Rosamaria Loretelli, L’invenzione del romanzo

di Michele Lupo

La lettura ad alta voce oggi è pratica diffusa solo nei luoghi deputati a readings letterari moltiplicati sia dalla legittima necessità per molti scrittori di farsi spazio nell’oceano dell’offerta editoriale che da un certo compiacimento modaiolo e spettacolare.

L’invenzione del romanzo di Rosamaria Loretelli ricostruisce una storia della lettura dalla Grecia antica al Settecento, il secolo maggiormente implicato nelle argomentazioni della studiosa perché è allora che alcune trasformazioni diventano significative e il romanzo si afferma come genere letterario – a prescindere dagli episodi pur giganteschi del secolo precedente. In secondo luogo, e perciò, il volume è anche una storia delle forme narrative dall’epica classica in poi.

Nel Settecento dunque la lettura diventa silenziosa e interiore. Assistiamo a uno spostamento di focalizzazione dalla voce e dai gesti allo sguardo. Si afferma il romanzo e tutto comincia a gravare sulla parola in sé, più che sulla sua esattezza come avrebbe detto più tardi l’imprescindibile Flaubert, sulla tessitura di un organismo complesso fatto di rimandi in avanti e all’indietro, di tracce proteiformi e piste secondarie di personaggi luoghi trame che l’oggetto romanzo garantisce in virtù di una costruzione materiale precipua – una segnaletica monumentale e fittissima che il romanziere trama e disperde attraverso l’opera a piacimento e in cui, come nella vita reale, i fili narrativi si accumulano dentro lo stringente accadere del tempo, ben al di là insomma del tempo astratto e mitico in cui ancora vive il capolavoro di Cervantes, con il quale pure molti fanno nascere il romanzo moderno.

Pertanto, muta lo spazio temporale attraverso il quale percepiamo il contenuto del testo assieme al mutare delle posture corporali. Ed è piuttosto con Fielding per la Loretelli che si produce lo scarto davvero decisivo; lo scrittore inglese all’inizio del Tom Jones dichiara “apertis verbis” che si augura un lettore “bramoso di leggere all’infinito”. La storia assume un ruolo centrale e con essa il tempo, l’orizzonte d’attesa che il romanzo può soddisfare in modi più immediati.

Lo scrittore di romanzi approfitta della lettura silenziosa e individuale, del supporto libro (che qualcuno non a caso ha definito l’oggetto tecnologico per eccellenza – kindle permettendo) e edifica un’architettura complessa in cui ci si può muovere a piacimento – la metafora dell’edificio è spesa da Samuel Johnson a Henry James. Egli stesso rilegge e corregge. Il romanzo crea una dinamica di attese e rinvii in cui lo scrittore mistagogo porta il lettore dove vuole.

Non solo. La nascita del romanzo inglese moderno comporta un cambiamento anche nel lettore; la lettura silenziosa beneficia dei progressi della tecnica (diversità e maneggevolezza del formato, chiarezza dei caratteri, introduzione di nuovi segni grafici ecc.), propizi alla concentrazione. È per calamitare l’attenzione di questi nuovi lettori che i teorici e romanzieri d’oltremanica saranno costretti ad approntare una nuova estetica del racconto.

Peraltro, come ricorda l’autrice in un’intervista, “non può essere uguale l’effetto di un racconto letto da un rotolo, come accadeva nell’antichità classica, o di una lettura in piedi da un volumone incatenato a un leggio, come era nel Medioevo, o di un abbandono al godimento di un volumetto in copertina morbida, scorso con gli occhi mentre si sta stesi su un letto o sdraiati su una spiaggia“. Nel Settecento comparvero le poltrone, per leggere semisdraiati, le donne magari discinte. Ci fu chi si allarmò, allora, per le conseguenze “morali”.

La lettura silenziosa gode di un maggiore abbandono, certo – trovo però meno convincente l’idea che essa rifletta una condizione di passività. Rimanderei al gran libro di Neil Postman Divertirsi da morire perché è al mondo video che possono agevolmente rimandare certe considerazioni che l’autrice fa a proposito del leggere come atto “naturale e meccanico” (con le drammatiche conseguenze, chez Postman, che registriamo qui e ora).

Detto ciò, questo saggio di marcata robustezza teorica ci insegna a vedere nel leggere un gesto materiale, mostra come le posture corporali modifichino la percezione della storia: viviamo come leggiamo. Che “i testi non sono oggetti astratti (…) bensì il prodotto di menti e corpi in situazione”. Perciò, la differenza ha da fare con l’esperienza stessa non del leggere, ma del vivere (per chi se lo fosse dimenticato in questi strani tempi smemorati, viviamo solo nella storia, appunto).

4 pensieri su “Rosamaria Loretelli, L’invenzione del romanzo

  1. Riflettendo sulla rece mi chiedo se anche l’Illuminismo in sé non sia un effetto (e quindi non una causa) di questa lettura silenziosa, individuale e per questo “critica”. Se lo spartiacque è l’individuo come categoria sociale ed economica,allora è stando con sé nel libro e non più “con gli altri” come si è sempre detto a proposito di gazzette e di circoli o club , che l’uomo mnderno impara a costruire la propria saga romanzesca, fatta di avventure e rivoluzioni. Il ritorno contemporaneo all’oralità e in qualche modo ad un diverso tipo di socialità (fatta di gesti, slogan e comportamenti uniformi)sarebbe forse da intendere come una pericolosa deriva, o magari solo come un allontanamento da quel paradigma? Cioè se si disimpara a leggere da soli, “in interiore homine”, ci si avvicina ad un maggiore o minore grado di civiltà? Oppure la domanda è mal posta? Però credo che il problema ci sia.

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  2. Si, ho il sospetto che anche l’Illuminismo abbia a che vedere con la diffusione e interiorizzazione della lettura. Sto continuando a fare ricerca in tal senso. Complimenti ad Alex Cartoni!

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