Prove generali di «Horcynus»

Il Licantropo

Valente darrighista (ricordiamo almeno Il folle volo. Lettura di Horcynus Orca, Roma, Ponte Sisto, 2005), Siriana Sgavicchia raduna in un’elegante plaquette a tiratura numerata (Stefano D’Arrigo, Il licantropo e altre prose inedite, Pistoia, Via del vento Edizioni, 2010) quattro prose mai edite in volume (due scene tratte da un’«operetta in un atto», un racconto in forma di lettera, una novella e un frammento diaristico finora sparsi in quotidiani e riviste) risalenti agli anni formativi dello scrittore siciliano (1942-1948), offrendo così un “ritratto dell’artista da giovane” che consente finalmente — parola della studiosa — «non solo di arricchire di spunti l’interpretazione dell’opera maggiore alla luce di nuovi reperti, ma anche di apprezzare, già a partire dalle primissime prove, in porzioni ridotte ma di gusto molto raffinato, il talento di uno scrittore che merita di far parte del canone del Novecento, non solo italiano, e che pur avendo ottenuto l’apprezzamento di illustri critici e di studiosi, anche stranieri (George Steiner è uno di questi), ha in alcuni casi prodotto resistenze e idiosincrasie».
Si tratta, in effetti, di testi di grande interesse oggettivo, oltreché storico-critico, ruotanti attorno a pochi temi essenziali, alcuni dei quali diventeranno vere e proprie ossessioni per il futuro romanziere: l’amore come ponte fra l’io e un mondo mai completamente riconosciuto e posseduto; il mito popolare del mal di luna; la follia quale orrore e tentazione (non sarà inutile avvertire che in una lettera di quegli anni il Nostro informa l’amico Cesare Zipelli d’essere appena guarito da una forma di «pazzia o quasi») e, come in Horcynus Orca, la morte, nei modi di un realismo ebbro, fiabesco e allucinato che è solum darrighiano. Com’è già compiutamente darrighiana — al netto della letterarietà che a tratti la inquina —, e anzi fortemente orcinusa, la lingua messa in scena in questi incunaboli (prova manifesta della rara coerenza e continuità della vocazione espressiva): una lingua densa, irta d’accostamenti arditi e immagini fucinate quasi in raptus, ansimante fino allo spasmo, in costante torsione e tensione, non di rado fatta torrenziale dai corsi melodici screziati di sbalzi e dall’intricata architettura sintattica a più gradi di subordinazione che dice un’inesausta energia vitale, una ingovernabile brama fabulatoria in cui insieme consistere e annientarsi, come mostrano i seguenti brani del Licantropo, nei quali «D’Arrigo — nota acutamente la curatrice —, con modi visionari che sembrano anticipare la ‘mostruosa’ metamorfosi animale e linguistica dell’Horcynus Orca, incarna nella figura dell’uomo-lupo l’ebbrezza lunare e dionisiaca del desiderio e insieme il suo lato perturbante, destinato a precipitare nell’abisso della colpa e dell’autodistruzione»: «C’era una grottesca, e forse inverosimile ma verissima storia di luna e di lune, di misteriosi e spietati influssi, continuamente ricercati e propiziati, che cresceva da tempo dentro di noi, che aveva ormai interamente occupato le nostre vite, indirizzandole sempre più viziosamente, di notte in notte, in una stessa ora, in una stessa trascorrente regione di fatui prestigi e di provvisorie ebbrezze dove essere finivano per esserne stordite e illanguidite, infine corrose. […] Noi pensavamo che se l’attrazione feroce di quelle notti di luna, i nostri scrupoli di poi, i nostri intimi spaventi dovevano cessare un giorno e noi trarcene fuori illesi e senza traccia, una vittima (come un segno, un tributo umano ben distinguibile di quell’età dispotica di sortilegi celesti e di empi fantasmi fisici) dovevamo pur lasciarla in quei notturni territori dell’essere, nelle viscere stesse di quel male buio: in infinita contemplazione nel più fitto e magico potere dell’Astro. […] Impotenti a far nulla, prendemmo a spiarlo dalla finestra, da una fessura della porta, a seguirlo cogli occhi dibattersi nelle spire e nell’arsura dell’animale, nel deserto e nell’orribile misconoscenza della sua persona umana, nella caotica e orrida geografia delle sue mani e dei suoi piedi, della sua voce e dei suoi istinti».

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