati. Allergia, è la scusa che caccia, funziona. Al fondo, di endorfine gli avanzano troppo le sue.

λ) La musica ha tempi diversi, li sente nei muscoli, si allertano ormai da soli, riflessi condizionati. Anche un grave può indurre la fretta. Finire, levarsi da mezzo gli impicci.

μ) Una microfrattura, attenzione, ha fatto la radiografia per un dolore già sordo e ora è a riposo. E’ meglio gli dice il suo uomo di adesso. Chissà quanto dura, l’uomo e il riposo. Questo non gli dispiace, consuma un casino di forze a esercitarsi ogni giorno. A balzare le sere. Il comburente è sempre lo stesso. I neuroni, di fili sottili: sua madre, biologa, una volta glieli ha fatti vedere. Così delicati, un garbuglio intricato. Tutto un montaggio di pompe di fili. E quelli strologano di anime e spiriti.

ν) Distrazione, non vedi le cose correndo, sciocchezze, vedi il traguardo, il filo di lana, il legno del palco quando assorbi diritto e potente il contraccolpo delle caviglie. Che ne sanno della concentrazione, distrazione, tsk tsk, è stare centrato: vuoto per essere pieno al finale.

ξ) Glielo dicono tutti, amori e parenti, che spreca occasioni, verissimo. Non ha tempo. Di fretta, e poi c’è imprinting materno: dovrebbe bastare la tecnica. E la passione. Fregnacce: funziona darlo al migliore offerente, ma del mercato lui se ne fotte. La gioia dell’eros è l’esser gratuito. Di corsa, non ama i languori, le gelosie, le maschere dure. Neppure le fragili. Ama piantare i bulbi e i semi. Prima o poi crescono. Ogni mattina, di corsa, dà sempre un’occhiata al pergolato della terrazza.

ο) E’ autunno, un’orgia carminio di foglie ai viali, il freddo dell’umido, la lana sul petto. Rossoarancio e bordò, ruggine e sopra i cappelli. Li porta spavaldo. Un amico gli ha regalato un olivo bonsai. Li odia. Storpiare i viventi. Il sadomaso dei giapponesi. Una volta ha fatto uno stage di buto: gli parevano tutti dive del muto, aggrappate a tendoni. Mai amato i manga. E la costrizione che si portano dentro, introiettata, senza una via. Appunto. Di fuga.

π) Sente gli agenti teatrali a telefono, scambia mail, guarda video: di danza. Potrebbe, dovrebbe iniziare. A fare il coreografo. Ma occorrono soldi, e agganci che per ora non ha, almeno non abbastanza. E poi è una palla occuparsi di mille dettagli. Da vecchio, forse, probabilmente, tanto è un lavoro che già sa fare, immagina. Già qualche volta l’ha fatto, provando, davanti agli specchi. Sbarre e legno. Ormai è una vita, sorride, di nuovo, la fiamma risplende.

ρ) Di fretta, domani è il suo compleanno, trentadue anni. Domani avrà sicuro una festa, a sorpresa, sgranerà agli occhi, sicuro. Guarisce. Speriamo più in fretta. Raccoglie uno stelo marcito, il tempo consuma le forme, perciò ama la danza, la forma che dura nell’arco quei pochi minuti che poi è ogni vita. Bastano. Avanzano. Ancora di corsa. L’omega gli pare, è, lontano.

12 pensieri su “Di Corsa. Viola Amarelli

  1. “Persino nei sogni l’urgenza di fare”

    E’ vero, Viola, e non basta purtroppo esserne consapevoli.

    Grazie, saluti e auguri di buone feste a tutti.

    Giovanni

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  2. l’altro giorno un amico mi ha detto “tra un centrometrista tutto pompato che corre per fare il record e un bambino che corre senza scopo io preferisco il secondo” – parlava di poesia (secondo me anche questo “Di corsa” parla di poesia)

    un saluto alla cara viola,
    r

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  3. (visto ora che è saltato un pezzetto fondamentale: “Di corsa” parla di poesia – dicevo – e lo fa con gran classe [e dice cose fondamentali: “il tempo consuma le forme”])

    ciao v., auguri cari,
    r

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  4. Inaspettata, e perciò tanto più gradita, dopo il titolo letto e ‘vissuto’ con empatia, l’attacco della considerazione θ), con la “Beharrlichkeit”, la costanza, a mettere un punto, da oltrepassare immediatamente, con l’aplomb noncurante del soffione di prato. Merci

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