Il Capitano Mario (XXXV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX, XX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, XXV, XXVI, XXVII, XXVIII, XXIX, XXX, XXXI, XXXII, XXXIII, XXXIV)


IV
PRESTO TRAMONTA IL SOLE SULLE ONDE DEI RICORDI

Mario aveva accettato dalla Curia Vescovile l’incarico di perito-ginecologo nelle cause di annullamento di matrimoni da parte della Sacra Rota, che si discutevano per lo più nelle zone di confine sopra tutto in base a leggi di stati diversi. Vi andava circa una volta al mese, stando lontano di solito per tre o quattro giorni. Andava via volentieri perché gli piaceva molto viaggiare e per variare un poco il suo lavoro consueto. Sempre soddisfatto, come diceva, telefonandomi ogni giorno. Io scherzavo ad ogni partenza: “Sei contento di andare a trovare la bionda o la bruna!” Sorrideva: “Ne ho abbastanza di donne!” In realtà le donne gli correvano dietro: io mostravo di non interessarmene, sopra tutto per orgoglio. Comunque in queste faccende ognuno deve rispondere della propria coscienza.

Negli ultimi tempi tuttavia Mario mi diceva spesso di essere stanco; io non me ne preoccupavo, tanto più che ci concedevamo più frequenti giorni di vacanza, o in Toscana, a Firenze per lo più, o sul lago di Garda E si riprendeva subito ottimamente. L’ultima volta era andato per lavoro a Udine: doveva tornare non prima della sera del giorno seguente e comunque mi avrebbe telefonato.

Invece, poco dopo mezzogiorno, mentre ero sola in casa con la Bebi, sentimmo suonare il campanello del garage. Mi si gelò il sangue: ebbi, improvviso, nitido, un presentimento tristissimo e dissi a mia figlia, mentre scendevamo le scale: “Bebi, preparati: sta suonando per noi l’ora di una durissima prova”. Avevo capito: Mario disse infatti: “Domattina mi faccio ricoverare”.

Era l’inizio della Via Crucis.

La mattina seguente – era il primo marzo – cominciò a sottoporsi a quegli esami che dovevano rivelare la presenza di un tumore ai polmoni in fase avanzata.

Perché, in un ambiente di medici, lui per primo e gli altri non l’avevano diagnosticato, o almeno sospettato prima? Rimane un mistero.

Il chirurgo durante l’intervento chiese all’aiuto e alla Bebi che era presente e che si sentiva morire, se doveva proseguire il tentativo già fallito in partenza. Annuirono. Fu portato in camera mentre dormiva ancora. Si svegliò e, come annebbiato, si vide ai piedi del letto soltanto le figlie, alle quali subito chiese: “Dov’è la mamma?” Ero di fianco al letto: tacque, rassicurato. Rimasi quasi un mese in quella camera, da cui non mi sentivo di allontanarmi mai.

Avvenne che, per fortuita combinazione, o piuttosto per un segno della volontà di Dio, che forse voleva darmi coraggio, essendo io allora presidente dell’Associazione Maria Cristina, era stata annunciata una mia conferenza per l’8 marzo: già spediti gli inviti. L’argomento era: “Il problema del dolore in Teilhard de Chardin”. Non era un discorso che si potesse inventare, e mi rivedo a scrivere durante quegli otto giorni a un tavolino presso la finestra, mentre Mario per lo più dormiva. Quel giorno mi feci portare a Vicenza per l’ora fissata: la sala era strapiena. Lessi col cuore, più che con la voce, del resto ferma, chiara, serena. Alla fine c’era la macchina pronta, fuori, per riportarmi a Padova.

Mario cominciò a riprendersi.

Negli stessi giorni venne operata a Padova, nella Clinica Ortopedica, la nostra nipotina Benedetta, allora di sette anni, che aveva un misterioso male a una gamba: perciò io andavo da un ospedale all’altro, con angoscia. In due diversi ospedali sbagliarono la diagnosi e finalmente, per un vero miracolo, dopo indagini e cure pazienti in Svizzera, in una clinica privata, a distanza di due anni, la bambina guarì perfettamente. Ma allora il nonno non ne potè gioire perché era già morto. Mario era tornato a casa e stava meglio quando fu operata d’urgenza a Verona per un appendicite la Bebi: è vero che i mali a volte arrivano a valanga. Si trattò, per fortuna, di cosa non grave. Mario si fece portare a Verona a trovarla: segno che migliorava; sia pur lentamente: con lo sforzo della volontà camminava ogni giorno in giardino, e più tardi, anche in montagna. Noi si cominciava a sperare; lui no. Sapeva, fin dal primo momento, aveva capito. Ma non vidi mai sul suo viso se non un velo di tristezza, non udii mai una parola che tradisse la sua pena interiore. Stava a lungo seduto in poltrona fra le due finestre che guardano sul giardino a leggere il giornale: a volte guardava i cani che giocavano, a volte seguiva il volo degli uccelli. Taceva. Qualcuno veniva a trovarlo, ma mai si lasciava sfuggire con nessuno una parola che accennasse al suo male, mai un sospiro di sconforto. Solo una volta, sul principio della malattia, proprio quando noi speravamo nella ripresa, disse ad una nostra amica, freddamente: “Il mio ciclo vitale è concluso”. Io ero nella stanza accanto: credeva che non avessi sentito e glielo lasciai credere. Un’altra volta, mentre guardava alla televisione il Cristo di Zeffirelli, gli scese sul viso, muta, una lacrima: ce l’ho ancora dentro e vi rimane. Si voltò, indifferente, perché non la vedessi. Anche allora finsi di non aver visto. Verso la fine dell’autunno peggiorò: era la metastasi, l’ultima fase. Mi sentivo venir meno ogni sforzo per resistere: anche quello di pregare. Ebbe prima un braccio paralizzato, che poi riprese a muoversi, poi le gambe, che non lo reggevano più, la mente, di rado offuscata e solo per brevi istanti, era sempre lucida e presente nel soffrire. Feci trasportare la camera da letto al piano terra per poter più facilmente badare all’andamento della casa pure restandogli accanto. Ma quando ne uscivo, ogni volta il suo sguardo muto, straziante, mi seguiva come se mi dovessi allontanare per sempre: quello sguardo dei suoi grandi occhi tristi che non avrei potuto dimenticare mai più.

In un giorno di maggio il suo aiuto e compagno di lavoro volle condurlo, in carrozzella, a vedere le sue rose. Mai la prima fioritura era stata così prorompente come quell’anno: le guardò, nella prospettiva del viale, per un poco, con un sorriso tristissimo. Poi disse: “C’è troppa luce” e volle rientrare.

Ebbe due volte una grave crisi respiratoria per cui attendevamo la fine entro poche ore, poi si riprendeva. Di notte dormiva tranquillo. Ma quando la mattina gli mettevano la fleboclisi e l’infermiera gli toglieva le coperte per accudirlo, io vedevo stampata su di lui, così dimagrito, la netta immagine del Crocifisso.

Eppure questa continua sofferenza acquistava ogni giorno sempre più luce.

Gli ultimi giorni faceva una gran fatica a respirare. Sopportava, sempre cosciente. Da ultimo si addormentò e a mezzanotte il faticoso respiro improvvisamente si spense.

Il cuore aveva cessato di battere.

Rimase il silenzio.

Arrivò la Vanna dopo una lunga notte di viaggio dalla Puglia dove era al mare coi figli: si sedette accanto a lui, morto e pianse muta, sola. Mi si strinse il cuore di compassione per quelle lacrime che noi di casa avevamo già pianto tutte perché l’angoscia era finita: per noi, oltre che per lui, che ora dormiva in pace con Dio.


Passano i giorni e gli anni, travolti dal grande fiume del tempo che non potrà mai portarsi via con sé la tristezza che, ineludibile, rimane nell’oscura profondità dell’anima, mentre la voce del mio maestro Teilhard de Chardin mi ripete le parole che lui scrisse ai suoi genitori alla morte della più amata delle sorelle:

“Adesso vede”.

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