Il Capitano Mario (XXXIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII, XXIX, XXX, XXXI, XXXII)


VICENZA

Vicenza è una città molto bella, incastonata fra le Prealpi e la collina ricca di invenzioni paesistiche.

Io la conoscevo da quando studiavo a Padova, all’Università; per Mario invece e per le nostre figlie fu un incontro nuovo che destò un comune interesse, non superficiale, di conoscere l’intima essenza dei luoghi e delle cose e l’anima della gente, nel suo globale vissuto, forgiato dalla storia. Dire Vicenza vuol dire Palladio perché in ogni via del centro palazzi case chiese torri ne riecheggiano il nome che risuona nel mondo. Punto di riferimento obbligato per architetti che operano non solo in Europa, ma anche in America e altrove: proposta dell’architettura degli antichi per l’uomo moderno. In ogni via del centro ci si trova davanti ad edifici palladiani di gran mole, ma stupisce che appunto quelle strade siano relativamente strette, mentre la città nel suo impianto segue il tracciato di un accampamento romano situato in pianura, dove lo spazio non mancava per dare respiro a tanta grandiosità, che si può ammirare con godimento solo nei pochi spazi aperti. Incerte vie secondarie invece sono particolarmente attraenti i palazzetti gotici e i loro effetti scenografici vi si scoprono con lieta sorpresa.

Un’altra cosa che stupisce è la quantità di statue che ornano il tetto dei grandi palazzi, ma non si vedono, perché sono collocate troppo in alto, e manca lo spazio per guardarle senza farsi venire il torcicollo; e restano quasi dimenticate lassù, cosi che, se tu te ne vai via ignara lungo la strada, corri il pericolo che te ne cada in testa qualche frammento marmoreo. Cosa che non sarebbe del tutto improbabile. Io, appena arrivata qui, espressi il desiderio di abitare sul colle detto Monte Berico che, imminente alla città, le sorge a mezzogiorno, oltre il fiume Retrone che l’attraversa in mezzo ad uno scenario pittoresco. Ma non si deve guardarne le acque dai ponti, specie dal marmoreo S. Michele, perché sono molto sporche, piene di alghe e di fango e così cupe che paiono scaturite dall’inferno dantesco.

Volendo ammirare acque più limpide conviene andare al Ponte Pusterla sul Bacchiglione che ivi esce da un’ansa e scivola con una rapida più che una vera cascata verso le pale di un vecchio mulino sempre immobile e gli lascia un certo spazio intorno. Spazio per ammirarla la città ne presenta nella centralissima Piazza dei Signori con la grande mole della basilica palladiana, bellissima. Ma negli infuocati tramonti d’autunno un’altra bellissima visione si ottiene partendo da Piazza Matteotti, detta dell’isola e percorrendo tutto il Corso Palladio per arrivare attraverso una sfilata rettilinea di antichi palazzi fino al Castello incendiato dal sole calante, così che par quasi la doppia scena di un teatro. Caratteristica veneta è infatti l’architettura scenografica. Salendo poi a Monte Berico ti viene incontro il panorama della città, che somiglia vagamente a quello di Firenze, più dolce in realtà, mentre Vicenza è stagliata sulla linea uniforme delle Prealpi, limpidissime al mattino quanto il tempo lo permette.

Il mio primo desiderio, di abitare appunto sul colle, fu poi incredibilmente e ampiamente esaudito.


Beatrice

Ma un dono ben più grande mi venne dal cielo o forse particolarmente dalla Madonna di Monte Berico e fu l’arrivo della nostra terza figlia, Maria-Beatrice: dono inaspettato a distanza di dieci anni dalla seconda. E fu gioia grandissima. Io temevo quel parto dopo la precedente esperienza, ma tacevo ed ero rassegnata, oltre che incoraggiata dalla presenza di mia madre. Invece andò tutto benissimo e anche mia madre dovette tirare un gran sospiro di sollievo. Nacque nella Casa di Cura dove lavorava Mario che, aperta da pochi mesi, già funzionava a pieno ritmo. Fu Mario ad assistermi questa volta con l’aiuto del suo giovane assistente e della Signorina Lodi che erano ormai per noi persone di famiglia. E fu la felicità delle suore che se la portavano in giro, come se fosse una rarità, facendola vedere a tutti per farsi dire che assomigliava al Professore. Mario si illuminava in viso alle varie prodezze che denotavano il crescere della nostra bambina, e la viziava come del resto facevano tutti in famiglia, a cominciare dalle sorelle, contro la mia volontà, ed è inutile dire che lei si conquistò subito il centro dell’attenzione generale. Ma era naturalmente garbata, amabile e graziosa. Compì i sei anni a Montecarlo, dove eravamo in uno di quei bellissimi alberghi dell’800 che oggi sono stati sostituiti dai grattacieli, in cui alloggiavano persone per lo più ottocentesche anche loro. Le fecero gran festa perché conquistava tutti e quando entrava nel salone con quella sua aria di principessina dignitosa, non potevano far a meno di ammirarla; dicendo: “Quell’est mignonne!”

A Montecarlo eravamo andati l’anno in cui morì mia madre. Ero molto abbattuta e Mario, per distrarmi, volle farmi fare una lunga vacanza sulla Costa Azzurra. Montecarlo fu la sosta più lunga. Io non facevo i bagni e andavo con la mia piccola ogni mattina a far visita alla vicina chiesetta di Santa Devota alla Condamine, poi lungo le strade in salita fino alle varie Corniches, donde si ammirano vedute stupende: il porto coi ricchi panfili allineati, le colline e il mare di un azzurro così profondo che è vera gioia per gli occhi. Poi consegnavo la bambina per il bagno alle sue sorelle, le quali avevano trascorso la mattinata a prendere il sole sugli scogli in riva al mare, sempre insieme col nipote degli albergatori, un ragazzo quindicenne come la Vanna, per la quale aveva un’educata simpatia. Facevano tenerezza. La Carla riceveva già le lettere del fidanzato. Non mancavano i divertimenti serali (sfilate di carri, spettacoli vari) a cui provvedevano il proprietario dell’albergo e il giovane nipote. Quando Mario ci raggiunse, ci portò in giro lungo tutta la Costa Azzurra, con varie soste poi in Provenza e in Savoia (la selvaggia terra del miei lontani antenati), e successivamente a Chamonix. Di là in Val d’Aosta, donde ritornammo a casa.

Così l’amorosa attenzione di mio marito aveva cercato di attenuare il dolore che avevo lungamente sofferto per la perdita di mia madre che ora riposava per sempre accanto a mio padre nella terra dov’era nata. Aveva vissuto sempre con me e per me dalla mia nascita alla sua morte: questo dimostra quanto io le fossi legata. Ma più di tutto lo dice il ricordo di una donna straordinaria. Al suo paese la ricordavano giovane, bionda, vivacissima, con la passione dei cavalli e del calesse: era simpatica a quanti la conoscevano. E così sempre rimase. Rimasta vedova giovanissima, era sempre disponibile a tutti: non ci fu nessuno dei suoi numerosi parenti da cui non fosse sempre lei e soltanto lei ad accorrere per aiutarli in caso di bisogno, e tale fu sempre: accogliente e generosa anche con gli amici e con le domestiche che le volevano un gran bene. Perché non si poteva non voler bene alla Rosina. Mario sapeva, quand’era in guerra, che io avevo in lei quell’aiuto morale che solo la Provvidenza poteva darmi per mezzo di una madre così. E ci fu sempre fra loro due un affetto sincero, una grande intesa reciproca.

Sennonché, col trascorrere degli anni, fu colpita dal morbo di Alzheimer. E io la perdetti così, con infinita tristezza, fisicamente viva, ma perdutamente assente: proprio lei che era sempre stata così viva, energica, intelligente e così attiva. Nelle ore libere dalla scuola, stavo accanto a lei, sperando sempre di cogliere, mentre leggevo o studiavo, anche soltanto un barlume di luce in quei suoi chiari occhi spenti. Niente, mai. Volevo che le ragazze facessero la loro vita senza turbamenti: lo studio, gli amici. Venivano spesso dei parenti: non si accorgevano di lei, come non esistesse. Sentivo il gelo della loro indifferenza anche nei miei riguardi, diversamente dalle amiche che mi leggevano nel cuore e avrebbero pur voluto cercare di alleviare la mia sofferenza: care amiche che mai dimenticherò.

Mario mi aiutava ed era tutto per me: con le sue cure di medico, con sollecitudine amorosa, con sempre vigile attenzione, con la sua silenziosa pietà. Per me quella prova così lunga e così dura fu causa in seguito di un esaurimento che riuscii a superare soltanto col tempo e con l’aiuto di Dio, che ci dice più volte nel suo Vangelo: “Non piangere”. Me la sento dentro sovente quella voce con la stessa voce di mia madre che ancora mi consola.

Trovai molto aiuto allora anche in varie attività a cui mi diedi indefessamente: attività culturali e anche pratiche come la costruzione della nuova casa e, più tardi, della Casa di Cura di Padova da sorvegliare con attenzione in ogni particolare e poi da arredare, e fu piacevole, direi.

Mario lavorava molto, con sempre maggiore successo. Non ci fu mai un parto, anche normale, che non fosse assistito (oltre che dal suo ottimo aiuto e anestesista e dalla sua bravissima e attivissima ostetrica e assistente ai ferri) da lui personalmente, giorno e notte. Dopo dieci anni, quando il cugino Giovanni, che gli era molto affezionato e aveva molte disponibilità finanziarie, costruì la nuova Casa di Cura di Padova, lasciò l’ostetricia e si dedicò unicamente alla ginecologia. Questa era l’organizzazione di Parigi, che non esiste in italia, e cioè la separazione fra clinica ginecologica e maternità. Allora visitava e operava a Padova la mattina e altrettanto faceva a Vicenza nel pomeriggio. Era soddisfatto perché diceva di avere più tempo per studiarsi le operazioni, anche le più ardite, che gli andarono sempre bene. La sua fama aumentò, non solo per il suo successo con le donne (motivo della mia divertita ironia) ma anche, realmente, per la sua comprensione delle pazienti, che visitava spesso gratuitamente per soccorrere certi casi particolari di miserie nascoste. S’era sparsa la voce della sua generosità persino fra i pezzenti che l’assediavano: ma provvedeva alla sua difesa la portineria.

La nostra casa era sempre aperta agli amici e agli amici delle figlie che intanto crescevano. Mario era molto compiaciuto delle sue figlie, specialmente quando qualche volta portava con sé le due maggiori ai congressi e le presentava agli amici, ricevendone i complimenti.

Venne il tempo in cui si sposarono: prima la Carla, troppo presto, purtroppo, poi più tardi, la Vanna. È triste vedersi partire le rondini dal nido, ma ti compensa il saperle felici. E dopo un anno arrivò Roberto, il piccolo beneamato, seguito, a breve distanza, dalla Rosamaria, come una bamboletta. Più tardi, sposatasi anche la Vanna, che si portò via con sé la sua incontenibile allegria, nacquero Benedetta e Gigi, tutti bellissimi. La casa ne fioriva.

(continua…)

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