Alessio Torino: una vista eccezionale

 

di Paolo Pegoraro

Alessio Torino è un autore da tenere d’occhio. Dalla scarna bandella di Undici decimi, scopriamo soltanto che è urbinate, nato nel 1975, e che questo è il suo primo romanzo. Dalla qualità della scrittura non si direbbe. Undici decimi è fatto di tanti piccoli tocchi di genio e di una lingua raffinata e precisa, nemica del generico, ma che pure si diverte giocando a nascondino: a cosa farà riferimento il titolo, per esempio? All’interno del romanzo non viene spiegato… Indagando un poco, si scopre che Alessio Torino insegna lettere classiche e ha curato seminari di traduzione, che il libro ha attirato l’attenzione di un critico come Claudio Magris, che è stato chiamato in concorso al Campiello, che ha vinto il Premio Frontino ex aequo con il non certo esordiente Marcello Fois. Insomma, sarà pure il suo primo romanzo, ma per tanti autori meno scrupolosi potrebbe benissimo rappresentare la tappa d’arrivo. E invece è di prossima uscita il suo secondo titolo, Tetano, per Minimum fax.

Alessio Torino ama la provincia. Undici decimi si svolge a Pieve Lanterna, immaginario paesello marchigiano come tanti ai piedi del Tenetra. Norman Marasco, dieci anni di alcolismo alle spalle, si risveglia in ospedale. L’hanno riacciuffato poco prima che il delirium tremens si portasse via lui, la sua laurea in Geologia e la passione per le ammoniti scovate lungo interminabili spedizioni solitarie. Allo straniamento del risveglio si accalcano le tessere sempre meno sparpagliate dei ricordi. Intanto bisogna tornare alla vita. All’impossibile quotidianità. E tuttavia Norman è accompagnato da una consapevolezza sempre più lucida, capace di farsi largo nella trincea delle scelte quotidiane. Come quella tra il rompersi la schiena in cantiere e un guadagno sporco ma facile. O tra il piacere delle prostitute e la rischiosa scoperta dell’innamoramento. Strade o scorciatoie, ancora una volta.

Ma di scappare Norman non ne ha più voglia. Sarà un caso, ma una crisi di tremens lo ha colpito proprio mentre ascoltava L’Arte della Fuga di Bach. Alle colpe non bisogna sfuggire. Norman ha il coraggio di ricordare, ostenta come una reliquia la mano con la quale ha rubato alla madre una collana per un mese di sbornie: «L’ho rubata con questa mano qui. Se la guardi bene, vedrai che è vero». La consapevolezza però non basta. I fallimenti del passato incombono come una spirale senza scampo: una maledizione pietrificata nella forma stessa delle ammoniti.

Ci vorrà un viaggio improvvisato nell’Assisi terremotata per bucare il cuore con le lacrime e trovare il coraggio di osare la felicità a portata di mano: riprendere gli studi, buttarsi nell’esame di stato, dare speranza al proprio amore per una donna.
«Non tornerei indietro perché arrivare qui è stata veramente una gran fatica. Essere finiti a Buchenwald e ritrovarsi a potare la siepe. Tornare indietro… non ci penso neanche», dice un personaggio alla fine del romanzo. Ed è, in fondo, quello che può dire anche Norman, uscito dalla sua personale Buchenwald, ma ormai capace di vedere il mondo meglio degli altri, meglio perfino di chi pare vincente ma in fondo ha soltanto ceduto a compromessi più rispettabili. Norman torna alla vita man mano che s’intensifica la sua visione della realtà. Fino ad acquisire “undici decimi”, appunto: una vista eccezionale.

Un assaggio dell’opera

Aveva passato i venti da poco. I capelli color rame, tagliati a caschetto, con un ciuffo che le sfiorava il sopracciglio. Non l’avevano mai vista che serviva al bar.

«Che prendete?» disse la ragazza, scostando il ciuffo. I suoi occhi erano neri e umidi.

«Un Borghetti col ghiaccio.»

«Un’acqua gasata corretta al limone…»

Lei rise, ma non disse niente. Affettò il limone. Norman notò l’anello d’argento a forma di geko, con un’agata verde per occhio; riprendeva l’orecchino, un altro piccolo geko. Quando si girò per prendere il liquore, vide il suo corpo che si muoveva sotto la maglietta, caldo e morbido. E il collo scoperto, con un velo di peluria. Pagò Dejan, che raccolse il resto e andò a piazzarsi col bicchiere davanti al videopoker.

«Innalzate una banca, allora…» disse lei.

«Con qualche senso di colpa… sì.»

«Mio nonno, da quando sono cominciati i lavori, ha dei problemi.»

«Troppo rumore?»

«Magari. Ha più di ottant’anni, e sai cos’ha deciso? Che l’unico giorno che passerà davanti alla banca sarà quando lo porteranno al cimitero. Ha una serie di itinerari per aggirarla. Pensa, per andare a comprare il giornale, è costretto a uscire dal paese e fare tutto il giro da una parte…»

«Ha fatto il partigiano?»

«È pure finito in un Lager.»

«E non preleva?»

«Devi sapere che il nonno tiene da sempre tutti i soldi dentro casa… E una notizia che ti posso dare, i soldi dei miei nonni sono davvero pochi. Capito che tipetto? Se fosse per lui, le banche andrebbero fallite in due giorni.»

«Anche mio padre è stato partigiano. L’ho perso quando ero troppo piccolo. Ma mia madre mi ha raccontato certe storie che mi possono far capire tuo nonno molto bene. Una cosa è sicura…» sbatté il bicchiere sul bancone, quasi lo spaccò. «I nostri padri sono quanto di più lontano dalle nuove generazioni con Liberazione e il Manifesto sottobraccio e le Nike ai piedi!»

«Hai ragione, compagno!» disse lei, alzando il pugno.

Norman si accorse di essersi scaldato troppo, si mise a succhiare il limone.

«E ancora non sai che nome ho. C’è una storia. Mio nonno voleva chiamarmi Ninel o Lenina… non c’è bisogno che spiego… il fatto è che sua figlia, mia madre, è una cattolica convinta, e voleva chiamarmi o Giovanna o Giuditta o Elisabetta o Rachele o con qualche altro nome preso dalla Bibbia.»

«Sento odore di casa mia. E…»

«Natasha, che è il nome russo di Natalia. Così adesso mi chiamo come le ragazze del night.»

«E a Villa Canali?»

«Il bar è di mia zia. La sostituisco per qualche giorno. Io sono tornata la scorsa settimana da Londra.»

«Tornata…»

«Lavoravo all’aeroporto di Heathrow. Mi sono licenziata sabato scorso. Ero partita per l’Inghilterra due anni fa. Lavoravo al deposito bagagli: serviva personale che parlasse italiano… A quanto pare, il capo reparto mi ha segnalato alla direzione, perché lavoravo bene, così mi hanno proposto un contratto breve, di altri sei mesi. Ho accettato perché avevo fatto qualche amicizia e mi trovavo bene.»

«Ma poi sei tornata…»

«Sì, perché dopo i sei mesi, mi volevano far firmare per altri due anni. Chiedo una settimana di tempo per pensarci. La cosa assurda è che in quella settimana, in mezzo a tutte quelle valige, mi viene in mente la faccia di mio nonno. Come l’avevo visto a giugno. Col berretto, le rughe dei suoi ottantaquattro, che sputazza i nòccioli di ciliegia. Per le ciliegie va matto. Se ne fa un sacchetto e se lo porta dietro. Se gira per casa o per il paese non gli cambia tanto: prende, mangia e sputa i nòccioli dove capita. Insomma, per fartela corta, credo di essere tornata in Italia perché mi mancava la mia famiglia. E ora vivo coi nonni. Questa la storia della Natasha internazionale. Però non so perché te l’ho raccontata…»

«Un giorno ti racconto la storia di Norman, il muratore detto il Dottore. Che non è meno patetica.»

«La voglio sentire. Quando finite con la banca?»

«Ancora ci vorrà.»

«Prima che finite… una sera mi vieni a prendere, così me la racconti…»

«…»

«Allora? Ci facciamo un bel giro di notte in macchina! Che ne dici, compagno? Andiamo a vedere tutte le banche dell’Appennino contadino.»

«…»

«Allora?»

«Sì.»

Appena Natasha finì di scrivere l’indirizzo su un foglietto, Dejan si alzò dal videopoker – Norman si era dimenticato di lui. La salutarono e uscirono nella calura.

«A quanto pare,» disse Dejan «ti stai facendo grande.»

«Mi vuoi rompere i coglioni?»

«Stai crescendo e ora hai bisogno di una macchina.»

«Ascoltavi?»

«Se hai bisogno di una macchina, te la rimedio io.»

«E da dove?»

«Dall’inferno.»

«Che macchina?»

«Bi-em-dàbliu.»

«…»

«La guidi per dieci volte, poi è la tua.»

«Quanta ce n’è?»

«Dieci giorni di lavoro.»

«Un chilo?»

«Paura?»

«Una volta ho rubato una collana di perle.»

«Oh, Dottore.»

«A mia madre. Hanno dato la colpa al marocchino che vendeva gli asciugamani.»

«Quanto c’hai fatto?»

«Mia madre però ha capito.»

«Quanto c’hai fatto?»

«L’ho vista per un mese con gli occhi gonfi.»

«Quanto?»

«Mi ci è voluta una settimana, per darla via. L’avrà vista nella scatola dei Quality Street. Trentaquattro perle di fiume. Regalo di nozze.»

«Sì, va be’, quanto c’hai fatto?»

«Saldato lo strozzino, un mese di sbornie.»

«Fai ridere. Dieci viaggi e ti tieni un macchinone.»

«L’ho rubata con questa mano qui. Se la guardi bene, vedrai che è vero.»

«Dottore, pensaci, Bi-em-dàbliu.»

(questo articolo è comparso su La Bussola Quotidiana, 15/01/2010)

4 pensieri su “Alessio Torino: una vista eccezionale

  1. Mi colpisce la mamma che, in virtù di quell’amore sconfinato che tutte le mamme nutrono per i figli, e che supera il valore di qualsiasi gioiello, non denuncia il figlio, ma poi, delusa e profondamente ferita, non può fare a meno di avere “per un mese con gli occhi gonfi”

    Mi piace

  2. Notizia fresca fresca: “Undici decimi” è stato premiato con il Bagutta opera prima, ex aequo con “Meglio dirselo” di Daria Colombo (Rizzoli)

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.