Confutationes (I)

«Il critico vive di seconda mano. Egli scrive su qualcosa. La poesia, il romanzo o il dramma bisogna darglieli; la critica esiste in virtù del genio altrui» (George Steiner, Linguaggio e silenzio, Milano, Garzanti, 2001, p. 15).
Assunto delirante, giacché postula l’assurdo d’un’arte priva di utenti, sganciata dagli ormeggi della fruizione e indifferente agli acidi dell’azione ermeneutica. La quale, viceversa, ne rappresenta la necessaria catalisi, il vero atto di nascita, essendo non solo in grado di rivelarne struttura e segrete ragioni, inafferrabili ai più (non di rado allo stesso autore), ma di tramutarli in edificio di pensiero, stile: ossia in un’opera a sua volta autonoma e originale che, no, non sarebbe sorta senza il suo referente, ma neppure questo avrebbe potuto compiutamente costituirsi, posto che la realtà estetica si determina ― esattamente come avviene in fisica subatomica ― nel momento in cui lo sguardo dell’osservatore si dispiega sulla cosa osservata. È indubbio che l’artista scavi nell’uomo e nel mondo, mentre al critico incombe il dovere d’esaminare esiti e procedure d’esso scavo; ma non è forse altrettanto indiscutibile che anche l’operato dell’artista sia parte integrante del mondo e dell’uomo?

4 pensieri su “Confutationes (I)

  1. provo a fare il confutator confutationis in difesa dell’assunto “delirante”: mi sembra che la difficoltà consista nel distinguere tra il fruitore — lettore puro — e il critico, che, oltre a leggere, si propone di costruire sulla lettura fatta e quindi a fornire un nuovo prodotto ad altri fruitori (e ad altri critici, naturalmente…). Una volta ritenuta possibile una tale distinzione — e credo che Steiner la ritenga senz’altro possibile — in linea di principio è perfettamente pensabile una scrittura letteraria con tanti fruitori e nessun critico, ed essa avrebbe perfettamente senso, o no? Semplicemente mancherebbe quella ulteriore costruzione che potrebbe essere fornita dal critico, ma essa continuerebbe ad avere senso per sé. Molto francamente Guerra e pace potrebbe benissimo stare senza critici e non sentiremmo molti lamenti, no?
    Posso anche sommessamente suggerire di non farsi ingannare da paragoni con la fisica subatomica, nella quale il problema dell’osservazione e dell’osservatore non è per nulla chiarito e anzi fonte di dibattiti e di aspri diverbi.

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  2. La questione è troppo complessa e vexata per poterla esaurire in quattro battute, ma provo ugualmente a controconfutare il cortese confutator confutationis.
    Partiamo dalla fine. Che l’osservazione modifichi il suo oggetto è nozione acquisita; ma, quand’anche non lo fosse, cassiamo pure l’inciso metaforico (“esattamente come avviene in fisica subatomica”) e la logica dell’asserto resterà perfettamente immutata.
    Altra nozione universalmente acquisita e indiscussa è che il critico non è che un lettore; un lettore, ovviamente, particolarmente attrezzato, diciamo un superlettore, il quale trasforma la propria fruizione in un’opera. Ebbene, Steiner crede che quest’opera sia “di seconda mano” in quanto esisterebbe unicamente “in virtù del genio altrui”. Ciò è falso, perché – terza nozione universalmente acquisita – l’opera d’arte non ha “senso per sé”, come afferma il mio confutatore, ma si compie solo e soltanto nell’atto fruitivo: il lettore non è un recettore passivo, ma un vero e proprio coautore, senza il quale l’opera resterebbe inerte e muta.
    Ora, Steiner in quel saggio parla del critico (non già del semplice lettore), e la mia confutatio concerne appunto la sua sottovalutazione – anzi, totale svalutazione – della critica in quanto attività autonoma e originale.
    Concludo con una precisazione: il critico è un fruitore che scrive, mentre il lettore è un fruitore che non scrive; ma resta pur sempre un fruitore, ossia un coautore dell’opera d’arte. Ergo, “Guerra e pace” non parlerebbe a nessuno se nessuno cooperasse a darle voce leggendola, cioè “riscrivendola”.

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