Una curiosa somiglianza

Sandro Veronesi, XY, Roma, Fandango 2010:

Sangue. Sulle lenzuola, sul cuscino, dappertutto. Mi hanno ammazzata? Sono entrati mentre dormivo e mi hanno tagliato la gola? Il cuore batte all’impazzata, ho paura: ho paura di scoprire che mi hanno ammazzata. Eppure devo guardare, devo controllare. Sto bene, però, mi sento bene: potrebbe non essere mio, il sangue. E di chi è? Questo mi fa ancora più paura. Mi alzo, fa freddo. Che ore sono? Le dieci e quarantacinque – cioè in realtà le nove e quarantacinque, perché non ho mai rimesso la radiosveglia con l’ora solare: non ho dormito niente – e questo sangue, sul letto, sul cuscino, è sangue mio. Eppure sono viva, sto ritta sulle gambe, e non sento dolore. Il sangue è sulla mano, la sinistra, sulle dita – è sangue fresco. Devo sedermi di nuovo, sto per svenire. Sempre stato così. Anche all’università, la vista del sangue mi faceva svenire. Ecco, seduta va meglio. Dovrei guardarmi allo specchio, lo so, ma ho paura che il sangue sia anche sul viso. Sfigurata non potrei vivere. Ma poi, sfigurata da chi? Alberto? Lui ha ancora la chiave: è impazzito, è venuto qui mentre dormivo e mi ha ––ma che sciocchezza: povero Alberto, come mi salta in mente una cosa del genere? Eppure qualcosa è successo, c’è sangue sulle lenzuola, sul cuscino, sulla mia mano – rosso, fresco. Dalla mano sta ancora uscendo, ecco: gocce di sangue, sul pavimento. Devo guardare assolutamente, devo controllare, non devo svenire. Sono un medico o no? Coraggio: la mano, la mano sinistra. Ecco. Le dita. Il dito indice, soprattutto, sulla falange – oh, Dio, no. Oh, no. La cicatrice. Ma com’è possibile? Come diavolo è possibile? Eppure è proprio la cicatrice: s’è riaperta. Ma non è possibile che si sia riaperta – dopo quanto? Era l’ultimo anno in cui facevo le gare, avevo sedici anni – dopo quindici anni. Eppure è proprio la cicatrice, quella cicatrice. Sì, è lei. S’è proprio riaperta, guarda qui. Si vede l’osso, oh Dio, come quando mi tagliai, quindici anni fa – mi sento male, svengo. Si vede l’osso, il sangue continua a uscire a fiotti, io mi sento male ma devo fermarlo, devo fare qualcosa: prendere un fazzoletto, ecco, stringerlo attorno al dito, sì, legarlo, certo – con cosa? L’elastico per i capelli no, non regge; quei cerotti che ho nel bagno andrebbero bene, ma nel bagno c’è lo specchio, e io ho paura di guardarmi allo specchio: e se sono sfigurata? Però devo farlo, e in fretta, sennò va a finire che muoio dissanguata. Ecco, sono in bagno. Ecco, mi guardo allo specchio. Niente, il viso è a posto, solo le occhiaie, e un pallore cadaverico – per forza, sto per svenire, sto per morire dissanguata. E invece no, resisto, respiro e resisto, prendo i cerotti nell’armadietto, anzi no, meglio il cerotto a nastro, ecco qua, una bella legata, il fazzoletto è già zuppo di sangue, e ora che faccio? Respiro, torno in camera, mi risiedo sul letto. Respiro. Yoga. Dentro. Fuori. Guarda qua, sembra davvero che mi ci abbiano sgozzato. Che faccio? Torno al pronto soccorso, certo, c’è Crocetti, è montato quando me ne sono andata io, ci siamo incrociati nel vestibolo: ci penserà lui. Devo vestirmi, però, e sporcherò tutto di sangue: devo mettere la tuta, la felpa, roba che si lavi facilmente – ma poi che me ne importa? Devo evitare di morire dissanguata, che importa ora se sporco o non sporco i vestiti? E devo fare presto, sto per svenire, ma non posso svenire, anzi devo uscire, ma prima devo prendere le chiavi, già, e il telefonino, e respirare, respirare profondamente, e poi uscire, sì, con la giacca a vento e il cappello. Nevica ancora, non posso andare a piedi. Devo rischiare con la macchina. Devo arrivare il prima possibile da Crocetti, lui mi ricucirà. Accidenti, la Clio è quasi coperta di neve, quanto avrà messo in un’ora e mezzo? Almeno dieci centimetri. Avanti, Giovanna, entra in macchina. Avanti, metti in moto. Aziona il tergicristallo. Brava, così. E respira, e non guardare il dito, e nemmeno il fazzoletto zuppo di sangue: aziona l’aria, piuttosto, che qui si sta appannando tutto. Brava. E ora esci dal parcheggio, piano piano, però, col piede leggero sul gas, così. La strada perlomeno è sgombra, gli spalaneve stanno lavorando, e vai, ecco, così, piano piano, seguendo le tracce delle altre macchine, tenendo le ruote nel binario pulito. Così, sì: senza strattoni, senza frenate, per carità – per fortuna in giro c’è poca gente. La cicatrice si è riaperta. Ma com’è possibile? Avrò picchiato il dito contro qualcosa, dormendo, qualcosa di tagliente, che ne so, sul comodino, occhio qua, la curva va fatta senza strappi, rotonda, così, o sulla testiera del letto, una botta mentre mi voltavo nel sonno, sì, contro qualcosa di tagliente. Occhio all’autobus. Non sorpassarlo, fermatici dietro. Fai scendere la gente, aspetta che riparta. No. Dopo quindici anni una cicatrice non può riaprirsi, così profonda e precisa come – Dio, se ci ripenso svengo. Respirare, respirare, e poi cos’è questa paura? Perché ho ancora paura? Di che cosa? Non mi hanno sgozzata nel sonno, non sono sfigurata, non sono svenuta e ormai non muoio più dissanguata, ecco l’ospedale, ecco la sbarra del pronto soccorso. Il guardiano è cambiato, ora c’è quello rasato, che ha la sorella con la leucemia, poveretta: mi riconosce, alza la sbarra, mi saluta, ma dopo quindici anni una cicatrice non può riaprirsi da sola, non c’è niente da fare, avrò visto male, mi sarò ferita lì accanto, certo, sullo stesso dito: devo per forza aver visto male, colpa della paura, questa paura che non se n’è ancora andata. Guarda, c’è un posto libero – piano, però, occhio al mucchio di neve. Meglio fare manovra. Ecco, bella dritta, così. Fatto. Scendere, ora, e fare attenzione a non cadere su questo nevischio che–– cazzo, non ci posso credere: non ho messo le scarpe. Sono uscita in pantofole, ho guidato in pantofole – le pantofole orrende che mi ha regalato Alberto, quelle con le orecchie di Topolino. Mi presento al pronto soccorso con le pantofole di Topolino. Be’, ormai c’è poco da fare, sono già entrata. Ciao, Luciano, ciao Ignazio. Gli infermieri mi guardano strano ma io tiro dritta, sento che questa cosa inspiegabile posso cercare di spiegarla una volta sola, a Crocetti, quando mi ricucirà. Eccolo, in piedi davanti alla porta dell’ambulatorio: non sta facendo niente, nessuna emergenza, chiacchiera con l’infermiera bella, come si chiama, Sofia…


 

Gualberto Alvino, Lago di colla, «Fermenti», xxxvii 2008, n. 232, fasc. 1, pp. 274-97:

ricorda chi, dove sei, che giorno è, quale è stata l’ultima idea prima di addormentarti, stropiccia gli occhi col dorso della mano senza irritarli, rimani ferma un istante, alzarsi di scatto scuote i nervi, prendi possesso del corpo, stira spalle gambe giunture, cancella l’odore dei sogni, offusca, ma non smarrirne le trame, chi era quella donna vestita d’azzurro che ruzzolava polsi legati dietro la schiena e un fiocco in fronte? come può un declivio sparso di fèci lasciare sulla lingua il sapore della felicità? eppure non sei felice, talora ti pare che, ma non lo sei mai stata, morirai tentando di capire dove, cosa, in che modo possa

cerca il lume, rasenta il muro spostando piano le dita, la radiosveglia potrebbe cadere, e non solo lei, anche quei ninnoli, nani rospi fanti scultori serpenti, ricettacoli di polvere, dovrei far pulizia, una volta per tutte, annaspo tra gli oggetti, scavo cucce dentro di loro, colpa della miseria, non avevo i soldi neanche per, carne solo di domenica, una festa, mangiavamo anche il grasso, l’osso nel brodo del lunedì, ora aggancia il filo col mignolo a rampino, tienilo ben fermo, pigia l’interruttore a occhi chiusi per difenderli dalla luce, riaprili, fletti la gamba destra, punta il calcagno sul materasso, tendi la sinistra, mettiti a sedere facendo leva sul gomito, inspira profondamente per affrontare lo sforzo, quest’aria spessa, concreta, tornerei a letto e non mi alzerei più, bada a non capovolgere il

poggia i piedi, mai prima quello, dicono porti male, una sciocchezza, ma è bello crederci, le pianelle stanno al centro della stuoia, no, stanotte ti sei alzata per rispondere al telefono, uno che ha sbagliato numero, voleva Elisa, ti riconosco, inutile che cambi voce, come ho potuto cadere nella trappola? la pagherai, mi interrompeva di continuo, l’ho gelato con un urlo, ha capito che non ero io e mi ha chiesto scusa, posso chiamarti un giorno di questi? e invece di mandarlo al diavolo ho detto va bene, se vuoi, son sempre qui, mi muovo poco, correndo le ho urtate e sono finite sotto il letto, allunga il braccio, speriamo non siano lontane, dovresti prendere il bastone, strisciare, a quest’ora del mattino, dio, piuttosto cammino scalza, acuisce la propriocettività, che sarà? nemmeno loro lo sanno, si riempiono bocca e portafoglio di cose che non sanno, muovi la mano sfiorando il pavimento, eccola, ficca l’unghia nel sughero, trascinala verso di te, mettile, tìrati su, saltella per riattivare la circolazione, ma niente flessioni, sei a rischio di crampi, giovedì hai corso fino all’una senza bere, labbra crepate, lingua secca, il sudore scottava, l’operaio del gas ti badava grattandosi il collo a brevi riprese, cereo, impaurito, quasi mi conoscesse da sempre, neanche papà s’era mai tanto preoccupato per me, voleva avvicinarsi ma non riusciva a muoversi, suole inchiodate all’asfalto, dove sarà ora? che ne è stato di quello scoppio d’amore? avresti almeno dovuto fargli un cenno, un

spalanca la finestra, devo essere stata mancina da piccola, o in un’altra vita, chissà, perché certe cose le faccio con la sinistra, questa per esempio, aprire le finestre, solo e sempre con la sinistra, con l’altra non ci riesco, sembro spastica, impedita, sarà per questo che spesso mi si chiude la gola e non mi vengono le parole, dicono che correggere un mancino provoca un cortocircuito tra gli emisferi da cui è difficile salvarsi, da’ un’occhiatina fuori per vedere che tempo fa, se c’è qualcosa nella cassetta delle lettere, mi sento viva solo se qualcuno mi scrive, strappo la busta tremando, come la sorpresa di Pasqua, dovresti capirne il motivo, non è l’auto del sarto, alla sua manca una borchia, ecco, ci avrei giurato, il vento ha rovesciato i vasi, passa gente, guardano qui, la spazzina e il fiorista, perché poi? scànsati, nasconditi, hai i capelli in disordine, viso gonfio, uno spettro, ieri sera ho scordato di lavarmi tanto ero stanca, oramai basta un niente a spossarti, una volta camminavi giornate intere e non un dolore, t’invidiavano perfino i bambini, devi farti vedere, certe malattie cominciano così, e di punto in bianco ti ritrovi in un letto d’ospedale con una selva di cavi addosso, non che mi allarmi, sono morta, sei nata morta, questo devi credere, fermamente, fànne il più forte dei tuoi pensieri e

[…]

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