74. Tre cose

da qui

Giulio da Padova è andato via deluso. Saulo è rimasto tra gente sconosciuta; in comune c’è solo l’ansia per la sorte di don Faber. Riflette sull’esperienza assurda che gli tocca vivere: un proiettile casuale colpisce l’amico, un punto di riferimento viene meno all’improvviso, la lotta fra la vita e la morte diventa il simbolo di tutta la realtà. Pensa alla sua condizione di scrittore, all’opera che nasce sempre da un’esperienza come questa: dolorosa, drammatica, oppure euforica, attraente, perché senza un’emozione l’idea non decolla, per quanto si organizzi in modo impeccabile il lavoro. Sarebbe facile, adesso, far partire il racconto dall’angoscia dell’attesa che attraversa la gamma dei sentimenti di un amico in pena e tracci la mappa frastagliata della rabbia e la pietà, la ribellione e la preghiera. Ma l’emozione non basta: bisogna decantarla in un’osservazione capace di mettere ordine nei movimenti convulsi che si agitano dentro. Per questo Saulo comincia ad annotare ciò che lo circonda, s’impegna a descrivere nei minimi dettagli: l’uomo sui sessanta dai capelli brizzolati che si guarda in giro sconsolato; l’altro, completamente calvo, che stringe fra le mani una cartella gialla ingombra di fogli; il giovane col soprabito blu, che abbraccia una donna dai capelli ricci; un ragazzo che prende appunti su un bloc notes con aria concentrata, come cercasse ispirazione. L’ultima immagine lo invita a non accontentarsi di comunicare emozioni e descrizioni: deve esserci uno scatto ulteriore, il colpo d’ala della fantasia, perché il testo possa accendersi, sorprendere il lettore, tenerlo sul filo del rasoio, per esempio portando in scena un medico in camice bianco, camicia blu e cravatta gialla dal nodo perfetto, il quale, con piglio preoccupato, si avvicina a quelli che potrebbero essere i parenti di don Faber, o i collaboratori più vicini, o semplicemente i suoi migliori amici, e dichiara a voce bassa, ma sicura, che il quadro clinico è precipitato all’improvviso e non sa se il sacerdote supererà la notte. La gente si agita, una ragazza si alza dalla panca e comincia a piangere e a gridare che no, non è possibile, non è giusto che don Faber se ne vada, mentre gli altri si affannano a calmarla e Saulo sprofonda ancora di più nei suoi pensieri.

8 pensieri su “74. Tre cose

  1. “Ma l’emozione non basta: bisogna decantarla in un’osservazione capace di mettere ordine nei movimenti convulsi che si agitano dentro.”

    Un po come si fa con il buon vino… decantare un’emozione, fare in modo che perda ciò che confonde il suo vero sapore e che resti il buono in fondo.
    Così non ci si ubriaca di sapori confusi, non si vaga nella vita di sbronza in sbronza, anche se, a volte , che voglia di scolarsela in tutta fretta questa bottiglia!

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  2. la lotta con la morte ci accompagna dal primo vagito tanto che, spesso, viene da chiedersi se ne valga la pena; poi, davanti ad una vita che si fa dono, chiniamo il capo e, sì, è una pena che vale.

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  3. Le emozioni vanno disossate per poterle raccontare, a volte anche soltanto a se stessi, e si tratta sicuramente di un lavoro lungo e doloroso. Anche la ricerca delle parole giuste per raccontarle è un lavoro certosino, forse è per questo che la poesia a volte riesce dove la prosa fatica un po’ di più. Devo dire che tu riesci a conciliare molto bene nella tua scrittura poesia e prosa.
    Grazie per le belle pagine che regali.
    Barbara

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