Karl Ove Knausgard, La mia lotta (1)

di Michele Lupo

La mole è impegnativa ed è solo il primo di sei volumi. Il titolo, Min Kamp, sinistro. Le ambizioni da leggere fra le righe – in tutti i sensi. Ha un bel dire Knausgard che non voleva fare letteratura quanto piuttosto un esercizio (di verità) che avesse insieme il valore di un’esperienza: raccontare la sua vita, di bambino poi di adolescente, i difficili rapporti con il padre, i non avvenimenti più banali e quotidiani: omettendo quei problemi formali senza i quali non si dà arte né letteratura. Difficile parlare di trama, di plot infatti, sebbene qui non sia in ballo un qualche tifo per l’intreccio spettacolare o i colpi di scena: è che il rischio della noia – di cui l’autore in qualche intervista si è dichiarato consapevole – è lì dietro l’angolino di fine pagina. Volendo (ri)scrivere qualsiasi attimo della vita che la memoria ti riporta alla mente, ti esponi a quel rischio anche se ti chiami Proust – soliti paragoni sciocchi di una recensionistica imbarazzante.

Non che sia privo di talento, lo scrittore norvegese, di sensibilità psicologica e linguistica – a giudicare dalla traduzione, una lingua pulita, di educata chiarezza. Anzi, quando si ricorda di essere uno scrittore e si preoccupa di andare oltre la pedissequa narrazione di qualsiasi sospiro e deglutizione, il libro si ravviva, trova momenti di gradevole leggibilità e alcuni anche magistrali. Allora il romanzo (romanzo?) funziona, colpisce la forza calma e stringente con cui sentimenti e stati d’animo vengono triturati senza pietà. Colpisce l’ironia che si affaccia all’improvviso. Ed emozionano certi gesti decisivi anche se marginali: prossemica e cinesica dei personaggi, dicono molto, più degli aspri dialoghi.

Il racconto muove dalla morte del padre, figura decisiva per il narratore. La storia del loro rapporto, del narratore bambino con l’uomo del quale subisce l’attrito freddo e autoritario, assieme alla perizia visiva di molte descrizioni è la cosa migliore. Knausgard del (al) padre non risparmia nulla; coraggiosamente confessa quanto orribile sia stato il senso di vergogna che accompagnava le umiliazioni dell’infanzia – un sentimento peggiore della paura, lo definisce. La lotta di cui dice il titolo, è una lotta per scrivere, innanzitutto, lotta con le proprie condizioni di marito, padre a sua volta, lotta contro il caso che entra nella vita dello scrittore che vorrebbe non certo la felicità ma solo le condizioni necessarie a scrivere. Il carattere di sfida agonistica di questa vita si ripropone in un certo senso nel libro: l’autore ha fatto leggere a tutti i personaggi la storia prima di pubblicarla, senza omettere i dettagli più imbarazzanti.

Per non fare fiction, Knausgard ha finito con lo scrivere 3000 pagine (pubblicazione ancora in corso in Norvegia) passando da una cosa all’altra e seguendo il filo dei ricordi, lavorando sul dettaglio insignificante per restituire la sua storia in uno specchio che rendesse l’esperienza intelligibile – epperò, vi sono casi in cui riuscire significa fallire.

Stando alle dichiarazioni, Knausgard avrebbe cercato di colmare la distanza che separa l’autore come persona in carne e ossa dal narratore, ma perché questo genere di lettura sia appassionante sino in fondo bisognerebbe essere il Proust che i recensori hanno tirato in ballo a sproposito (a mio parere, nel caso specifico non c’è nemmeno la malafede, il servaggio dei circoletti editoriali: qua Proust non sanno proprio chi è). Del grandissimo linfatico della Recherche – solo uno dei tre o quattro giganti del ‘900 – non casualmente hanno scritto filosofi, come per Kafka. Quando Knausgard filosofeggia sull’arte, la vita e la morte invece non brilla per originalità. Se ci si chiede come mai tutto questo successo a fronte del fatto che Proust non lo leggono più nemmeno all’università, viene il sospetto che la risposta stia proprio nella banalizzazione (colta) con cui lo scrittore norvegese discetta di massimi sistemi. Stima per il talento narrativo, rispetto per le ambizioni, perplessità per la sproporzione con gli esiti letterari complessivi – o bisognerà attendere la fine del lavoro? mica uno scherzo, per il lettore dico.

9 pensieri su “Karl Ove Knausgard, La mia lotta (1)

  1. Giorgio, grazie per la bella recensione, era da un po’ di tempo che….o mi son perso qualcosa?
    Al di là delle ragioni che hai illustrato, questo libro non mi prende per due pregiudizievolissime questioni:
    1. Non se ne può più della filiera/filanda scandinava ( e che sarà mai, uno svedese si inventa un buona trilogia e di colpo tutti i suoi vicini di casa diventano Proust?)
    2. Il titolo mi ricorda un altro libro, naturalmente molto più cupo di questo. Non c’entrerà niente, ma se non altro, buon gusto avrebbe consigliato di…
    Ciao.
    p.

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  2. lupo mio, mai uno che si accorga che le recensioni le fai tu, e giorgio le posta! che aspettate a farlo redattore ‘sto ragazzo? almeno si prende i complimenti e le critiche direttamente!
    😀
    la recensione al solito è ottima, mentre il libro dà da pensare (questi norvegesi. a me di leggere day by day la storia di uno dove forse la neve e il gelo impazzano, mi fa un po’ freddo). di sicuro c’è anche un qualche distorto rapporto affettivo (parrebbe di sì), molti silenzi, con deglutimenti e no a rumoreggiare sullo sfondo. di proust ce n’è stato uno solo (e per fortuna!). secondo me uno però un titolaccio infamone come questo non lo dà perché voleva dire “la mia lotta” e basta, “senza residui” (avrebbe detto francesco orlando). il residuo rimosso e ritornato, letterale o ironico, punta dritto su “mein kampf” (si scrive così?) senza dubbio. se no poteva intitolare la sestettologia “il senso di karl per il dettaglio”, “il costruttore knausgard”, cose così, andando sul tranquillo.
    non c’è più spazio per le grandi narrazioni, ma tutto è possibile: staremo a vedere.
    grazie, mic.
    è scoccata l’ora, devo andare a fare il mio giro annuale.
    😀

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  3. a lucia, le parole dell’autore: “la scelta del titolo è ovviamente ironica. Ci sono due livelli nel mio libro: quello alto, dell’ideologia e dell’arte, di ciò che c’è al di sopra di noi, e poi un livello più basso, quello che concerne la vita di tutti i giorni. Ed è questo ultimo aspetto che volevo descrivere nella mia opera, quello un po’ meno letterario, per intendersi. È anche questa “la mia lotta”: non tanto una battaglia per raggiungere grandi ideali e grandi successi, ma proprio affrontare la vita di ogni giorno: portare i bambini in tempo all’asilo, misurarsi con i problemi della vita quotidiana come può essere nel mio caso aver avuto un padre alcolista morto tragicamente. Il titolo mi è sembrato perfetto per collegare questi due livelli di cui ho parlato. È poi anche vero che nel mio libro c’è una parte in cui mi soffermo su Hitler, su Mein Kampft e sul fatto che anche nel suo libro c’è questo legame tra vita vera e fiction. Mi piaceva comunque l’aspetto provocatorio di questo titolo.”

    a paolo: non so quanto c’entri questo libro con la filiera scandinava: come Giorgio sa, non leggo pochissimo ma di quelle latitudini in anni recenti zero totale (sai, quella cosa del manga che assomgliava al barleby di melville)

    grazie a tutti e due

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  4. Grazie, Lucy, per aver fatto chiarezza! E grazie a Michele per la chiara ed efficace recensione.

    In effetti, Paolo, è da qualche anno che non scrivo più una recensione, ma qualcosa è in preparazione. A presto.

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  5. Chiedo scuso a Michele Lupo, e lo ringrazio per aver postato la nota dell’autore.
    E naturalmente aspetto anche una recensione di Giorgio!
    p.

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  6. naturalmente, sia chiaro, nessun dubbio sulle capacità recensorie (e censorie) di giorgio! è che a me, l’occhio esercitato a vedere ragnatele e “gattini” megli angoli è un po’ difficile che sfugga qualcosa e siccome è la seconda volta in una settimana circa che a ‘sto regazzino nun je fanno li complimenti che merita, io, che so’ cattivella, ma per finta, un po’ m’intenerisco!

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