Il Capitano Mario (XXXII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII, XXIX, XXX, XXXI)


SPLENDE IL SOLE SULLE CIME
MENTRE SI FA PRESTO BUIA OGNI VALLE



Libertà, com’era bello il tuo volto!

Dopo il 25 aprile restammo a Scaldasole fino all’autunno, alla riapertura delle scuole. Intanto nella sede provvisoria di Sannazzaro si lavorò tutti, professori e alunni con una gran buona volontà fino alla conclusione degli esami che andarono splendidamente. Io avevo avuto dal Provveditore di Milano la nomina di commissaria straordinaria d’esami che mi fece sentire molto importante e, alla fine, spedita la mia brava relazione superfirmata da tutti i colleghi, mi sembrò anche di essere diventata molto ricca per quella indennità che, senza averla chiesta, mi fu elargita oltre il mio normale stipendio.

Mario intanto, avendo provveduto a smobilitare l’ospedale militare aveva ripreso il suo posto di assistente in Clinica Ostetrico-Ginecologica e si preparava per la libera docenza. E a ogni fine settimana facevamo allegre gite in bicicletta nei dintorni e anche partite di pesca coi nostri amici. La vita era molto serena.

Andavamo spesso a Milano: era il nostro divertimento preferito. Le carrozze passeggeri erano abbandonate sui binari morti delle stazioni, in attesa di ripristino, scoperchiate, con i finestrini aperti sul cielo, vuoti, come tanti occhi messi in fila che guardassero stupiti; e nasceva l’erba tra le rotaie. Erano quasi del tutto spariti gli autobus, rare passavano alcune automobili private, le altre rimanevano inoperose nelle rimesse perché non si trovavano ancora le gomme. Invece il treno-merci viaggiava imperturbabile, superstite provvidenziale per essere stato risparmiato dalla guerra: arrivava con le saracinesche spalancate, attraversate da una sbarra a cui ci si poteva attaccare ed era comodissimo: un balzo e ci si trovava comodamente seduti con le gambe penzoloni al di fuori, felici di viaggiare così. A Milano dapprima ti prendeva l’angoscia: alcuni quartieri erano spariti, non se ne trovavano più le vie, ma dopo qualche mese c’erano già le strade in ordine e le case finite con le tendine alle finestre. C’era da restare stupiti. Era tutto un cantiere e tutti lavoravano così alacremente che non avevano tempo nemmeno di rivolgere uno sguardo a noi, fannulloni di turisti che andavano a spasso. Poi si cominciarono a vedere i negozi con una certa quantità di merce nuova, sopra tutto di alimentari: la vita aveva ripreso in pieno con vigore sorprendente. Quando, qualche tempo dopo, il normale traffico ferroviario fu ripristinato, io portai le bambine a fare i primi importanti viaggi: dapprima a Milano. L’animazione delle vie, i negozi, le chiese coi vetri istoriati e gli altari solenni, il parco con lo zoo si offersero alla loro attenta curiosità, ai loro grandi occhi stupiti. La più grande non si ricordava dei suoi precedenti e ormai lontani viaggi a Milano, l’altra, che aveva solo quattro anni, non c’era stata mai. Le chiesi, alla sera, arrivando a Como, che cosa, di tutto ciò che aveva visto, le era piaciuto di più; mi rispose: “Il duomo di Milano. Così grande e con tutti quei pizzi!” Segno che nei bambini il senso estetico nasce spontaneo e lo dobbiamo coltivare. Più tardi le condussi a Mantova: ne furono entusiaste. Esperienza commovente per noi genitori, sempre nostalgici; e anche per una mia cugina, a cui lo raccontai, e proruppe: “Che Dio le benedica!” Oggi avviene che le nostre due figlie maggiori amino allo stesso modo la loro nativa Pavia.


Il dopo-guerra

Con la fine della guerra e del fascismo tutto si rinnovava. La novità più grande era quella delle libere elezioni. C’erano quasi ogni sera i migliori esponenti dei partiti che parlavano in piazza: io andavo a sentirli con qualche mia amica. Mi sembravano tutti bravi, pur senza che mi sentissi di aderire a qualche partito, mi pareva che qualche cosa di buono ci fosse in tutti, purché mantenessero uno stile di compostezza dignitosa e non si dicessero improperi tra loro, evitando ogni estremismo. Mario non veniva mai: aveva aderito a suo tempo al Partito d’Azione – ormai disciolto – come partigiano, ma era indifferente verso ogni ideologia, leggeva con interesse i giornali e, sia in famiglia, sia con gli amici, discuteva di ogni cosa sempre con pacatezza, e anche con un fondo di scetticismo. Più che la politica lo interessava la medicina, dei cui nuovi progressi era entusiasta ed erano le riviste mediche inglesi e francesi le sue letture preferite. Aveva la mente di un vecchio saggio e il cuore ardente di un giovane. Nelle nostre discussioni famigliari sugli avvenimenti del giorno, io invece ero impulsiva, spesso passionale e anche a volte ingiusta nei giudizi. Lui era come l’ago della bilancia che trova sempre il suo punto di equilibrio. Ci fu un frate in quei tempi che attirava molti ascoltatori con la sua eloquenza travolgente. Affascinava. Ma quando disse una volta: “I comunisti sono tutti assassini” eh, no! allora me ne andai indignata: non potevo sopportare questi eccessi.

C’era in vista il voto alle donne: grande novità, grande vittoria del femminismo. Ma c’era anche una grande ignoranza. Si formò un comitato di donne democristiane, guidate da un prete odioso e da un’anziana professoressa arcigna acida e fanatica. Subito ai primi incontri non mi piacque l’ambiente: l’unico imperativo categorico era la lotta contro: non il comunismo, ma i comunisti (che è ben diverso) e con termini così aspri e così beceri che mandai una lettera di dimissioni in termini pacati ma perentori, dicendo che ritenevo mio dovere rispettare tutte le opinioni. Mi risposero con una lettera di insulti che causò una divertita proposta di Mario di festeggiare con un brindisi la (mancata) vittoria del mio primo e ultimo debutto in politica.

Io frequentavo, quando potevo, le Donne di Azione Cattolica della parrocchia, con le quali andavo molto d’accordo sopra tutto per la loro semplice saggezza e la loro umiltà. Se mi chiedevano consigli su quale partito votare, dicevo loro di informarsi, di leggere i giornali non estremisti, di parlarne in famiglia, di meditare sulla condizione della donna; evitavo di prendere posizioni esplicite e sopra tutto – perché mi ripugnava – di mettere in mostra una cultura superiore alla loro. Il risultato fu questo: che quando si trattò di scegliere fra monarchia e repubblica, qualcuna mi disse soddisfatta di aver votato per la Regina con la corona in testa, che era poi l’immagine turrita e solenne dell’Italia repubblicana che “dell’elmo di Scipio (o di qualcos’altro di simile) s’è cinta la testa”. Tutto sommato, meglio così. Andavo molto d’accordo anche col Parroco, da quando aveva aiutato, insieme col curato, l’azione dei partigiani. Era un brav’uomo, ricco di umanità, che non faceva politica: si parlava specialmente del Vangelo e di quegli episodi da cui appare chiaro che il Cristo ci ha fatti liberi di fronte alla nostra coscienza di cristiani.

Lo stesso dicevamo ai nostri alunni nella scuola, dove andavamo tutti d’accordo anche nelle idee e pregavamo insieme ogni anno alla messa pasquale organizzata dal professore di religione che era giovane simpatico e pieno di entusiasmo anche nello scoprire con noi le bellezze sconosciute delle chiese di Pavia. Così la religione si univa armoniosamente con l’arte.


Io andavo spesso a pregare nella chiesa che diligevo sopra tutte: quella di San Pietro in Ciel d’oro che mi evocava Dante con la scritta inserita sulla facciata: “Lo corpo ond’ella fu cacciata giace / giuso in Ciel d’Auro…” riferita a S. Agostino. Entrando e scendendo i brevi gradini, mi immergevo in quella penombra silenziosa in cui ci si trova ammirati davanti all’arca bianchissima dei marmi fioriti dalle mani dei maestri campionesi che custodisce le ossa del Santo e non si può sottrarsi al commosso reverente pensiero di quella sublime grandezza. Sostavo un poco e andavo poi ad inginocchiarmi nel raccoglimento della cappella di Santa Rita, così cara ai Pavesi.

Mi capitò di ritornarvi e di sostarvi ogni giorno a pregare quando la Maria, mia cognata, si ammalò, e così gravemente che i medici avevano abbandonato ogni speranza di salvarla. Mario non si staccò dal letto di sua sorella per quattro giorni e quattro notti, valendosi delle più recenti terapie con farmaci da poco scoperti e sperimentati con successo. E fu un miracolo che la malata si riprendesse dal coma e fosse così restituita una sposa al marito, una madre ai suoi figli.


Poco tempo dopo che Mario ebbe conseguito la libera docenza, il prof. Vercesi si trasferì a Milano, dove non molti anni più tardi purtroppo morì, e i suoi giovani allievi che avevano sognato via via di seguirlo dovettero pensare ciascuno ad una propria sistemazione autonoma. E con rincrescimento si separarono, dirigendosi, come uccelli migratori, verso vari primariati, a mano a mano che si facevano liberi. Noi eravamo molto amici del Prof. Campiglio, chirurgo ortopedico di chiara fama, che era da dieci anni primario dell’allora famoso Istituto Elioterapico di Mezzaselva sull’Altipiano di Asiago. Volendo stabilirsi in città, il nostro amico s’era accordato con dei soci – medici e non – per costruire una nuova e moderna Casa di Cura in un antico palazzo di Vicenza, rimesso a nuovo dopo la guerra. Allora insistette molto presso Mario perché accettasse di dirigere il nuovo e ben attrezzato reparto di ostetricia e ginecologia: diceva che avrebbe avuto certamente molti clienti perché in tutta la provincia che era già in via di sviluppo non c’era nessun medico di quella specialità che avesse il titolo di Professore e libero docente. Mario finì per accettare e avvenne proprio, e in breve tempo, come era stato previsto.


Fu una lacerazione per noi lasciare Pavia, i cari amici e la città che avevamo molto amata, e quando la macchina ci portò via dal gruppo dei vicini di casa raccolti sul portone a salutarci, mentre il piccolo Maurizio di un anno scoppiava in un pianto disperato, ci prese una commozione cosi intensa da non poterla dimenticare mai più.

(continua…)

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