Nel traffico. Di Renata Morresi


( Giostra)

Nel traffico

What do we know? We’re just drivers

Che ne sappiamo? Guidiamo solo, noi

L’autista

Anche noi abbiamo visto il quartiere
a modo nostro riunito
le auto per colore e una maglietta
con le righe, con uno sforzo enorme
per comprendere gli avverbi
richiesto ai presenti d’essere tutti
attenti abbastanza a non mischiare
le immondizie, osservato la distesa
di pavimenti e porte
la spaventosa fiducia riposta
nel film preferito, nel giudizio
razionale, nella reazione a pelle,
la nostra intelligenza ornamentale.

Guidando attorno al blocco
su una giostra super-grande
scordando dove andiamo al non-lavoro
girandoci distratti da un pino
e da un tiglio o da un tiglio
e da un pino e gli altri vecchi
cittadini, continuatori del continuo
ed invidiati a vuoto, galleggiamo
sul cervello aggrappati alle scritte
sul muro come “sn morta”
o “tu sei il mio placebo”.

Vediamo il cantiere potenziale
ormai abraso, quasi sacro
messi in salvo da miracoli sfuggenti
le voci non previste dei passanti
che si cercano più umane: “siamo tutti
mezzi mezzi”, dalla solita canzone
che ci faccia dire ah, che ci faccia dire eh,
passare quasi candidi o schiantare
come gatti, rimasti a lingue secche
con le orbite sfondate per volere
più visione. Pensiamo come pazzi
e più generalmente ci perdiamo
senza uscire dal Comune
dal traffico o da questa
incorruttibile corruzione.

* Da: Renata Morresi, Cuore comune, Pequod 2010

13 pensieri su “Nel traffico. Di Renata Morresi

  1. Grazie a Nadia e complimenti a Renata.

    Mi stupisco della (apparente) facilità con cui puoi dire qualsiasi cosa in poesia, Renata, risultando mai scontata e sorprendente sempre, anche quando scrivi: “scritte/sul muro come “sn morta”/o “tu sei il mio placebo”.

    Mi fai venire in mente quanto diceva Holan, che non è poetico il cuore della poesia.

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  2. mi sa che Holan aveva ragione, niente nuoce di più alla poesia che “il poetico”

    in effetti, a pensarci bene, questa poesia parla anche dei molti rischi del farsi infanfolare dalla “bellezza”, delle molte perdizioni che rischia chi insegue “più visione”

    grazie a tutti, e buon passaggio all’1

    r

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  3. Arrivo tardi come al solito… Solo per dire che ero presente alla presentazione di «Cuore comune» un libro bello, organico e tosto da tutti i punti di vista. E bella anche la presentazione fatta di ascolto e discussione vera in una casa qualunque di persone amiche: una esperienza differente che ricordo con una certa nostalgia. Un grazie a Renata, attenta auscultatrice dei battiti del presente

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  4. C’è stoffa da vendere! L’intelligenza ornamentale colpisce in profondità: ci vede un po’ tutti in discussione. Brava Renatissima e Buon Anno 🙂

    @Alex Cartoni:

    Forse occorrerà sul serio ripensare alle modalità di trasmissione, comunicazione e agli incontri: le librerie a Roma, forse a causa della crisi, forse perchè comunque sanno che c’è gente disposta a pagare, pretendono i denari per l’affitto della sala, o per la pubblicità (?), o per l’aperitivi: vai nelle librerie a proporre di presentare un libro e ti rimandano alla ‘Organizzatrice degli eventi’, la quale, per non dirti che devi pagare, ti mette in contatto con ‘l’incaricata dell’intrattenimento’…follie, specie se si tratta di poesia, capisco la presentazione di un libraccio scritto da un comico, un musicista, un narraturuncolo, ma speculare sui libri di versi, assolutamente patetico.

    Forse bisogna ripartire dalle caverne, dai garage degli amici, dalle sale parrocchiali, dalle cucine delle nostre case. Ma basta con i mercimoni… tanto poi il pubblico che viene, viene solo perchè scrocca l’aperitivo e la tartina.

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  5. refusi: narratoruncolo, aperitivo

    Intendo dire che chi viene all’evento viene non per i versi ma per il prosecco…

    E poi, vogliamo sottrarci a questa incultura dell’intrattenimento e dell’evento a tutti i costi?

    Un libro di poesia,è nella migliore delle ipotesi, un evento per chi li scrive, e per chi lo stampa: una cosa senza mercato, senza visibilità, senza rete…

    Una presentazione di un libro di versi è una presentazione di un libro di versi.

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  6. Condivido a pieno. Questa cosa organizzata da Alessandro Seri e dalle “Pupille ardenti” e insomma da tutti gli amici maceratesi, (detto senza piaggeria) in case di “gente ospitante”, credo sia stata un piccolo unicum nelle Marche. Mi ha sorpreso e spinto a pensare quello che dici tu Manuel: e cioè che bisogna ricominciare dal “bisogno” di poesia, ma anche di scrittura e di storie, ricominciando col “focolare”, un qualunque focolare. Altrimenti ci sono i prosecchi, gli eventi e le tartine… A chi ha occupato i “luoghi” della poesia, bisogna rispondere col deserto… Del resto, trattandosi di cultura il deserto se non c’è il nomone che attira c’è già…quindi il passo è brevissimo. In fondo credo di poter dire che il festival “Macerata ospitale” (purtroppo ho potuto seguire solo la presenta di “Cuore comune”) sia stato un modo per proporre una “filiera corta”… dal produttore al consumatore tanto per capirci. La ricetta se funziona per i cibi perché non dovrebbe funzionare per la poesia e per tutti gli altri prodotti simbolici?

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