Il Capitano Mario (XXXI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII, XXIX, XXX)


La “santa libertà”


Ma venne la primavera, prorompente di vita e di speranze rinnovate. Tu, Signore, dicesti finalmente: “Basta!” Qualcuno avrebbe potuto commentare che era ora; ma non era quello il momento di scherzare. Quello era un “Basta!” grandiosamente biblico per il tuo popolo che aveva tanto sofferto e tanto pianto. La sentimmo tutti, intuitivamente, quella poderosa voce, dentro di noi. Anche i Tedeschi, avvezzi alla crudeltà, che cominciarono a fuggire.

Con la Signora Esterina perlustravamo i sotterranei del castello sorretto da enormi potentissime volte, dove pensavamo di attrezzare un rifugio nel caso che alla fine si scatenasse la ferocia dei vinti. Come quei fuochi d’artificio che alla fine sparano più forte e più in alto. Eravamo quasi divertite: pensavamo di mettere delle panche, di preparare dei cesti di pane biscottato, dei salami, delle bottiglie di acqua minerale… E intanto i Tedeschi fuggivano, spesso rubando quello che potevano, spesso senza nemmeno averne il tempo, a volte anche perdendo per strada la refurtiva nella fuga precipitosa. A volte la gente li aiutava indicando le strade e regalava loro dei viveri per compassione umana. Erano tutti fuori di casa a guardare, stupiti e felici: come se dapprima stentassero a credere, poi via via acquistavano coscienza della realtà ed esplodeva la gioia. Mario mandò ad avvertirmi un suo giovane aiutante, il quale, entrando, disse a voce alta: “Quando un popolo si desta, Dio si mette alla testa”. Mi perdoni il mio unico lettore se questa gli pare retorica, ma in quel momento sentivamo tutti così.

Dopo si seppero i particolari dell’insurrezione di Milano, da tempo studiata, poi scoppiata all’improvviso, veemente. Si seppe in seguito anche della fine di Mussolini e dei suoi gerarchi sul lago di Como, che era scontata, e si vennero a sapere purtroppo anche altre cose non liete: gli eccessi di una guerra civile. L’episodio ripugnante di Piazzale Loreto non fu che la ripetizione di un altro identico: l’impiccagione di altrettanti partigiani per opera dei nazifascisti: ma questo era avvenuto quasi in sordina, quello invece rappresentava la spettacolare brutalità di una massa vendicativa di popolo brutalmente inferocito e provoca ancora disgusto. Per questo divenne famoso. Non bisogna strumentalizzare i fatti secondo il proprio tornaconto perché in quei giorni tutti in realtà erano eccitati, alcuni veramente troppo. C’era molta confusione: difficile distinguere il bene dal male, e altrettanto difficile frenare gli eccessi.


“È la pietà che l’uomo all’uom più deve”


Mario si era momentaneamente allontanato dal suo ospedale, non so per quale motivo. Vi torna quasi subito e trova che i letti di quei sei fascisti pericolosi, che teneva da tempo sotto controllo, sono vuoti. Episodio clamoroso. Gli dicono che il tenente Pierluigi Mariani (un medico dell’ospedale, partigiano dell’ultima ora) li ha caricati su un’autolettiga e portati al Castello dove ce n’è degli altri, in attesa di essere processati da un tribunale speciale di partigiani. (Sembra la storia della Rivoluzione francese). E facile intuire come sarebbe andato a finire – per così dire, a caldo – il processo del “tribunale speciale”. Mario si arrabbia da matti, come non era mai capitato e io nemmeno me lo so immaginare; fa chiamare al telefono il tenente, mentre con un gesto di rabbia si infila la pistola nel cinturone e si mette a urlare con quanto fiato aveva in gola: “Portami subito indietro quei sei ragazzi!” Scena inaudita: tutti gli infermieri e le altre persone presenti, sbalorditi, si affacciano dalle camere, non credono alle proprie orecchie. L’altro, dall’altra parte del telefono cerca di giustificarsi e di rabbonirlo, dicendogli: “Mario, ma Mario, ascoltami…” Lui grida ancora più forte: “Non sono Mario, sono il Capitano!” Subito il Pierluigi ritorna indietro con la sua preda e immediatamente, con la coda fra le gambe, la riconsegna al suo superiore, il quale non era in quel momento l’amico Mario affabile paziente e buono: era davvero “Il Capitano Mario”. Si tenne i suoi sei fascisti, pazienti, pseudomalati, di nuovo a letto, sotto tutela, fin che l’Ospedale non fu smobilitato e poi li lasciò andare in pace. Capisco perché tanta gente lo salutava per strada! Perché tu, Mario, ci hai insegnato così: che per un medico la vita è sacra, anche quella di un delinquente.


Così finì un periodo cruciale della nostra vita: quello dei nostri anni forse più intensamente vissuti: anni di ansie di sgomenti e di lacrime, ma anche di brevi pause felici, con fuggevoli squarci di azzurro, come avviene in un giorno tempestoso sul quale poi cala una notte silente vegliata dalla tremula luce di placide stelle.

Fra tragedia e commedia che intessono tutta e sempre la vita, era finito quel tempo in cui trascorreva senza ritorno la nostra giovinezza e noi non ce ne accorgevamo. O candida pace, come era bello il tuo volto in quel 25 aprile, in cui, alzando gli occhi al cielo potevamo pregare così: “Padre, che ci hai chiamato alla libertà, che col Figlio sei una cosa sola, che ci conservi uniti nel tuo nome affinché anche noi siamo una cosa sola nella pace e nell’amore, e che concedi i doni dello Spirito Santo a chi di noi te li chiede, noi ti offriamo il nostro cuore che ti dice Grazie”.


(continua…)

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