SENZA STUPORE: ECCEZIONE E NORMA AI TEMPI DI ARCORE

 

 

«Lo stupore perché le cose che noi viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo non è filosofico.

Non sta all’inizio di alcuna conoscenza, se non di questa: che l’idea di storia da cui deriva non è sostenibile».

Walter Benjamin, 1940.

 

Con queste parole, Walter Benjamin impartiva una lezione di metodo critico che continua a valere: quando di fronte ad accadimenti politici ci si appella all’eccezione – oppure ci si indigna denunciando un regresso rispetto a una presunta norma di civiltà – ciò significa semplicemente che non si è capito nulla o non abbastanza, che non si dispone di strumenti adatti a comprendere il proprio tempo. A partire da questa considerazione – assunta come strategia metodologica – è possibile costruire una riflessione sugli scandali sessuali che hanno scosso la cronaca italiana delle ultime settimane, cercando di sottrarsi sia alla trappola del cinismo che a quella del moralismo.

 

«Lo stupore non è filosofico». In prima istanza, la massima suggerisce di sgomberare il campo dalle posizioni che – se pur in modi e con intenti differenti – considerano l’accaduto una deviazione rispetto alla regola dell’esercizio del potere, il risultato scabroso di vizi e perversioni private da cui difendere il corpo sano della democrazia. Questa, come si evince dai maggiori quotidiani nazionali, è l’opinione dominante nella sinistra istituzionale, condivisa anche da molti cittadini italiani e fondata su una sorta di soglia etica minima, equiparabile al buonsenso. I comportamenti del premier – si legge nei vari editoriali e appelli – offendono la dignità delle donne e della democrazia. Da questo teorema, piuttosto riduttivo, deriva un sentimento diffuso d’indignazione, una pratica collettiva di sdegno morale che tuttavia non tarda a mostrare inclinazioni ambigue e politicamente inconseguenti, quando non pericolose. 

Dietro l’indignazione, infatti, si nascondono spesso voyerismo, moralismo e sessismo. Quest’ultimo, in particolare, sembra un vizio da cui il discorso pubblico italiano fatica a liberarsi al punto che, a volte, i commenti superano ampiamente i fatti. Quale dinamica perversa regge infatti la logica secondo cui l’esistenza comprovata di uomini spregevoli (ottuagenari arrapati che bramano minorenni) combinata all’esistenza di donne spregiudicate (giovani che si vendono a ottuagenari per realizzare ambizioni personali) spinge un intero paese a cercare di dimostrare che esistono anche “altre” donne? Perché l’attestazione di soggettività sembra così facilmente revocabile a un genere in quanto tale (che per inciso rappresenta più della metà della popolazione mondiale) non appena qualche appartenente al genere stesso smentisce/trasgredisce il ruolo della donna “per bene”, lasciando così emergere tutte le contraddizioni che covano nella doppiezza della morale pubblica italiana? 

E perché tante sentono improvvisamente di doversi mostrare intelligenti, di dover provare al pubblico e alla società di essere diverse? Si è letto forse qualche editoriale cimentarsi nella costruzione di sillogismi sbilenchi volti a dimostrare l’ovvio, ovvero che sebbene Berlusconi sia un uomo, ciò non implica che tutti gli uomini siano Berlusconi? Si è forse suggerito ai giovani italiani di pensare ad Albert Einstein, nel caso l’esistenza di uomini gretti li avesse fatti dubitare della loro identità? E perché allora l’esistenza di Marie Curie o di altre donne eccezionali dovrebbe far espiare il fatto che qualcuna mercifica la propria esistenza per brama di potere? Perché ancora una volta l’identità delle donne viene ricondotta ai due archetipi – la puttana e la santa – incarnati di volta in volta da figure reali differenti?

 Se il paradigma dello scandalo nasconde queste e altre trappole, può forse essere utile capovolgerlo, individuando, nell’eccezione, la norma. Non la normalità, come potrebbe intenderla il cinico e disilluso che bacchetta il moralista, ma la regola di una concezione della sovranità. 

Se, infatti, lo scandalo consiste nel tradimento di un modello preciso del potere sovrano che si presumeva assodato, potrebbe darsi il caso, contrario, per cui gli avvenimenti recenti – non più scandalosi, ma per questo non meno scabrosi – esplicitino la natura di una figura sovrana diversa e inattesa. L’indecenza sostituisce la decenza. Il vizio privato prende il posto delle virtù tradizionalmente richieste all’uomo pubblico (decoro, dignità, rettitudine, etc…). L’abuso reale del mandato democratico rimpiazza la sua teorizzazione e concezione moderna. 

Quando ciò accade, il potere si mostra in veste “ubuizzata”, grottesca e paradossale, ma non meno autoritaria. Berlusconi incarna perfettamente questa forma della sovranità, che mentre fa spregio delle regole in nome della libertà (parola d’ordine del suo “popolo”), attua una politica di esaurimento materiale delle possibilità di autodeterminazione dei soggetti.

Le giovani donne che oggi si autoprostituiscono alla corte di Arcore possono allora essere considerate una sorta di realizzazione perfetta del modello lavorativo/esistenziale che ogni giorno è imposto a un’intera generazione. 

L’affermazione non è da intendere in senso metaforico – secondo la massima cinica per cui tutti ci prostituiamo in un modo o nell’altro per un poco di denaro – ma in senso più specifico e preciso. In primo luogo in quanto il lavoro – e in primis quello femminile – si svolge oggi in un contesto prostituzionale allargato in cui il corpo (o parti di esso) è sempre considerato merce di scambio potenziale. Spesso in forma erotizzata – come nel settore commerciale, dove la donna è sempre portatrice di un valore aggiunto che transita da lei all’oggetto – ma non necessariamente. Si pensi ad esempio al lavoro di cura e al suo sfruttamento più radicale incarnato nella figura della badante, a cui il corpo viene letteralmente sottratto per farsi oggetto di lavoro: a essere venduto non è solo il tempo, ma sono anche la giovinezza, la forza, la salute.

Solo una morale doppia, professata in malafede, può reputare scandalosa la vendita del corpo, mentre accetta senza battere ciglio un modello produttivo che non può farne a meno. E proprio l’incapacità di tematizzare le contraddizioni sul piano politico costringe il dibattito in un moralismo chiassoso ma innocuo, capace di imputare responsabilità soltanto ad una società dello spettacolo fluida e post-moderna. Senza negare il ruolo che massmedia e stereotipi svolgono nella formazione degli immaginari collettivi, appare tuttavia importante sottolineare come il modello auto-imprenditoriale non costituisca soltanto un miraggio televisivo, ma l’ideologia che regola le scelte del governo in materia di welfare e lavoro.

Il Libro bianco del ministro Sacconi, infatti, propina a ogni cittadino un modello reddituale basato su una regola banale: più ci si inventa, si è versatili e intraprendenti, più strada è possibile compiere. Ovvero: le condizioni di vita materiale dipendono dall’impegno soggettivo del singolo, indifferentemente dalle condizioni di partenza e dalle possibilità di accesso al reddito. In questo quadro, che rimuove completamente ogni asimmetria di potere tra i soggetti sociali, le ragazze di Arcore non rappresentano un’eccezione rispetto a una gioventù sana, ma semplicemente una parte di essa che applica le regole del Ministro alla lettera: auto-imprenditoria e rimozione dei rapporti di potere.

Non appena si lascia il terreno dell’indignazione, ci si sottrae alla dicotomia «donne per bene» e «donne per male». Non appena si smette di provare stupore, per analizzare e provare a capire, i problemi prendono forma. Ci si lasciano alle spalle cinismo e moralismo. La si fa finita con la cronaca e con gli scoop. E l’eccesso diviene semplicemente una figura di verità che illumina il potere, le sue forme e le sue manifestazioni.

A chi dunque, sconcertato e stupito, si chieda dove siano le donne di questo paese non risponderemo impersonando l’immagine di “ragazze per bene” contrapposte alle presunte “ragazze per male” o dibattendoci per mostrare un’intelligenza e una forza che sappiamo di possedere. Risponderemo piuttosto che ci troviamo nei luoghi in cui quotidianamente si giocano i conflitti reali di questo paese, dove si costruiscono le condizioni del nostro essere e divenire donne. «Dove siete ragazze?», titolava qualche giorno fa un editoriale firmato da Concita De Gregorio. 

Ebbene eccoci: nelle lotte contro il modello di welfare alla Sacconi che ci vuole auto-imprenditrici anziché soggetti attivi entro relazioni materiali ben definite; nelle lotte universitarie contro una riforma che dietro lo slogan meritocratico nasconde l’umiliazione dei saperi e l’addomesticamento alla precarietà; nelle lotte di autodeterminazione – come quella piemontese contro la delibera Ferrero – contro chi pretende di espropriarci della libertà di scelta sulle nostre vite; nelle lotte per il territorio – ad esempio quella notav – perché nelle lotte popolari di resistenza sappiamo immaginare un’alternativa allo sviluppo predatorio e parassitario del tardo capitalismo; nelle lotte antirazziste, perché non vogliamo che la presunta difesa dei nostri corpi, in nome della quale si legittima ogni ideologia securitaria, sia l’alibi dietro cui nascondersi per non affrontare la verità, senz’altro meno rassicurante, che la maggior parte delle violenze sulle donne avviene per mano del partner o ex, familiari, o conoscenti.

La domanda corretta per noi è questa: “Dove siete voi, giornalisti e intellettuali?” È l’ultima chance che avete per riconoscere l’unica promessa di futuro che cova in questo paese e iniziare a raccontarne le battaglie, a capirne la passione e le ragioni. Potreste contribuire a ingrandirle, anziché soffocarle con il chiacchiericcio dei vostri salotti, dove, di certo, non ci troverete.

Laboratorio Sguardi sui generis, Torino.

*

(L’articolo è già apparso qui.)

(L’immagine di Kara Walker si intitola Pastoral ed è stata scelta dalla curatrice di questo post.)

17 pensieri su “SENZA STUPORE: ECCEZIONE E NORMA AI TEMPI DI ARCORE

  1. la domanda “Dove siete voi, giornalisti e intellettuali?” è la domanda delle domande: per questo ripugnante aspetto “forse” inusitato della politica italiana, ma per mille altre vicende che riguardano la collettività. ma, come sappiamo, gli intellettuali hanno a che fare con l’intelletto, non con il corpo. ah, e se sono scrittori, devono pensare a scrivere dei buoni romanzi. ah, se pubblicano presso la porcello-edizioni non ci hanno colpa. è da più di un anno che il livello del dibattito in questo paese è un dibattito che ha per protagonista esplicito o implicito il culo. facciamo discorsi da culo di culo, un po’ tutti. quello delle donne e quello di chi lo tiene sulla poltrona di einaudi o mondadori. e poi depreca, magari. oppure non depreca più, perché fatti i distinguo necessari può tranquillamente dormire i suoi sonni: e continuare a scrivere del suo ombelico e insegnare a scrivere, per esempio.
    io però starei attenta a deprecare la deprecazione di chi non va a puttane, non prostituisce la propria figlia, ha un’idea di pulizia della propria vita e della vita di chi la governa. starei attenta a mescolare la gente che s’indigna perché lavora e non fa del male a nessuno, subisce angherie, le subisce da sola, perché nessuno in questo paese fa più niente pur avendone il mandato. starei attenta a sottigliare sempre e sempre tacciando di moralismo ogni sussulto di questo corpo sociale che è da anni in coma depassé. si sta miracolosamente riprendendo, perché magari percepisce la vergogna, come dissero in momenti e modi diversi ignazio silone ed enzo biagi, come quella cosa che abbiamo in mezzo alle gambe? ben venga se ci stupiamo: le persone comuni possono permettersi di essere brave persone, persone perbene, senza che questo le attiri in un vortice di presunte responsabilità più grandi di loro? da un lembo di vergogna, da uno straccio di indignazione può darsi che venga quello sguardo nuovo sulla realtà di cui abbiamo tutti bisogno. anche gli scrittori che scrivono quei “bei” romanzi e bla bla.

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  2. “attua una politica di esaurimento materiale delle possibilità di autodeterminazione dei soggetti” è qui se non il punto, uno dei punti chiave della questione di questo articolo necessario: perlopiù questo sguardo alle condizioni materiali e sociali prodotte da questo stesso governo (non solo ma in primis e come nessun altro) questo sguardo è a disposizione di pochi – non è incapacità va da sé, indoviniamo un po’

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  3. Cara Renata, post interessantissimo e ben articolato, che meriterebbe un fior fiore di commenti (in qualità e quantità) e che spero ne riuscirà a provocare.
    Eppure non mi stupirei se, come già avvenuto per altri articoli e interrogazioni apparse anche su quotidiani nazionali, nulla di particolare avvenisse (in fin dei conti è pur sempre domenica). La verità, e non mi riferisco ai frequentatori di LPELS sia chiaro, è che gli italiani sono in genere spaventati dall’intelligenza, e a un articolo complesso a cui occorre cercare di far seguire considerazioni all’altezza preferiscono sempre le cosce di qualche giocatore, o di qualche ballerina, o il complimentio su questo o quel capo di vestito indossato (clichè, lo so, ma di questo siamo fatti. E lo stiamo ancora dimostrando…) E poi la battuta, naturalmente. Di quella il capo del governo e rappresentante degli italiani agli occhi del mondo, ne ha fatta un’arma istituzionale (peccato che all’estero o nei tribunali non funzioni).
    D’altra parte, la stessa Commedia dell’Arte, un altro dei simboli dell’Italia nel mondo, non basava ogni suo intreccio e fabula sulla bella e giovane che usa la sua “intelligenza” pardon “gnocca” per circuire il vecchio marpione pieno di soldi? Cioè, volevo dire, non basava ogni suo intreccio e fabula sul vecchio marpione pieno di soldi che usa il suo potere economico per “farsi” la giovane gnocca? Non siamo fatti di questo?
    Vedi, ho ancora una volta semplificato ogni cosa. E chissà cosa penserebbe Benjamin di me adesso. Tutto riportato a una matrice culturale che tutti continuiamo a far finta che non ci sia o che non c’entri un bel nulla.
    Abbiamo avuto il fascismo ma non eravamo mica fascisti, eravamo il braccio destro dei nazisti ma ci si ricorda solo la parte combattuta a fianco degli americani, eravamo comunisti ma non come la intendeva Stalin. La diamo ma non siamo puttane, la prendiamo ma non siamo maiali. Siamo religiosi ma non andiamo in chiesa.
    Se una qualsiasi donna o uomo italiani che oggi si trovano a prendere un caffè con le amiche/amici in qualsiasi città italiana si ritrovassero d’improvviso a fare la stessa cosa in una città estera, proverebbero una vergogna che qui ancora non riusciamo a provare.
    Ma una volta che ci si è dentro a una cultura, soprattutto a una così chiusa e conservativa come la nostra, diviene difficile uscire dalla logica del “dove sono le donne?” o “dove sono gli intellettuali?” o “dove sono gli uomini?”
    È dalla chiacchiera al bar, davanti al caffè, che occorre ripartire.
    Con una domanda:
    dove sono io?

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  4. Molte parole e molta “indignazione” (quando non sono doverose e necessarie: ma è ben più spaventevole il silenzio – no? – e ben vengano iniziative come quella di ieri, a Milano, organizzata da Libertà e giustizia e ripresa da Repubblica TV) finiscono per apparire pugni tirati contro un sacco.
    Cosa fare allora in un sistema come quello attuale, caratterizzato da una “politica di esaurimento materiale delle possibilità di autodeterminazione dei soggetti”?
    Come in un sistema operativo saltato, rallentato, frugato e manomesso da abili hackers, il nostro ordinamento giuridico (che regole le azioni individuali e istituzionali) ha bisogno urgente di alcune patch: la riforma del sistema elettorale, affinché deputati e senatori tornino a essere scelti dai cittadini, e la previsione di un meccanismo di rimozione di parlamentari e del capo del governo da parte degli stessi cittadini, nei casi in cui venga gravemente tradito il mandato politico.
    Se si parla e ci si indigna tanto è anche perché si è logorati da un’attesa di lustri: il nostro sistema è nella sostanza blindato, impermeabile ai reali bisogni dei cittadini, e nessuna persona normale può più accettare che la propria esistenza venga frustrata oltre misura, nelle sue legittime aspettative. Bisogna dunque rimuovere tutti gli impedimenti a ciò affinché, secondo un’etica radicata nella nostra migliore tradizione, la logica del rispetto e dell’equità nei rapporti sociali (e, dunque, anche tra uomo e donna) divenga la regola nei “luoghi in cui quotidianamente si giocano i conflitti reali di questo paese”.
    Giovanni

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  5. Ci fa molto piacere vedere la nostra riflessione pubblicata su questo sito e di questo vogliamo ringraziare Renata. Siamo liete che possa essere spunto di commenti, riflessione e magari un dibattito. continueremo a seguirvi!

    a presto!

    Le compagne del Laboratorio Sguardi sui Generis – Torino

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  6. “Il Libro bianco del ministro Sacconi, infatti, propina a ogni cittadino un modello reddituale basato su una regola banale: più ci si inventa, si è versatili e intraprendenti, più strada è possibile compiere”. Credo che il nodo, in questo ottimo saggio di Renata Morresi, sia stretto in questa frase. Io la “prostituzione” la ho conosciuta nei luoghi di lavoro, dove chinando il capo non si disturba, dove con la delazione o la ruffianaggine si è meno ostili, il proprio corpo si assefà ad assecondare… finché non è vinto dall’incidente o dalla malattia professionale. La lotta ritorna “preistorica”, fra vinti e neoschiavi. La dignità un lusso troppo arduo, e caro. Del resto non lo ha detto anche una delle ragazze di via Olgettina?: “pensare che un povero cristo deve lavorare qualche mese per guadagnare quello che prendo io in una sera”. Qui non c’è etica che tenga o si laceri, qui siamo nella barbarie.
    FF

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  7. Il saggio è di Laboratorio sguardi sui generis ed ha parole chiarissime. Grazie a Renata di avercelo proposto e a chi lo ha scritto doppio grazie.

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  8. Nei giorni scorsi è stato inevitabile parlare della questione. Al bar, in pausa pranzo, all’uscita dei bambini da scuola, coi colleghi, con gli amici poeti o con sconosciuti blogger. Arrabbiandomi o argomentando, facendo l’ironica o analizzando, leggendo qua e là, da Concita a Femminismo a Sud, ho partecipato, come molti, al dibattito attorno quest’ultimo delirante Italian job.

    I registri di queste conversazioni variano: i più sono informali, scioccati o derisori, rassegnati o severi, increduli o boccacceschi, alcuni sono più formali e strutturati (quelli avvenuti per iscritto), ma non meno veementi (tra questi, per la verità, anche i più indifferenti). Solo pochi hanno, naturalmente, tempo e voglia e parole adatte per riflettere sulla faccenda con profondità critica. Questa riflessione del laboratorio Sguardi sui generis mi è parso uno dei contributi di maggiore lucidità.

    Innanzi tutto mi ha fatto capire perché mi sentivo a disagio ogni volta che cominciavo un discorso con “ci mancherebbe, ognuno nel suo letto fa quel che vuole”, “ ci mancherebbe, ognuna è libera di usare la sua vagina come meglio crede”, “CI MANCHEREBBE…”…a pensarci bene questa eterna precisazione di ciò che dovrebbe essere scontato rivela esattamente il contrario: in questo paese la libertà sessuale non c’è e a molti MANCANO pari diritti civili proprio sulla base di questioni di letto, ovvero del sesso della persona con cui lo si condivide. Dietro la retorica della “libertà di scelta” si nasconde tutta la massa di persone che non può scegliere. Non solo i/le gay, naturalmente, ma anche, per esempio, le donne che vorrebbero una fecondazione eterologa. O, più in generale, tutte le altre, vecchie, brutte, belle, normali, colte, semplici, ecc., che vorrebbero scegliere, sì, per esempio un lavoro pagato equamente, e al pari di quello maschile.

    Questo pezzo ha chiarito un’altra perplessità che mi ronzava in testa: perché quando una belloccia spregiudicata fa i suoi traffici sessuali, io, in quanto donna, devo sentir lesa la mia dignità e scendere in piazza a difendere la dignità della nazione? Difatti, quando vengono alla luce le collusioni e gli intrallazzi di, diciamo, Totò Cuffaro o Fabrizio Corona, non si vedono mica schiere di uomini scendere in strada a gridare “Gli uomini non sono tutti così!”

    La mia dignità, vi giuro, sta benissimo, e con la mia quella di innumerevoli altre. Quello che mi offende è la condizione di illegalità in cui versa questa nazione. Lo scempio che è stato fatto delle istituzioni che dovrebbero essere democratiche. E anche il continuare a credere che una donna rappresenti tutte le altre. Che rappresenti tutta la ‘categoria’. Che sia un simbolo: delle donne, della nazione, della famiglia, della purezza, ecc., ecc.. Ma non abbastanza soggetto ‘in sé’…
    Andrò in piazza domenica 13, ma non per difendere ‘il mio onore’, bensì per protestare contro questo governo autocrate e ingiusto.

    L’altro nodo cruciale qui chiarito è la continuità nell’uso, abuso, sfruttamento dei corpi da parte delle politiche dello sfrenato capitalismo liberista, che ha sempre più bisogno di corpi senzienti. Di corpi isolati e occupati a ‘reinventarsi’ (chi può), cioè a non soccombere. Di ‘corpi’, possibilmente alla ricerca della propria felicità, non di soggetti, cittadini, persone con diritti civili e politici.

    Sulla ‘felicità’ mi sento di dover spendere qualche parola come poeta. Ho sentito molti amici intellettuali e scrittori sfiniti dall’assordante chiacchiera autistica, dall’abuso di parole degli ultimi tempi (degli ultimi anni). Penso che sia questo che trattiene molti/e dall’intervenire. Ci si sente impotenti e spossati di fronte alla potenza di decibel di chi si vorrebbe ascoltasse. Una riflessione come questa che abbiamo letto però dimostra che i problemi non sono infiniti, bensì discreti, le voci non infinite, ma articolate. Basta spingere un singolo pezzo per far cadere il domino. In questo il pensiero umanistico e (persino) la parola (senza potere) della poesia sono ancora di una necessità cruciale, per quanto attaccati e screditati da ogni dove.

    Se “gli ultimi SONO i primi”, “allora l’alienazione non ha carattere definitivo e onnipotente, nemmeno a livello del presente storico; allora ‘l’anello che non tiene’, la libertà, è davvero la coscienza della necessità… E la felicità è possibile: come grazia intersoggettiva, come momenti da fissare e da tessere…” (Fortini, sulla Felicità)

    vorrei dire molte altre cose ma è tardi, e domani sarà una lunga giornata…solo un grazie grande allora, a tutti i commentatori e ai lettori

    renata

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  9. (problemi “discreti” nel senso scientifico: sono fatti di elementi distinti tra cui c’è soluzione di continuità)

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  10. ho molto apprezzato il saggio di Renata, e lo dico da essere di genere maschile, che in quanto tale si è dovuto sempre muovere con estrema cautela in questi giorni, nell’esprimere sulla vicenda un proprio particolare pensiero, che non si allineava con la sollevazione di genere cui fa riferimento Renata nel suo ragionamento.
    Condivido tutto, parola per parola, e mi fa piacere che in un certo senso sia stato possibile arrivare ad un punto d’osservazione altro rispetto ad una – passatemela – certa retorica salottiera.

    “perché quando una belloccia spregiudicata fa i suoi traffici sessuali, io, in quanto donna, devo sentir lesa la mia dignità e scendere in piazza a difendere la dignità della nazione? Difatti, quando vengono alla luce le collusioni e gli intrallazzi di, diciamo, Totò Cuffaro o Fabrizio Corona, non si vedono mica schiere di uomini scendere in strada a gridare “Gli uomini non sono tutti così!”

    scrive Renata, ed io in quanto uomo posso solo abbozzare una risposta: perchè l’uomo ha la pistola fumante, e quella pistola sono i soldi, o la poltrona in una redazione o in una facoltà, piuttosto che il box da caporeparto.
    Personalmente su Cuffaro non spendo parole perchè si commenta da sè, ma Corona – sebbene non incarni il mio tipo di modus vivendi ac operandi – riconosco che porti con sè un fascino, ma solo e soltanto in ragione di due aspetti concomitanti alla sua spregiudicatezza: è bello e giovane.
    E voi mi insegnate che la letteratura mondiale abbonda di Dorian Gray.

    Continua Renata: “Le giovani donne che oggi si autoprostituiscono alla corte di Arcore possono allora essere considerate una sorta di realizzazione perfetta del modello lavorativo/esistenziale che ogni giorno è imposto a un’intera generazione.”
    Oltre il chiacchiericcio moralistico da mercato rionale, mi piacerebbe porre una provocazione: ma perchè si deve gridare al vilipendio del corpo della donna? stiamo parlando di ragazze mica prese per i capelli e trascinate sul set della trasmissioncina televisiva, molte di loro hanno studiato o vengono da famiglie borghesi – Ruby è una delle poche eccezioni a quanto pare – e a quanto si legge, delle loro conversazioni ciò che colpisce è la lucidità della linea imprenditoriale.
    Personalmente quando frequentavo l’università ho conosciuto chi avrebbe fatto lo stesso per un 30 in letteratura latina o greca.
    Altro invece – e questo è il passaggio che più mi ha colpito e che ho apprezzato – si può dire delle badanti, quelle sì costrette per i capelli da una miseria reale, tangibile.
    Il “dove sono?” a mio avviso ha lo stesso valore del “ci mancherebbe” cui fa riferimento Renata nel commento: in entrambi i casi sono strumenti per prendere le distanze, per togliersi dall’ambito della questione. Personalmente credo che ognuno sappia dove si trovi in questo preciso momento, e forse è con la propria concentrazione e la propria abnegazione alla vita, alla famiglia e al proprio mestiere, che può rispondere.

    un caro saluto a tutti
    francesco

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  11. ciao caro Francesco, grazie del tuo intervento, che mi scatena molte idee cui tenterò di dare presto una forma (quella che chiami “cautela” mi pare una questione molto importante), ora lasciami solo dire al volo che il saggio non è mio, ma delle compagne del Laboratorio Sui generis di Torino

    approfitto per ringraziare anche i commenti lucidissimi di lucy (che giustamente nota il rapporto tra etica ed estetica), di matteo (“dove sono io?” mi pare una domanda essenziale per cominciare a parlare di “dove siamo?”), di giovanni (di cui accolgo in toto il bisogno di riforma istituzionale, fondamentale per una riforma civile), di michele (che giustamente si preoccupa di come fare a diffondere questi discorsi), di fabio (i cui libri sulla condizione del lavoro e del non-lavoro faranno la storia letteraria di questo oscuro periodo) e la partecipazione di tutti gli altri

    un saluto caro,
    r

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  12. Enorme portata del dibattito, Renata, di cui ti siamo grate:peraltro in allargamento imprevedibile dopo avere letto oggi Marina Terragni, Lepetit, Muraro, Pellegrini ed altre, la prova che la società civile è malata, seriamente e di brutto, ma che possiamo ancora guardarla, guardarci. prediligo questo osservatorio, che mi pare non perdere un’aria più libera, e sgombra
    Che siamo qui a pensarci sopra, è qualcosa di molto buono..
    Maria Pia Q

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  13. Ho apprezzato molto questo dibattito. Condivido in pieno il discorso di Renata.Vorrei solo aggiungere che non mi ha mai scandalizzato la vita notturna di Arcore-già fin troppo illustrata da mesi-ma lo stato degradato delle nostre istituzioni. Osservando poi la questione della dignità delle donne ,vorrei aggiugere che ciò che è insopportabile è il criterio di selezione delle deputate,ministre,consigliere regionali.Volendo essere gentili diciamo che è un criterio “estetico”.

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  14. Dove sono le donne ,ancora oggi? eccoci.
    Il 7 aprile scorso alla Scuola Superiore S. Anna,nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal Comitato Pari Opportunità del Comune di Pisa , ho assistito alla proiezione del filmato”Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo. L’avevo già visto su internet, ma ancora una volta è stato un pugno nello stomaco..quelle bocche rifatte., quegli zigomi, quelle cosce e culi in primo piano, donne appese come prosciutti, e marchiate.
    Come siamo potuti arrivare a tanto? Perché non ci siamo ribellate prima? Dove sono andati a finire i principi di uguaglianza, libertà, autodeterminazione delle donne, che sono stati il fulcro delle lotte degli anni 70 e che hanno portato all’approvazione della legge sul divorzio, alla riforma del diritto di famiglia, alla legge 194 sull’aborto e al diritto alla contraccezione?
    Dove abbiamo sbagliato?
    Durante il dibattito ci siamo guardate, qualcuna ha ammesso che un errore le donne lo hanno sicuramente commesso:quello di pensare che i diritti che erano stati conquistati fossero stati definitivamente acquisiti, che fosse impossibile tornare indietro. Le donne hanno lottato per affermarsi nel lavoro, nella società, molte cercando, con fatica, di portare anche all’interno della propria famiglia i principi in cui credevano.. in realtà si sono isolate, hanno combattuto nel proprio “particulare”, mentre la società stava cambiando. Negli anni 80, con l’avvento delle tv private e commerciali, il potere dei mass media è cresciuto a dismisura, il principio dilagante della necessità dell’apparire è diventato imperante per le nuove generazioni, in concomitanza con l’accresciuto consumismo.
    La giovane perfezionanda della Scuola, Alessia Belli, adottando una bella metafora, ha affermato che sicuramente un filo si era spezzato :quel filo che avrebbe dovuto unire sia le donne di generazioni diverse, che le donne di culture diverse, ed infine il filo di condivisione dei valori tra donne ed uomini.
    Questi tre aspetti, a mio parere fondamentali, sono stati esaminati anche nell’interessante dibattito che è seguito.
    1)Effettivamente, tra le donne nate negli anni 50/60, gli anni del femminismo, e le più giovani generazioni c’è stata una cesura, una mancanza di comunicazione. Non siamo riuscite a trasmettere l’esigenza di “stare in guardia”. Forse perchè le nostre figlie, sin da quando frequentavano l’asilo, non hanno vissuto le disparità di trattamento che abbiamo subito noi, a scuola, in famiglia. Sono vissute alla pari con i maschi, e senza rendersene conto, hanno assimilato quei comportamenti che venivano loro proposti dalla pubblicità e dai modelli dei mass media; mi ricordo che mia figlia, da piccola, quando mi arrabbiamo nel vedere una trasmissione televisiva che ritenevo “diseducativa” quasi mi accusava: “ma mamma, ma non ti va bene proprio nulla!”
    2) Tra le donne occidentali e le donne di altre culture s’intravede un profondo disagio, nel momento in cui quest’ultime rivendicano un’identità differente, si creano degli steccati ideologici, delle incomprensioni di cui il divieto di indossare il nijab in Francia è solo uno dei tanti aspetti.
    3) la comunicazione tra donne e uomini è sempre stata assoggettata a degli stereotipi che le lotte per l’emancipazione avevano cercato di superare. Le situazioni evidenziate nel filmato evidenziano la figura del conduttore come prevaricatore, se non schiavista, di fronte a delle vallette prive di identità, anzi assoggettate sotto un tavolo, maltrattate da uomini che hanno il solo merito di mostrarsi dei veri machi (l’uomo che non deve chiedere mai)
    L’invito che l’autrice del filmato ha fatto scattare nelle donne presenti è quello di ritornare ad esercitare in ogni occasione la nostra forza critica, la voglia di dire BASTA, riappropriandoci delle nostre passioni e della voglia di lottare. Agire subito,tolleranza zero, per la dignità delle donne e degli uomini, in una società più civile e consapevole.
    Nadia Chiaverini

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