Nascere all’altro

da qui

Che non sia un Natale come gli altri.
Che la poesia restituisca la bellezza,
e la bellezza possa rovesciare il mondo,
mostrarne le potenzialità,
ciò che saremmo
se ospitassimo lo spirito,
pneuma, ruach,
l’alito che anima i progetti,
genera i sogni,
a qualunque latitudine,
sotto qualunque segno,
di Dio o dell’uomo,
perché ciò che conta è amare
e, come diceva un vescovo
degno del nome,
se la fede ci fa essere credenti,
e la speranza ci fa essere credibili,
solo la carità ci fa essere creduti.

Auguri da La poesia e lo spirito.

20 pensieri su “Nascere all’altro

  1. Carissimo Fabry, amico mio, che non sia un Natale come gli altri, come dici tu, anzi , se possibile, che sia un Natale rivoluzionario ( lo auspicava anche l’ateo Monicelli per gli italiani popolo di pecoroni incapace di fare perfino una piccola rivoluzione), che sia – aggiungo io – un Natale…antico, magico, com’era una volta, quando eravamo bambini.

    A tal riguardo voglio allegare un articolo datato , “Antico Natale Salentino” , che mi sembra denso di attualità. Se è troppo lungo ( lo è, purtroppo) , no problem, basta leggere l’inizio e la fine ( in lingua italiana ) e si ha comunque la contezza del tutto . Se invece uno ha un po’ di pazienza…s’accomodi pure.

    Un abbraccio fortissimo.

    Augusto

    ———————————————–

    ANTICO NATALE SALENTINO

    1.Il presepio

    Scrive Sabino Acquaviva : “Ho nostalgia del presepe , di quel Natale di tanti anni or sono. Ma non so se la nostalgia è soltanto mia o di un’intera società che ha perduto molti legami con la propria storia”.
    Certo , la nostalgia è di tutti , ma il Natale di una volta rimane più sognato che vero. E tuttavia , ancora oggi , Dicembre rimane il mese simbolo della nostra vita , il mese del “redde rationem” , del “noi siamo” , dell’ultima verità ; e l’ultima verità è che “ Dio non sorvola più le acque come nell’affaccendarsi della creazione, ma è qui, tra noi”; è fra le travi, le greppie e gli scoli , nel caldo di una stalla , quel caldo sicuro , costante e pacifico che viene dagli animali , il loro fiato umido e innocente che sprigiona la vita, e che ancora oggi ridiventa cosa viva in un presepio salentino, come ci ricorda il gallipolino

    Agostino Cataldi:

    “Aggiu fattu nu Brasepiu,/ca è cosa te nnamuri
    su na banca, mmienzu casa,/cu la crita e cu li suri
    Aggiu misu li pasturi/ Ciucci, vacche e pecureddhe;
    nu massaru , nu furnaru/ e nu macu de le steddhe

    Ed ecco che “al suonar delle campane , come nata per la prima volta, ci abbaglierà la luce, la stessa che videro i pastori e fu forse l’esplodere stesso degli angeli che li avevano svegliati e si frantumarono in una miriade accecante quando raccattarono le zampogne e corsero alla stalla”.
    Natale è quel ritorno alla luce, questo ritorno del nascere , questa grazia che arriva dai pifferai, dai suonatori di flauto di De Gregori che hanno il capestro già sul collo

    Eccu, già s’ha ‘mbicinatu /Chianu chianu lu Natale;
    ogni notte disciatati/de la vecchia Pasturale…
    sonaturi de cimbarra,/ de fischetti e piumini

    2. L’anima salentina
    Natale è , per il neretino Pantaleo Ingusci , una voce di contadina che canta con virginale chiarezza e le note di quel canto diventano un’arpa misteriosa quasi celeste, come è sempre quando è voce di donna giovane e pura e bella. Il canto salentino – annota Ingusci – ha tutti i toni dell’oriente e dell’occidente, la luce di un cielo sereno e il fremito dei mari che fluttuano intorno alle sponde di questo vecchio Salento, porta e crocevia di tutte le civiltà. “C’è sempre , dentro quella voce , qualcosa di amaro, come di una legge di tristezza e di dolore che incomba sulla vita . L’anima salentina è fatta così, nel canto dei nostri contadini , nel loro canto d’amore s’insinua il sentimento del dolore che viene dalla natura, una natura difficile , una terra spesso arida , avara fatta di sasso e di roccia affiorante con poche oasi rigogliose , terra rupestre dalle cui viscere sorgono , ieratici e solenni , pensosi e millenari i boschi d’ulivo”. Quegli ulivi che – secondo Salvatore Coluccia – saranno fondamentali per il divino Bambino , Giuseppe e Maria , fuggitivi , inseguiti dagli sgherri di Erode; l’angoscia dell’avvicinarsi dei soldati, il terrore della mancanza di un sicuro rifugio, induce Maria alla disperazione . Di fronte a lei , a suo marito e al Bambino s’ergono maestosi gli ulivi: “Apriti ulia / e scundi Maria”, implora la Vergine . Da allora l’ulivo – scrive Coluccia – ha scavato il tronco quasi a testimoniare l’aiuto decisivo per la Salvezza del Bambino

    3. Gli zampognari abruzzesi
    Ma com’era il Natale nel Salento? “Arrivava – dice Ingusci – con la tramontana che spazza le nubi e fa tornare il sereno,dopo le lunghe settimane di piogge che avevano adduggiato il cielo .Si sentiva l’aria di Natale , con gli zampognari che erano scesi dai lontani monti d’Abruzzo,e i presepi che uscivano in piazza sulle bancarelle , croce e delizia di mamme e bambini.

    Il presepe è un’arte e non solo culto, le nostre popolazioni umili sentono che in esso c’è la elegia della loro povertà , quasi il poema della miseria, ed è l’unico momento nella loro vita in cui non è considerata una nota di degradazione e di maledizione, ma di poesia. Gesù era povero e non si vergognava della sua povertà e i poveri perciò davanti alla capanna del bambinio cantano con rapimento la pastorale e le canzoni di natale”. Ma il popolo ha bisogno di poesia? Certo, dice Simone Weill, il popolo ha bisogno di poesia come di pane, ma non già la poesia racchiusa nelle parole, di quella non sa che farsene. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita e una poesia simile può avere una sola sorgente , Cristo. E tutti, dice il novolese Alfredo Mangelli

    puireddru o riccu , unestu o malejurnu
    cerca cu scanza lu terrenu male.
    Stu giurnu am piettu nuesciu tanti fiuri
    nascennu janchi e puri come nie:
    fiuri te pace, amore e auguri
    tanti e forse cchiùi te le tanìe.
    Cussì la terra torna Paraisu ,
    /china sulu te angili te diu…
    Ma passa òscie e ‘ncigna poi te nueu
    .Stu Munnu cu cammina capisutta :
    ognunu torna bb’essa nu giudéu
    cu ll’eguismu sou ca ccite e sprutta…
    Perciò Mamminu miu, nasci ogne giurnu!
    /Nasci!…St’Umanità ne hae bisuègnu.

    4. Sagne e maccarruni
    Lo ricorda , il Natale di tant’anni fa , il sannicolese Marcello Musca , quando “al ritorno dalla chiesa la taula era apparecchiata. E insieme a tutta la famiglia era seduto un povero, – ma un povero vero , uno di quelli che giravano chiedendo l’elemosina per sopravvivere – che era stato invitato per far godere anche lui il vero spirito natalizio, la carità cristiana , fargli dimenticare per un poco i diversi aggi pace con cui gli si negava un tozzo di pane, magari ammuffito, e gli si chiudeva la porta in faccia negli altri giorni dell’anno. Si mangiavano le sagne o li maccarruni e mescolate tra essi le ricchiteddhe preparate con gli avanzi della pasta e scovate dai figli più piccoli tra l’euforia generale e le sgridate paterne . Accompagnavano la pasta le polpette soffritte ed i panzarotti di patate.Nel pomeriggio avveniva la visita in casa di parenti e amici , per lo scambio degli auguri. Ci si rimaneva fino a sera inoltrata per le grandi tombolate tra un bicchierino di rosolio e l’assaggio dei dolci natalizi I piccoli erano invitati ad esibirsi con la ripetizione della lettura della letterina messa sotto il piatto del babbo e la recita della poesia del bambinello.
    Quello era Natale!, dice la poetessa di Minervino Antonietta De Masi Calamo:

    Quiddhu era Natale/quando la campana/ te matinu/ulàa subbia dhe case/
    Core a ccore, / a descetàa le speranze/per nn’autra sciurnata/te fatia e de dolore/Quiddhu era Natale, quando cu nna tàula te liettu, /na francata te paia de saccone/, qualche pupu te gessu spezzutatu / faciamu lu presepiu/ e la fame era sulu/ recordu Te lu ieri

    5. I quattro Re Magi

    Quando tutto sembra affondare nell’imbuto più buio – guerra , terrorismo, disoccupazione, tasse, rincari e preoccupazioni varie – , quando sembra di dover finire in uno di quei buchi neri dal mostruoso risucchio , ecco il buco bianco del Natale , il Natale di “sempre” , che è in tutti i tempi e in tutti i luoghi del mondo, Natale con le antiche gerarchie e gli antichi poteri fondati sul sentimento. E torna re il nonno, il vecchio acrobata della fantasia, il custode della Memoria, che farà stanotte un lunghissimo salto nel passato- “Nonno, ma tu c’eri quando Gesù è nato a Betlemme?”
    E il nonno ( certo che c’era!) , parlerà dei quattro (?) re magi

    ‘Ncete puru quattro Maggi,/can ci brillane ppe l’oru:
    lu Re Tromba e lu re Bbecchiu/ ‘u Re carusu e lu re moru
    De natale stu brasepiu / L’aggiu tuttu ‘lluminare
    Ste lucerne e ste candele/ S’hane tutte de ddumare

    “Finchè l’umanità saprà conservare questo poco di tenerezza , – scrive Toto Coluccia – finchè saprà commuoversi per queste piccole cose, io credo che abbia ancora la possibilità di superare il grande travaglio in cui vive . Per un anno che muore , – conclude Luigi Santucci – ecco un Dio che nasce, un Dio d’umanità , ma anche d’Eternità, per il quale “vale la pena di richiudere l’armadio , vale la pena di “ rimuovere”. E di continuare ad aspettarlo”

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  2. Ringrazio per questi meravigliosi auguri, tra i più sentiti e sinceri mai ricevuti, con la speranza che l’anno nuovo ci veda tutti rinascere nell’accogliere definitivamente la “ruach”, lo Spirito di Dio, il Suo soffio creatore e rigeneratore di Vita, di Amore, di Verità e di libertà. E così rinnovati, riuscire ad amare sempre, anche e soprattutto quando non ricambiati, non accettati o non graditi. E speriamo inoltre di incontrare un altro “vescovo degno di questo nome” (credente, credibile e creduto) che ci aiuti e ci guidi nel realizzare i nostri sogni ed i nostri progetti, insieme a tutta la Chiesa, contribuendo così a mantenere viva ed alta la nostra fede nella Provvidenza.
    Auguri di cuore a tutti! cri

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  3. grazie amici, finisco adesso.
    un mare di gente che cercava qualcosa, speriamo abbia trovato
    il filo di speranza che fa procedere impavidi, nonostante tutto,
    nonostante noi.
    c’entra, Augusto, c’entra.
    vi abbraccio forte
    faber

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  4. Questa poesia e’ stata scritta da un adolescente, penso che la sua bellezza consista nelle poche parole pulite e sincere che dovrebbero rappresentare lo spirito del Natale, della vita stessa.
    Ve la inoltro come dono con l’augurio, per don Fabrizio e per tutti voi, di tanta serenità.
     
    Sarà Natale
    tutte le volte che
    lotterò per un’ ingiustizia,
    sopporterò l’amarezza
    dell’invidia,
    vincerò il buio dell’incomprensione
    e imparerò il perdono.
    Sarà Natale ogni volta che
    aiuterò un amico
    difenderò la pace,
    costruirò un ponte
    e farò cadere un muro.
    Sarà Natale
    quando, ormai adulto,
    avrò ancora
    il mio cuore di bambino
    Sarà Natale

    A.A.

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  5. Caro Fabry,
    ti auguro che questo sia davvero un Natale speciale in cui, con la tua guida, la comunita’ reale e quella virtuale insieme nascano dall’Alto per poi nascere all’altro!
    Un abbraccio forte,
    Titti

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  6. Auguri a tutta la Redazione di LPELS. Auguri a te, Fabrizio, indomito testimone di speranza. Vi dedico un testo di don Tonino Bello.

    “Amo il presepe,
    questa gaudiosa rivincita del cuore
    sulla specularità del pensiero.
    Perché, se sui crinali scoscesi della rivelazione
    la teologia si inerpica temerariamente,
    il presepe, quello popolare dell’800,
    non è da meno.
    Anzi, la scavalca in arditezza:
    col bilico dei suoi ponti,
    col paradosso delle sue montagne,
    con l’anacronismo delle sue città,
    con la trasognata semplicità dei suoi personaggi.
    Per questo amo il presepe.
    Ma lo amo, soprattutto, perché mi suggerisce
    un arditezza ancora più grande:
    che Lui, il Signore,
    è disposto a ricollocare la sua culla,
    ancora oggi, tra le pietraie della mia anima inquieta.”

    + Don Tonino Bello

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  7. Che la fede , la speranza e la carità si faccia carne letera per letera per colmare la nostra fame autenticha e profonda dello spirito del’amore, come un canto quieto e segreto capaci di entusiasmo e di dono.
    Auguri a tutti!
    Un abbraccio.

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  8. Fede, speranza, carità. Una volta don Mario mi disse di rafforzare in me la speranza.Proprio non ci riesco. Tendo a deprimermi.Ieri anche tu dicevi che guardandoci intorno, c’è poco da gioire. Forse sbaglio ottica. Dovrei ripartire dalla fede e dalla carità…..soprattutto dalla carità. Speriamo. Un abbraccio e Auguri.

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  9. La carità, improvvisa anonima inattesa, non proclamata ma semplicemente “vissuta”, nella doppia valenza di spettatore e attore, ti riempie gli occhi di lacrime e il cuore di gioia, quelle e questa entrambe segrete; è allora che t’accorgi che sei vivo.

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  10. ci ricordiamo del Natale, il 24 dicembre , con tutti sentimenti che ti tira fuoti. e gli altri 364 giorni? dovrebbe essere sempre .. natale.. dio dentro di noi, sempre , così semplicemente con Lui.
    bellissima poesia.

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