Il cimitero di Praga, di Umberto Eco

di Ezio Tarantino

La seconda legge di Ranganathan recita: “Ad ogni lettore il suo libro”, e la terza  “Ad ogni libro il suo lettore”. Chi era Shiyali Ramamrita Ranganathan? Un matematico e bibliotecario indiano (chi ne voglia sapere di più clicchi qui). Nel mondo della biblioteconomia si è guadagnato un posto nell’empireo grazie al suo sistema di classificazione “a faccette” e, ancora di più, per l’emanazione di quelle che sono universalmente conosciute e citate come le cinque leggi di Ranganathan. Ovvero l’architrave ideale su cui si sostengono le biblioteche, regolando in modo semplice e senza troppe mediazioni intellettuali il rapporto fra l’istituzione e i suoi utenti.Tutto questo per dire che se è vero, ed è verissimo, che ogni lettore ha i suoi libri, e viceversa, non dovrei star qui a parlar male di un libro che, palesemente, non è il mio libro.
Tuttavia, poiché mi è stato regalato, e da persona cara, ho voluto cogliere l’occasione per mettermi, come dire, in pari, con la letteratura di grande consumo.
Il libro è, come avete visto dal titolo dell’articolo, Il cimitero di Praga, di Umberto Eco.

Che libro è Il cimitero di Praga di Umberto Eco? Un libro scritto al computer, è la prima cosa che mi viene da dire. Eco utilizza una lingua elementare, dal periodare semplice e senza voli pindarici (metafore e altri orpelli ridotti al lumicino), un “plain italian” che scorre via come acqua sulle pietre levigate dei torrenti di montagna. Intendiamoci, non è un difetto. Il libro va via che è un piacere (se questo è lo scopo di un libro: andar via).

Poiché Umberto Eco non è Faletti, il libro è anche un’arcana miniera di riferimenti culti, di strizzatine d’occhio, che tuttavia sanno di pedanteria saccente, di schedature accumulate negli anni a formare preziose banche dati personali, di compulsazioni di testi, giornali dell’epoca in biblioteche reali e/o virtuali, di sopralluoghi meticolosi.
Il testo sembra costruito per accumuli di nozioni, non di conoscenza, né tantomeno di esperienza. Mancano solo le note a pie’ di pagina. E questo vale sia per gli aspetti cabalistico-esoterici di cui è piena la trama, che per quelli storici, ma anche per le ricette di piatti all’apparenza molto succulenti mangiati nei più diversi bistrot parigini, e vale per le strade parigine, e per i dati statistici sui ritrovamenti di carcasse di animali nella Senna: tutto elencato con un asettico impegno tassonomico, nemmeno fosse una puntata di Vieni via con me.

Del resto il libro è un gioco, non va mica preso sul serio. Infatti i personaggi (tutti autentici tranne il protagonista, tiene a precisare l’Autore, che sente il bisogno di spiegarci molte cose, in appendice: troppe) non agiscono sulla scorta delle emozioni, ma di un copione già scritto dalla Storia. Peccato che anche l’unico personaggio d’invenzione si appiattisca su questo registro di neutralità psicologica e non sia minimamente un carattere. Il massimo della caratterizzazione psicologica la dà la sua patente schizofrenia, che però non gli dà un’anima, ma al massimo una diagnosi. Se il romanzo voleva essere un calco di un feuilleton avrebbe dovuto prendere davvero esempio dai suoi modelli per cercare di far palpitare il lettore di pulsioni vive, non cerebrali.

La trama si intreccia con la Storia in un divertissement (di quelli che fanno divertire solo chi lo fa) in cui l’impresa dei Mille, l’attentato a Napoleone III, l’Affaire Dreyfuss e Protocolli dei savi di Sion vengono uniti fra loro in un unico tracciato da gioco dell’oca in cui vero e falso si annodano in una sola trama.

Soffocata da un’ostentata erudizione (semplificata però al massimo, tanto lo scopo è più o meno il classico épater les bourgeois), la storia con la Esse maiuscola è sempre lì a irrompere in quel modo stucchevole e privo di inventiva come nella migliore/peggiore tradizione della letteratura italiana anche recente (perché gli scrittori americani sanno raccontare microstorie, reali o di invenzione,tenendo sullo sfondo i Grandi Avvenimenti della Storia, mentre invece quelli italiani devono rigorosamente attenersi a quanto c’è già scritto sul Villari, solo aggiungendoci qualche personaggio un po’ fellone e qualche donna di malaffare?)

Ci sono anche le illustrazioni, come nei bei vecchi libri popolari di una volta. Il testo è scritto in font improbabili che si alternano a seconda di quale sia la voce narrante (insomma, un Geronimo Stilton per adulti, ha osservato mio figlio quattordicenne).

Per finire, da buon semiologo Eco non si/ci risparmia neppure una tavola sinottica in due colonne per spiegarci la differenza fra intreccio e storia. La misura è colma. Lettura interessante.

7 pensieri su “Il cimitero di Praga, di Umberto Eco

  1. tu “composi” quel carme?

    qualunque cosa faccia questo benedetto eco suscita una facilissima ironia, peraltro scarsamente divertente. un esercito di testimoni oculari che lo hanno visto scopiazzare, inventarsi una cultura che non ha, svicolare, dribblare, incassando titoli e onorificenze in mezzo mondo, tutti immeritati poiché è notorio che i libri glieli scrive la portinaia, quella scontrosa parente del riccio elegante. tutti ignoranti gli studiosi e le università che se lo sono conteso: eh, già, e tutti fumati e suonati gli studenti che ha formato. ah, e comunisti.

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  2. io non capisco un granché di fisolofia e leggo solo gli avvisi pubblicitari che trovo nella cassetta delle lettere. Sono in stampatello. merò a me Eco mi è simpatico.
    Una volta mi ha offerto uno spriz.

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  3. sono appena a pagina 102, e non posso dire che la lettura sia appassionante. mi sembra che l’autore stia più attento a mettere in ordine gli eventi storici che la psicologia del protagonista. ma questo è un romanzo a tema. eco non è un romanziere, è un semiologo, prima gli vengono le idee in testa e poi ci intreccia attorno la storia. mentre (e lo riconosceva anche la Louise May Alcott) si dovrebbe partire dalla storia: il romanzo è una storia.

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