Arcipelago Solženicyn / 1 – A colloquio con Adriano Dell’Asta

di Paolo Pegoraro

Chi ha paura di Aleksandr Solženicyn? La recente uscita della monumentale biografia Solženicyn di Ljudmila Saraskina (San Paolo, pp. 1441, € 84) rappresenta un’occasione per tornare a leggere il grande autore russo, Premio Nobel per la letteratura nel 1970, imprigionato nei campi di lavoro e successivamente esiliato dall’Unione Sovietica.
Strano destino, il suo: pare che dopo aver letto il suo primo romanzo – Una giornata di Ivan Denisovič – la poetessa Anna Achmatova abbia sentenziato: «Questo romanzo deve essere letto e imparato a memoria da ciascuno dei duecento milioni di cittadini dell’Unione Sovietica». Nikita Chruščëv in persona volle conoscere colui che aveva raccontato secondo verità quanto accadeva nei campi di lavoro. Ma il favore sarebbe durato poco… ben presto il suo «umanesimo di compensazione» nonché l’«inutile senso di pietà» – così secondo la Pravda – furono considerati ostacoli contrari alla «battaglia per una moralità socialista».
Ne abbiamo parlato con Adriano Dell’Asta, professore di Lingua e Letteratura Russa all’Università Cattolica di Brescia e di Milano, Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Mosca e curatore dell’edizione italiana della biografia di Solženicyn.

Professore, quanto e come è conosciuto Solženicyn nel nostro Paese?
«Solženicyn in Italia è decisamente meno conosciuto di quanto meriterebbe; basti pensare che della sua monumentale Ruota Rossa, l’opera dedicata alla ricostruzione della rivoluzione, è stato tradotto soltanto il primo nodo, Agosto 1914, mentre il resto è ancora inaccessibile a chi non conosce il russo: e non va dimenticato a questo proposito che il russo di Solženicyn non è certo una lingua facile».

Nell’introduzione alla biografia di Ljudmila Saraskina lei lo definisce uno «scrittore inattuale»…
«Il punto è che tutta la sua opera è un’opera impegnativa: è inattuale là dove si cerca di sfuggire alla serietà della vita, là dove si cerca di dimenticare l’impegno e la responsabilità di ogni giorno. Nata e sviluppata attorno a due delle esperienze più tragiche della storia dell’umanità, quelle della rivoluzione russa e dei campi di concentramento, è un’opera che ci costringe a fare i conti con il mistero del male che l’uomo si porta addosso, e questo non è certo facile; anche se andrebbe ricordato che questa disattenzione ci fa poi dimenticare che nella vita, come nelle opere di Solženicyn, agli abissi di iniquità risponde sempre un altro abisso, quello della risurrezione e della salvezza».

Quali sono le particolarità di questa biografia e qual è il significato della sua pubblicazione in Italia?
«La caratteristica fondamentale, irripetibile, del lavoro di L. Saraskina è legata al fatto che l’autrice ha potuto lavorare a lungo a diretto contatto con Solženicyn, quindi non solo potendo consultare i suoi archivi ma potendo anche fargli tutte le domande che riteneva necessarie per cercare di capire gli eventi centrali della sua storia e il loro significato. Tra l’altro questo ha permesso all’autrice di ricreare attorno al suo personaggio anche tutto un mondo: attraverso questa biografia noi non entriamo soltanto nella vita di Solženicyn ma anche nel periodo storico e in tante storie apparentemente piccole e invisibili che invece hanno contribuito a creare il volto autentico della grande storia; penso qui in particolare alle figure dei tanti personaggi sconosciuti che hanno aiutato Solženicyn e senza i quali, come lui stesso sottolinea, la sua opera sarebbe stata impossibile: Solženicyn era un gigante, ma questa biografia ci fa capire anche quanta sconosciuta e gratuita grandezza lo ha accompagnato nella sua lotta contro il male assoluto del XX secolo».

Solženicyn sostenne con forza la preminenza dell’uomo sull’ambiente e la possibilità di conservarsi liberi anche in condizioni totalmente sfavorevoli. Come questa convinzione ha plasmato la sua narrativa?
«L’idea della libertà dell’uomo e della sua irriducibilità alla pressione delle circostanze è una delle idee centrali della sua opera. La casa di Matriona, uno dei suoi primi racconti è la storia di una vecchia stupida, sfruttata da tutti, e che ha addirittura qualche macchia nel suo passato, eppure quando muore la gente si accorge che era “il Giusto senza il quale, come dice il proverbio, non esiste il villaggio. Né la città. Né tutta la terra nostra”. L’uomo ha dentro di sé qualcosa di grande e di infinito, non fatto da mano d’uomo, dice spesso Solženicyn, qualcosa che l’uomo, misero com’è, non è capace di darsi da solo, eppure questo nucleo misterioso lo definisce e lo rende capace di resistere e di rinascere dopo ogni caduta; bisogna solo saper guardare la realtà secondo tutta la sua complessità, senza pretendere di possederne la formula, prestando attenzione al movimento del cuore, perché è nel cuore dell’uomo che passa la linea che divide il bene dal male, e questa linea è mobile, si muove all’interno del cuore di ogni uomo».

Egli scrive pure, tuttavia, che «è puro caso se i boia non siamo noi, ma loro». Come conciliare libertà individuale e movimenti storici tanto più grandi del singolo?
«Noi abbiamo un’idea riduttiva del caso, come se fosse l’assenza di senso, mentre tutta la nostra vita, anche nei suoi movimenti più ragionati e soppesati, è fatta di casi, senza che questo implichi l’assenza di una ragione. Puškin ricordava che il caso è la mano della Provvidenza che ci libera dalle ferree leggi dell’algebra. L’esperienza di Solženicyn è che ciascuno di noi può diventare un boia – è l’idea della banalità del male che spiega gli abissi toccati nel XX secolo –, ma che non tutti lo sono diventati, questa differenza dipende appunto dalla libertà dell’uomo, dal modo diverso in cui ogni uomo risponde ai casi della vita, alle occasioni che la vita gli offre. E qui, per cercare di capire ulteriormente, andrebbe aggiunto che per Solženicyn la libertà dell’uomo, cioè la pienezza e il compimento dell’uomo, non è l’indifferenza della scelta, un vuoto, ma la sua disponibilità ad abbracciare la verità e il senso della vita: ogni caso porta un significato, un messaggio che va interpretato e ci offre la possibilità di decidere da cosa vogliamo essere definiti, dal finito e dal nulla o dalla nostra irriducibilità ai casi insensati, cioè dalla pienezza dell’essere e dall’infinito».

Lo stesso Solženicyn compì un lungo percorso per spogliarsi di una lettura ideologica della realtà e riscoprirne gli aspetti concreti. Quanto incisero l’esperienza della malattia e dell’imprigionamento?
«Il campo di concentramento, il cancro – dal quale Solženicyn fu colpito mentre era ancora detenuto – e, prima ancora, la guerra, furono i tre casi principali che gli consentirono di liberarsi dalla presunzione dell’ideologia, cioè dalla pretesa dell’uomo di poter possedere le leggi della storia e di poter sostituire alla realtà le proprie idee.

Quelli che per altri furono casi disgraziati e maledetti per lui furono l’occasione per rendersi conto che la realtà – e innanzitutto il cuore dell’uomo – era sempre più ricca di quello che appariva o di quello che l’uomo poteva attribuirle, meglio, la realtà mostrava che ogni volta che l’uomo credeva che tutto fosse finito, ogni volta che il potere credeva di avere in mano l’uomo, tutto poteva nuovamente ricominciare; uno dei detenuti di Solženicyn dice ad un pezzo grosso del regime: “A un uomo al quale avete tolto tutto non potete più togliere niente: è di nuovo libero”».

L’istituzione statale del Gulag durò oltre mezzo secolo. A oggi, che marchio ha lasciato quest’esperienza nell’immaginario russo?
«L’esperienza concentrazionaria è stata il culmine della pretesa del regime sovietico di creare l’uomo nuovo, cioè un uomo definito dall’ideologia e non dalla realtà, un uomo definito dalla pretesa del potere di ridefinire e ricreare costantemente e a proprio piacimento la verità: solo a queste condizioni il sistema poteva giustificare il proprio dominio e la propria pretesa di dominare il mondo. Per fare questo il sistema ha dovuto fare di tutto per eliminare la verità, la realtà, la coscienza e il cuore dell’uomo; i campi di concentramento sono stati appunto lo strumento privilegiato per questa operazione, insieme alla distruzione dei contadini – con le grandi carestie indotte dell’inizio degli anni Venti e dell’inizio degli anni Trenta – e insieme alla persecuzione della Chiesa, tutti punti in cui la coscienza dell’uomo e della sua irriducibilità resistevano. Che la Russia sia uscita da questa tragedia senza una guerra è il segno di questa irriducibilità e un pegno per il futuro: è una vittoria la cui importanza può essere paragonata solo alla vittoria contro il nazismo, e di tale grandezza che il suo significato deve ancora essere capito fino in fondo. Ma qui il lavoro, siccome riguarda la rinascita della coscienza dell’uomo, è tutto affidato alla memoria e alla coscienza di ciascuno di noi e non riguarda solo la Russia, questa vittoria riguarda tutta l’Europa e tutta l’umanità».

A suo avviso, nelle istituzioni scolastiche europee viene trasmessa un’adeguata conoscenza del fenomeno? Almeno in Italia, Arcipelago Gulag è l’opera di Solženicyn più nota ma meno letta…
«Su avvenimenti così decisivi la conoscenza non è mai adeguata e il lavoro della memoria deve essere continuamente approfondito e liberato da qualsiasi preoccupazione che non sia quella del servizio alla verità e alla libertà dell’uomo. Il caso dell’Arcipelago è in questo senso esemplare: è l’opera più nota perché se ne è fatta spesso un’utilizzazione politica ma, in realtà, anche se la denuncia del comunismo che vi viene pronunciata è una delle più stringenti e inoppugnabili che siano mai state formulate, una lettura politica di quest’opera è quanto di più riduttivo e contrario alle stesse esplicite intenzioni di Solženicyn: come ho già ricordato, quello che interessa l’autore e quello che colpisce i lettori senza pregiudizi è la riscoperta dell’uomo e del suo cuore irriducibile a qualsiasi schieramento o idea».

Solženicyn fu pure un critico severo della cultura consumistica che incontrò negli anni dell’esilio statunitense, venendo bollato come reazionario. Le sue parole sono ancora attuali?
«L’inattualità di Solženicyn di cui parlavamo all’inizio è legata appunto a questa sua irriducibilità a settori parziali, dipende da questa sua capacità di richiamare l’uomo all’essenziale, un essenziale che viene tradito sia dal “bazar del Partito”, sia “dalla fiera del commercio”. In questo senso Solženicyn diventa fondamentalmente inutilizzabile per chi cerchi in lui uno strumento di pura lotta politica, mentre diventa un punto di riferimento altrettanto fondamentale per chi nella letteratura cerchi l’immagine di una bellezza che sia realmente splendore del vero».

Quali sono, secondo lei, le pagine narrativamente più alte della sua opera? Al lettore che volesse confrontarsi con Solženicyn, da cosa consiglierebbe di cominciare?

«Di pagine altissime e di formulazioni irripetibili è ovviamente piena tutta l’opera di Solženicyn, dalla Ruota Rossa all’Arcipelago, a Divisione Cancro o a Primo cerchio… così come di caratteri che rendono la sua scrittura unica, come il particolare uso dei proverbi e dell’ironia, tanto per suggerire due elementi che risaltano immediatamente anche per il lettore più affrettato. Forse può valere la pena di cominciare dalle cose più brevi: oltre alla già citata Casa di Matrjona, Una giornata di Ivan Denisovič, il breve racconto della vita di una giornata qualunque di un detenuto qualunque negli ultimi anni dello stalinismo, l’opera che fece conoscere Solženicyn e che passerà comunque alla storia come quella dove si tornava finalmente a dire “tutta la verità”, grazie alla quale le parole tornarono a corrispondere alla realtà».

(questa intervista è comparsa su ZENIT 25/01/2011)


29 pensieri su “Arcipelago Solženicyn / 1 – A colloquio con Adriano Dell’Asta

  1. Ci sono alcune affermazioni in questa intervista che mi trovano in disaccordo.

    “due delle esperienze più tragiche della storia dell’umanità, quelle della rivoluzione russa e dei campi di concentramento”

    la rivoluzione sovietica, nella sua nascita, non è stata affatto una delle esperienze più tragiche della storia dell’umanità. Avrebbe, al contrario, potuto segnare un enorme passo avanti nel progresso dell’uomo. Possiamo riflettere a lungo sui motivi della sua deriva in un regime autoritario, non da ultimo il fatto importante che non è stato loro permesso di portare avanti in libertà una linea di sviluppo, essendo continuamente sotto minaccia armata da parte delle forze del capitalismo americano (come a Cuba del resto).

    “sconosciuta e gratuita grandezza lo ha accompagnato nella sua lotta contro il male assoluto del XX secolo”

    Il male assoluto del XX secolo è stato il nazismo. Equiparare acriticamente nazismo al cosiddetto comunismo è operazione di assoluto qualunquismo.

    “Che la Russia sia uscita da questa tragedia senza una guerra è il segno di questa irriducibilità e un pegno per il futuro: è una vittoria la cui importanza può essere paragonata solo alla vittoria contro il nazismo”

    Dunque è anche grazie a S. se la Russia ha ottenuto questa vittoria, cioè uno stato dominato da un assassino internazionale e da una cricca mafiosa, uno stato che ha commesso crimini inenarrabili in Cecenia, proprio una grande vittoria.

    Tutti questi discorsi non fanno che contirbuire a rafforzare un pregiudizio che da sempre mi accompagna quando si parla di S.

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  2. ‘Quelli che per altri furono casi disgraziati e maledetti per lui furono l’occasione per rendersi conto che la realtà – e innanzitutto il cuore dell’uomo – era sempre più ricca di quello che appariva o di quello che l’uomo poteva attribuirle, meglio, la realtà mostrava che ogni volta che l’uomo credeva che tutto fosse finito, ogni volta che il potere credeva di avere in mano l’uomo, tutto poteva nuovamente ricominciare; uno dei detenuti di Solženicyn dice ad un pezzo grosso del regime: “A un uomo al quale avete tolto tutto non potete più togliere niente: è di nuovo libero”».’

    Di Solženicyn ho letto tutto quello che ho potuto, in traduzione italiana, evidentemente.
    Le parole che il detenuto rivolge al “pezzo grosso” del regime per me hanno un valore inestimabile che dà prova certa della statura morale di chi le ha riferite.

    Giorgina Busca Gernetti

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  3. Mi pare eccessivo quello che dice Baldrati. Al ritorno in patria Solzenicyn fu uno dei più sarcastici detrattori della politica (anche mafiosa) di Eltsin, proprio con la denuncia di quella “fiera del commercio” di cui si parla nell’intervista: farne un apostolo del capitalismo come fa Baldrati è,oltreché ingeneroso, ingiusto. Anche il giudizio sulla rivoluzione russa andrebbe forse meditato… E’ l’estate del ’17 che vede l’autogestione vera di un popolo che prende possesso delle sue prospettive e speranze. Ma la colonizzazione bolscevica dei soviet farà presto cadere questa possibilità di autodeterminazione.

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  4. Alex, ti prego di rileggere il mio commento e dimmi se trovi un solo riferimento all’opera di S., che peraltro non conosco a fondo. Io parlo di ciò che viene detto nell’intervista, che mi sembra ideologica, tutta improntata a un uso di S. in chiave anticomunista. L’unico riferimento che faccio è un’ammissione di pregiudizio, che deriva proprio da questo uso iper-ideologico della sua opera. Nel corso dei decenni infatto S. è stato identificato come il simbolo dell’anticomunismo militante, e questo non l’ho inventato io. Da qui un moto di ribellione, come sempre mi accade quando sento odore di strumentalizzazione.

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  5. @elio & giorgina – non so se siano dirette a me le vostre sfumatissime allusioni, nel caso ripeto con parole mie che NON ho parlato dello scrittore, ma solo dell’intervista. Cioè, per spiegare meglio: il mio commento NON verteva sull’opera dello scrittore, ma su quanto detto nell’intervista. NON su Solženicyn dunque, ma sulle argomentazioni dell’intervista. Ovvero: io NON ho parlato di S. della sua opera, perché non la conosco, e non credo proprio di dovermi giustificare o scusare per questo.

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  6. @Mauro, le allusioni sono sfumate perché non c’è nulla di personale, né ti si chiede conto di alcunché. Ogni atto può però offrire legittimamente lo spunto per considerazioni di carattere più generale. In questo caso lo spunto è costituito dal sentenziare sopra argomenti che in seguito ammetti di non avere approfondito, né interesse ad approfondire, preferendo fidarti del pregiudizio che “sempre ti accompagna quando si parla di S.”
    Un argomentazione singolare. Tutto qua.

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  7. Elio ha già scritto quello che avrei voluto scrivere io.
    Ho letto tutto ciò che è stato tradotto in italiano dello scrittore dissidente Solženicyn e penso che i giudizi “di seconda mano”, come si dice in storiografia e in filologia, non possano nascere da una vera obiettività come quelli su cose viste, udite o lette di persona (“de relatu” vs. “de visu”).
    Nessuna allusione sfumata, quindi, ma una chiara difesa dello scrittore russo (allora sovietico).
    Io sono sempre molto diretta, fin troppo.
    Giorgina BG

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  8. No, scusate ma sono in difficoltà. Non avendo letto lo scrittore io non posso, neanche volendo, esprimere giudizi positivi o negativi. Infatti non li esprimo, mentre li esprimo – ripeto non so più con quali parole a questo punto – su questa intervista, ovvero ciò che dice il prof Dall’Asta. Punto. Se il problema è la mia ammissione di pregiudizio, questo non è un giudizio, ma l’ammissione di una impossibilità a leggere Solženicyn per motivi che sono personali. Volete saperli? Però non avete alcun diritto di entrare nel merito, perché sono faccende mie. In passato tutta la destra italiana, dalla DC al MSI al PLI ha preso S. come simbolo assoluto di lotta al comunismo. Non se ne poteva più di leggere di S. perseguitato dai comunisti su tutti i giornali dove c’era un’influenza della destra (ma anche del PSI), era una sorta di propaganda urlata, martellante, dove tra l’altro non ricordo nessuna parola sui libri. Bene, questo mi ha fatto nascere un’insofferenza. Lungi da me sostenere il regime dell’URSS, ma con quelli io non avevo nulla da spartire, e provavo solo fastidio. Come vedete, sono faccende personali, una insofferenza che l’ideologia che sprigiona da questa intervista, che in alcuni punti sembra richiamare quei tempi, mi ha richiamato alla memoria.
    L’opera di Solženicyn non c’entra nulla.

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  9. Non voglio affatto sapere i motivi e i fatti privati degli altri. Dal canto mio, ho espresso il mio parere sullo scrittore Solženicyn che ho letto avidamente di mia iniziativa, senza suggerimenti o influenze varie di partiti.
    Non è, quindi, una sterile o antipatica polemica tra me e Mauro Baldrati, bensì, come ho già scritto, un’opinione personale su uno scrittore che ho letto ampiamente e quindi conosco.
    Giorgina BG

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  10. Scusa Mauro, proprio per quello che gli hanno fatto i “democristi” dovresti leggerlo direttamente. Perché davvero merita. Del resto il tuo ragionamento è un po’ quello di colui che per far dispetto alla moglie si taglia le palle…Non so se mi spiego…è come se all’oratorio non mi dicessero di leggere Pasolini…Hanno fatto anche questo del resto.Non per questo gli abbiamo dato retta. Oggi dicono anche che Houellebecq è un fascista, non per questo ho smesso di leggerlo anzi…

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  11. Che Solženicyn sia un grande scrittore per me non si discute, è invece discutibile quello che dice in alcuni passi il prof. Dell’Asta, che effettivamente ripropone un uso ideologico che spesso è stato fatto dello scrittore.

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  12. Okay Alex. grazie del consiglio (metafora delle palle a parte però). Lo so che dovremmo superare i pregiudizi ecc. essere superiori ecc, per non stare al loro gico sporco ecc. ma non so se tu hai vissuto quei tempi, e comunque è un po’ tardi, mi sa che dovrò fare a meno di S.

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  13. Chiaramente, non è l’abilità letteraria di S. ed essere in questione. Pur dovendo passare tutto attraverso di lui, lo scrittore scompare nel quadro di quell’immane tragedia. Basta addentrarsi un poco per captare il respiro spirituale di un’opera che porta le abilità letterarie al loro uso migliore. Di capziosi ideologi asserviti, così come di “fan” puramente viscerali, la scena sarà sempre satura. Bisogna evitarli senza farsene irretire, per agganciarsi alle personalità che davvero ci convincono, e con la totalità del loro essere. La verità (nel mero senso di indipendenza dai bassi interessi, fossero anche “psicologici”) ha questo grande vantaggio: di lasciarsi sondare in un punto arbitrario senza temere che l’indagine porti ad incrinare chissà quale “colonna portante”, sulle quali invece sempre si puntellano le montature artificiose della mistificazione interessata. La paura di approfondire, di portare alla luce del sole, credo sia il segnale più indicativo che ci possa essere.

    [esplicito per maggior sicurezza: quanto scritto ha carattere generale e non fa NESSUN riferimento ad alcuno scrivente, Mauro in particolare].

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  14. “Bisogna evitarli senza farsene irretire, per agganciarsi alle personalità che davvero ci convincono, e con la totalità del loro essere”

    Vorrei tornare brevemente su questo aspetto, perché ho cercato di ricordare e di riflettere. Quanto dici è vero. Ma a quei tempi la lucidità era impossibile. Non c’erano gli elementi, mentre ci sono oggi. Solženicyn era “cosa loro”, con toni da ’48. Sappiamo com’è l’Italia, la disinformazione berlusconiana viene da lontano. In questo modo se la sua opera è valida come dite è stata rovinata dalla strumentalizzazione, alla quale, tra l’altro, non so quanto lui stesso si sia prestato, per avere probabilmente più tutele.

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  15. “… strumentalizzazione, alla quale, tra l’altro, non so quanto lui stesso si sia prestato, per avere probabilmente più tutele.”

    Mi spiace riprendere la discussione, ma come si può insinuare che Solženicyn abbia compiuta una cosa così abietta? Soprattutto se non lo si conosce?
    Inoltre nel 1974, quando “Arcipelago Gulag” uscì in Italia per Mondadori, il “berlusconismo” e la “disinformazione berlusconiana” erano lontani.

    Giorgina Busca Gernetti

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  16. La disinformazione berlusconiana viene da lontano non significa che fosse gestita dalle stesse persone di oggi, ma già allora si faceva un uso demagogico dell’informazione, e da lì vengono le radici di quella attuale.

    Giorgina, ma perché dà l’impressione di sentirsi offesa se uno esprime opinioni su un evento, uno scrittore?

    Forse lei non c’era, o non ricorda, ma la propaganda cui ho accennato aveva caratteristiche di lavaggio del cervello di massa. Non ho mai letto una parola dell’interessato sul fatto che era diventato un simbolo vivente della lotta al comunismo sovietico, sempre mostrato come l’anticamera dell’inferno sulla terra. Per questo ho sempre avuto l’impressione che ci marciasse, in un certo senso, oppure non ne sapeva nulla? Ma insomma, non ho commesso nessun reato esprimendo questa opinione, o questo dubbio, le pare Giorgina?

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  17. P.S. un appunto ulteriore sulla strumentalizzazione di S. La demagogia si basa sull’uso di elementi reali, che vengono accostati ad altri fasulli, in modo tale che la parte “vera” faccia da traino alla falsità. Così S. è diventato il simbolo vivente della persecuzione nei gulag, che erano a loro volta uno dei simboli del diabolico stato sovietico, che li aveva inventati per perpetuare il suo potere demoniaco attraverso l’annientamento del disseso. Era certamente vero, col particolare però che non erano un’ invenzione dei diavoli comunisti, ma esistevano già ai tempi dello zar, basta leggere Dostoevskij. Ovviamente questa non è una difesa o una giustificazione dei campi di lavoro ecc. ma una constatazione di come l’opera di S., che mi garantite essere elevata, sia stata usata e massacrata dalla demagogia.

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  18. > Era certamente vero, col particolare però che non erano un’ invenzione dei diavoli comunisti, ma esistevano già ai tempi dello zar, basta leggere Dostoevskij.

    Allora non leggere Arcipelago Gulag, ti farebbe davvero male (e non ti sto applicando una “psicologia inversa” alla Homer Simpson 🙂
    Te lo dico perché S. per tutta l’opera svolge una continua comparazione con i precedenti zaristi, per quanto riguarda il trattamento giuridico, carcerario e l’applicazione delle pene, il ruolo dell’opinione pubblica.
    Arcipelago Gulag non è un romanzo, ma un saggio storico e antropologico che adopera in molte parti la forma narrativa. Esso va eventualmente “ribattuto” dimostrando una competenza in materia comparabile.
    Hai a disposizione uno straordinario testimone di un’esperienza fondamentale dell’umanità (pagata carissima) ma no, parti dalle conclusioni desiderate per evitarti l’esame di evidenze dolorose.
    Comprensibile, ma non ammirevole.

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  19. Gentile M Baldrati,
    mi spiace d’averle data quest’impressione.
    Io rispetto le opinioni altrui e non mi offendo assolutamente se una persona la pensa (e scrive) in modo opposto al mio.
    Credo nella libertà di pensiero e la professo.
    Mi offendo, piuttosto, se mi si offende; ma non è questo il caso.
    Ho difeso Solženicyn con un calore che non sempre dimostro. Questa volta, però, ne valeva la pena perché da tutto ciò che ho letto di S. non ho dedotto che egli fosse uno “che ci marciasse”.
    Dalla pubblicazione per Mondadori de “Il primo cerchio” nel 1968 e, dopo una revisione e correzione, nel 1970 sono trascorsi quarant’anni.
    Ovvio che le persone di oggi, per esempio B., allora forse si occupassero d’altro.
    Il “lavaggio del cervello di massa” di quarant’anni fa non so se per caso non avesse qualche falla e non lasciasse che qualcuno pensasse in modo autonomo.
    Spero di non aver usato toni sbagliati nel risponderle perché non è mia intenzione creare un dissidio insanabile.
    Un cordiale saluto
    Giorgina BG

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  20. Giorgina, nessun problema, ricambio il saluto.

    Elio, d’accordo. Puoi scrivere qualche metro quadrato di saggio o racconto sulle qualità dell’opera di S. e io ti direi: non ho difficoltà a crederti. Ma le scrivi oggi, mentre io sto cercando di spiegarti che a quei tempi era per me impossibile avere questa obiettività di oggi perché la demagogia martellante e la strumentalizzazione che ho cercato faticosamente di spiegare me l’hanno impedito. E ritengo di non dovermi giustificare, di non dovere fare un mea culpa, di ammettere quanto ero chiuso mentalmente ecc. perché non è così. Ho fatto quello che si poteva fare, cioè sviluppare un fastidio verso una propaganda violenta che aveva al centro la persona/simbolo di S. E oggi per me è tardi. Ho altre letture, altri interessi. Vivrò senza S., anche se ho ascoltato con interesse le vostre testimonianze, che considero preziose.

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  21. E invece, caro Mauro, nella chiusa ti sbagli: (almeno) un libro come “Una giornata di Ivan Denisovič” non può mancare tra le tue letture, è una delle opere “altissime” della letteratura del Novecento.

    Su tutto il resto, invece, hai perfettamente ragione, a partire dall’uso “propagandistico” che della sua figura e della sua opera si è sempre fatto (anche con lui consenziente: ricordo perfettamente il “tenore” di alcune interviste “americane” degli anni Settanta e di quelle rese subito dopo il ritorno in Russia) e si continua a fare: ne è riprova questo articolo-intervista, nel quale si scantona dall’analisi letteraria per presentare unicamente un “santino” in salsa tipicamente revisionista, visto l’uso superficiale, se non proprio becero, che si fa della storia – una vera manna, credo, per i lettori di Sallusti e co.

    La banalità tutta ideologica del contesto storiografico di riferimento, la dice lunga anche sulla serietà degli studi e sullo stato dell’università italiana…

    fm

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  22. Ma si capisce, siamo in guerra e non si posso concedere punti al nemico. Per la verità letterale ci sarà sempre tempo, dopo, quando l’umanità sarà stata finalmente liberata, depurata.

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  23. “Siamo in guerra”.

    Io no.

    fm

    p.s.

    OT

    Chiudere i commenti su un blog non è, per quel che mi riguarda, cosa saggia e giusta.
    Ho impiegato mezzora per scrivere una replica – civilissima: come è mio costume – alla signora Macrì, ed è finità dissolta nell’etere – così come un pezzo del mio tempo che potevo benissimo dedicare a qualcos’altro.

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