Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. 17# CRISTINA ANNINO

A cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Dal mio punto di vista di poeta, io penso che la scrittura  non si fa, ma si è, e per questo  si continui a scrivere. Così come ritengo che non ci sia differenza se non formale,  tra poeti che producono libri e poeti che, per ipotesi o a un certo punto della loro vita, si trovino a svolgere una professione lontana da quella letteraria. Ugualmente poeti rimangono. Perché il punto d’origine di entrambi è l’essere in un certo modo e non in un altro. Personalmente ho provato ambedue le situazioni; sono cioè ritornata alla scrittura dopo alcune interruzioni volontarie. Ma posso dire che ho vissuto quei mutamenti biografici  con identica idea di me e del mondo,  con quella forma di pensiero cioè che sta al cervello come una ruota sta alle altre, nel mandare avanti un veicolo. E’ impensabile che le ruote abbiano velocità diverse, qualunque strada si percorra. Mi sento anche di aggiungere che, a un cero grado di forza di tale coscienza, scrivere o meno diventa paradossalmente secondario: la vocazione (perché di questo si tratta) divora ogni stato esistenziale, ha un alto valore mimetico e non è assolutamente bigotta. Nel senso che sopravvive ad ogni condizione apparente.

Amori e odi letterari. Per favore alla voce odi non citare solo gente defunta.

I grandi amori, quelli ai quali più o meno devo il mio modo di “qualificare” la letteratura e  qualche aspetto della vita, sono narratori ovviamente non più viventi, Richard Wright, H.Miller,  Doblin,  Hamsun;  li rileggo spesso. Per la poesia, un grandissimo poeta peruviano sul quale feci la tesi di laurea, Cesar Vallejo e che da allora non ho più “sfogliato”. Tra i poeti contemporanei: Elio Pagliarani, poi, i più giovani Stefano Gulielmin, Roberto Bertoldo, Nadia Agustoni. Di questi ultimi ammiro anche la prosa e la saggistica, come pure quella di Marco Ercolani.  Tra i narratori preferisco Walter Siti, di cui do per scontata l’importanza critica e Franz Krauspenhaar che a mio giudizio ha anche una  forza poetica molto interessante.

Odio per un autore, bah, sarebbe addirittura auto lesivo, preferisco ammettere che provo avversione nei confronti di chi scrive senza un minimo di passione, per chi non genera qualche sorpresa e per tutti quelli che, privi di una propria originalità ma forniti invece di tanta ambizione, succhiano silenziosamente dalle radici di qualche albero maestro.

Quanto pensi di valere? Per favore rispondi non in scala da 1 a 10 ma con un discorso articolato.

Quanto pensi di valere io è purtroppo irrilevante, non è l’autostima che mi manca, né consensi importanti. Ma anche questi non bastano; credo che, attualmente, non basti nulla a stabilizzare il valore di un poeta. Stranamente questo mondo senza mercato (che vivaddio, anche se minimo costituirebbe un primo grado di discriminazione)  fluttua però  come altri universi artistici (quello dell’arte figurativa, ma anche quello della narrativa cui si chiede una precisa risposta economica) senza però giustificare tali mutazioni in valore reale. Con l’esito allora, che non esistendo un vera e propria normativa della poesia, stabilita -come si fa del resto in altri paesi- da un adeguato mercato ripeto, non è sancibile nemmeno un qualsiasi parametro di qualità.

Cosa pensi dell’amore? (Rispondi a parole tue)

Definizione spinosa, piena di ossimori. In una tua precedente intervista di molto tempo fa risposi che l’amore autentico è per me la più grande protesi del mondo. Di qualunque grande amore si tratti.   Più si ama più si diventa felicemente artificiali. Con ciò ritengo che l’amore, se importante, costituisca uno stato di grazia, e che questa tolga inevitabilmente pezzetti di identità profonda e di sincerità.

Pensi che Dio, che tu ci creda o no, è ancora “materiale letterario”?

Certamente. Da che mondo è mondo, e lo sarà sempre.

Sei invidiosa?

Ci sono tanti tipi di invidia, come ce ne sono di magia, superstizione, ecc. Se immaginiamo di sovrapporre un certo tipo di invidia alla magia bianca (discorso assurdo ma limitatamente suggestivo) direi che non la stigmatizzerei affatto. La riterrei anzi il più palindromo tra i sentimenti umani, nel senso che, se ben gestita potrebbe diventare, paradossalmente, una notevole autodisciplina. Sarebbe insomma  una “doppia coscienza” la quale, riuscisse a immettere tutti i suoi effetti collaterali nei canali giusti, sorvegliandoli o altro, potrebbe arrivare in teoria a una  ri-codificazione  più originale del senso collettivo. Io comunque non credendo a nessun tipo di magia, e non essendo superstiziosa, penso che non riuscirei mai ad invidiare qualcuno.

Preferisci una notte d’amore stupenda con il partner ideale o una maxirecensione di D’Orrico?

Dunque: se avessi il partner ideale, avrei garantite tante notti stupende, se non ce l’avessi, nessun uomo potrei considerarlo ideale solo per una notte stupenda. In ogni caso, se D’Orrico decidesse di scrivere spontaneamente una maxirecensione sul mio lavoro, ecco, questo sarebbe stupendo.

Cosa pensi del Nobel della Letteratura a Bob Dylan? Sei favorevole o contrario?

Ho sempre amato le canzoni di Bob Dylan e, francamente non sarei sorpresa né dispiaciuta gli conferissero il Nobel. Ormai, anche a tale livello (svedese), un premio vale l’altro.

Da un punto di vista estetico ti sembra giusto che lo Strega l’abbia vinto Pennacchi e non l’Avallone?

Non posso esprimermi non avendo letto nessuno dei due libri.

Progetti per il futuro?

Me ne auguro tanti e ottimi. 


Cristina Annino è nata ad Arezzo, vive e lavora a Roma.  Scrive già nella prima infanzia e possiamo dire, anche allora, in maniera “pubblica”. Si laurea in Lettere moderne a Firenze dove svolge un breve assistentato.

Non me lo dire, non posso crederci, Téchne, Firenze, 1969

Ritratto di un amico paziente, Gabrieli, Roma, 1977

Boiter (romanzo), Forum quinta generazione, Forlì, 1979

Il Cane dei Miracoli, Bastogi, Foggia, 1980

La casa del Loco, Ediciones Libertarias, Madrid, 1980

L’Udito Cronico, in Nuovi Poeti Italiani, Einaudi, 1984

Madrid, Corpo 10, Milano, 1987, vincitore del premio Russo-Pozzale nel 1988

Gemello Carnivoro, Faenza, 2002

Macrolotto, (in collaborazione col pittore Ronaldo Fiesoli), Edizione Canopo, Prato, 2002

Casa d’Aquila, Levante editori, Bari, 2008

Magnificat, Puntoacapo Editrice, 2009, vincitore ex-equo del premio Aldo Montano 2010.ncora inedito il libro Una magnifica giovinezza terminato nei primi anni 80, del quale molti racconti sono stati pubblicati in varie riviste.

Da alcuni anni si dedica attivamente anche alla pittura.

23 pensieri su “Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. 17# CRISTINA ANNINO

  1. Bello ritornare a leggere le Pro/vocazioni di Franz Krauspenhaar, motivo di contentezza trovare nelle risposte di Cristina Annino la schiettezza e la lucidità, l’acume e l’attenzione che ne rendono inconfondibile non solo l’espressione artistica, ma anche l’apporto a un più informale e diretto scambio di idee. Anche in questa intervista Cristina Annino si conferma, con serena coerenza, voce sicura, refrattaria a qualsiasi catalogazione sbrigativa. Ragione di gioia è l’auspicio di “tanti e ottimi” progetti futuri.

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  2. Ho riletto tre volte la prima risposta ed è una risposta coraggiosa:

    “Mi sento anche di aggiungere che, a un certo grado di forza di tale coscienza, scrivere o meno diventa paradossalmente secondario: la vocazione (perché di questo si tratta) divora ogni stato esistenziale, ha un alto valore mimetico e non è assolutamente bigotta. Nel senso che sopravvive ad ogni condizione apparente.”

    Bella intervista, stile inconfondibile.
    Un saluto caro.

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  3. La fascinazione che io provo, ogni volta, a leggere il pensiero di Cristina Annino è la stessa ma è anche in movimento; lei non ci parla di poetiche ad esempio, poiché ne è fatta, e IL FATTO DI SCRIVERE TUTTA LA CONTIENE.
    Ho riletto anch’io: non smetti mai di scrivere se questo è vero, è dentro di te, e tutta ti ha –

    VERO NEI CASI DI VOCAZIONE, DAL PROFONDO cioè vocare in azione;
    la riluttanza a parlare d’altro,anche se le ottime domande di Franz spingerebbero al gioco e al mondo, lei le alza via di lato, come una palla, perché il sorriso che la centra resta lì, a render conto di quel continuare a parlare (ed essere parlati)di poesia.
    Io consiglio, appena finita l’intervista riprendersi, al volo, proprio la lettura delle sue poesie, del’ottimo “Magnificat”ad es., per assaporare bene dove essa abiti.
    ( e chi glielo fa fare, appunto)
    Maria Pia Quintavalla

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  4. Cristina cresce nella mia considerazione a ogni lettura e a ogni incontro. Anche dopo questa intervista… La prima risposta è davvero coraggiosa e vera (Trovo un po’ sciocca l’opinione che si è poeti anche senza scrivere ecc. ecc.: mi pare una di quelle cose stolidamente ipocrite e consolatorie: ma non è questa la risposta di Cristina). Voglio spiegarmi meglio: sono tre anni che ormai non scrivo un verso, se non quelli d’altri, cioè traducendo quelli d’altri, e ci sto male, altroché, ma aspetto che prima o poi la tenebra si squarci e la parola torni a riempire la “vocazione”. La domanda più provocatoria mi sembra quella sul proprio valore. Richiederebbe un lungo discorso questo del valore, se si potesse farlo seriamente (e in pubblico, senza cioè il timore di offendere qualcuno). Troppi hanno una troppo alta considerazione di sé e a troppi viene data troppa importanza (come la domanda successiva su Pennacchi e la Avallone dimostra, mi pare). Insomma, alcune domande, che vorrebbero essere provocatorie, mi sembrano quasi inutili, ma Cristina prende sul serio anche quelle e risponde con intelligenza e sensibilità.
    Per l’intervistatore: la domanda sui due summenzionati che senso ha? Ardua, fra i due, la scelta. Ma perché farli assurgere a tanta importanza? O la provocazione è proprio questa? E se li dimenticassimo entrambi? Quanto al nobel: se l’hanno dato a Fo… E (scusi l’ignoranza)D’Orrico chi è?
    Torno a Cristina per rinnovarle i complimenti e l’apprezzamento, e la saluto sperando d’incontrarla presto.

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  5. Mi sembra che Cristina viva bene con se stessa e col mondo . La sua è una modalità interlocutoria dettata dalla consapevolezza di essere cosa minima e casuale , ma importante , in un contesto di creatività che si da per vocazione : comandamento della parola nella direzione di adesione alla vita , al contesto letterario , alla gestione del proprio ego , alla necessità ineludibile di dire e di dirsi senza reticenze – sempre – la propria “verità”.

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  6. Piaciuta l’intervista-finalmente un po’ diversa dalle altre.
    E- come sempre- piaciuta molto Annino che ad ogni occasione mostra la sua grinta inconfondibile ed eccentrica.
    Piaciuti e condivisi tutti gli interventi, ognuno con una loro “cifra” in quanto poeti che possiedono la loro cifra singolare cioè una loro singolare e precisa identità. Cosa non facile e non scontata, come può sembrare.
    Grazie per il vostro dono, grazie Cristina
    Lucetta

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  7. Ringrazio Cristina per avere “citato” la mia prosa saggistica. Detto da lei, è un onore. Come Cristina sa bene, considero la sua poesia come uno scatto energetico, nella poesia italiana, che non ha né predecessori né successori. Nel bene e nel male, la sua forza animale e intellettuale resta così. Unica. Le auguro di trovare sempre nuovi stimoli per nuove imprese.
    Marco E.

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  8. caro dalessandro, parlare del male non significa appoggiarlo, significa metterlo in un bersaglio per poterci eventualmente sparare addosso, magari prendendolo malignamente per i fondelli. far finta che non esista, “ignorarlo” non è nelle mie corde.

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  9. Una persona di mia conoscenza scrive un libro e mi fa ” scrivere è bello perchè il personaggio vive grazie a te, lo fai muovere, parlare, ci metti i tuoi sentimenti e qualche volta puoi fargli dire cose che provi ma non puoi dire a voce, sei tu in un’altro mondo.” Ragazzi, se ci riesco a convincerlo a finirlo vi faccio sapere.

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  10. da franz a franz:
    Certo, sono d’accordo; difatti non mi pare che dicessi d’ignorarlo. Anzi, di cancellarlo. Anche sparandogli, se serve, come no! Grazie comunque della precisazione.
    Insisto nel dire che la domanda davvero intrigante e provocatoria mi pare quella sul proprio valore. Cristina risponde con serietà e understatement, ma un po’ svicola, no?. Chi altri ha risposto? E come? Sono previste altre risposte? Non sarebbe interessante insistere di più su questo punto? Certo che, come dice Cristina, “non è sancibile nemmeno un qualsiasi parametro di qualità”, tuttavia: chi di noi non ha in testa una sua scala (benché – anche questo è vero – “purtroppo irrilevante”)? Alla fine potresti trarre una interessante statistica dalle risposte, no?
    (E ora, se ti stai chiedendo come risponderei io, giuro che non lo so. Il bello della provocazione è proprio questo costringere ognuno a pensarci).

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  11. La questione del “non si fa, ma si è”, della forza della coscienza, della vocazione che paradossalmente rende lo scrivere in sé secondario è un argomento che condivido e che va approfondito, altrimenti rischia di diventare un po’ retorico – come suggerisce dalessandro. Ma non è questo il caso, mi sembra, visto che Cristina è riuscita ad evitare abilmente il vortice retorico che è sempre presente nei discorsi – soprattutto di questo genere, indipendentemente dalla originalità delle risposte.

    Ritornando alla questione del come ci si sente che non è quello che si fa, è pur vero che esiste la necessità di essere riconosciuti, confermati nella propria identità. Ed essere riconosciuti per ciò che si sente, per come ci si sente, piuttosto che per ciò che si fa, oggi è sempre più difficile.
    Ma visto che qui non si sta parlando di un riconoscimento “mediatico”, il fatto che ci sia ancora qualcuno che scrive libri per dire come si sente e ciò che sente ed altri che lo leggono mi lascia sperare che sia ancora possibile uno scambio nell’ambito del reale. E Magnificat è esattamente questo: uno scambio nell’ambito del reale (che non è esattamente la realtà, ma questo è davvero un altro discorso).

    Sì, appunto, chi è D’Orrico???

    Luigi B.

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  12. Complimenti ancora una volta per Magnificat e per la summa che contiene, che non è solo Madrid. L’intervista è vivacissima, mai ingessata e colpisce per questo, malgrado la banalità di almeno un paio di domande. Condivido appieno il concetto di vocazione mai bigotto, un po’ più farragginoso mi sembra parlare di vocazione mimetica. Vorrei capire meglio invece perchè l’amore, l’innamoramento siano protesi e non stati di grazia. Un caro saluto.

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  13. Flavio,La “protesi” è metafora di qualcosa di esterno e aggiuntivo al nostro corpo/spirito e non potrebbe essere diversamente giacché l’amore ci vien dato da qualcuno esterno a noi che poi viene appunto assimilato, ingerito da noi stessi. Ammetto inoltre che comunque e sempre si tratti di uno stato di grazia (ma se togli l’idea di protesi, qualunque amore sarebbe unilaterale, io credo,giacché tale “protesi” è una forma di donazione dell’altro molto preziosa che va esaltata). Se vien meno,infatti, zoppichi. Nella maggior parte dei casi.

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  14. anche da questa intervista si conferma che Cristina ha la testa non solo “per spartì le recchie” (come si diceva una volta qua da me) ma per crescere pensieri. che poi i pensieri formino parte rilevante della sua poesia dimostra che la poesia – o che la tenga o che ne venga, o una ruota o l’altra – è parte integrante e prevalente (forse totale) di lei. Quindi,rovesciando un antico motto, “a me Cristina me piace pure come scrive”…, e dunque come pensa. se poi C mel consente la saluterei con un distico di Floro: “consules fiunt quotannis et novi proconsules:/solus aut rex aut poeta non quotannis nascitur”
    ciao Cristì…! Mario

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  15. Non amo intervenire troppo spesso, ma ritengo obbligatorio rispondere alla perplessità di Luigi B. e alla domanda di
    Francesco.
    @LuigiB.
    In ciascun poeta, allontanatosi volontariamente, dall’ambiente letterario, c’è quasi sempre la certezza profetica di tornare o far arrivare anche se a volte senza risultato (nel mio caso con Milo de Angelis)i propri scritti alla luce, diciamo. Ci si affida al Talento che decide per noi. Mai baratteremmo definitivamente un libro per un piatto di lenticchie dorate.
    Perché se ne abbia coscienza non lo so. Ma certo l’impulso di scegliere, comunque sia e con ribellioni autentiche, la vita all’arte è per me trascinante più di un poema; è il poema stesso. Il discorso sarebbe lungo.

    @Francesco
    Anche qui il discorso sarebbe lungo e allora lo accorcio a rebus. Se metti in vendita un quadro poniamo 50/50 a tot euro, il compratore improvvisato e non competente non lo acquista più, lo comprerà invece un collezionista,ecc.
    Questo è valore di mercato. Ma se ammetti che un’ottima poesia possa costare tot euro, lo puoi pensare e basta, con la conseguenza che, pur di avere visibilità, uscirai in riviste mediocri e in quelle ad alto livello.
    Ma questo non presuppone alcun valore (se non intimo, insindacabile), e la grande casa editrice non prenderà mai in considerazione ciò che non ha “valore di mercato”. Allora sorge la domanda: io valgo quanto?

    Ho rasentato ciò che sottintendevo, ma potremo chiarirci a voce. Grazie.

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  16. Qui ci sono molti spunti, e uno cerca di seguirli per non perder l’occasione di capire. Come nelle poesie, ma anche direi di piu’ nei racconti di Cristina Annino (e tra parentesi quando esce la sua raccolta di racconti che ha vinto il premio l’anno scorso?!?!?! che in rete se ne trovano solo due e il lettore rimane coll’acquolina in bocca) la sfida e’ nel ricostruire un pensiero laterale ma affilatissimo, facendosi guidare dalle parole.

    Dunque, l’amore e’ una gran protesi, allora vuol dire che la natura non basta. Vengono in mente i cani, le scimmie, gli uccelli e i pesci, i topi, e Koko: le immagini della natura che basta a se’ stessa, ma non a noi. Il vecchio dilemma della coscienza umana direte voi. Forse, ma vogliamo mettere com’e’ espresso, quasi rovesciato: che l’umanita’ e’ monca, e che la riscatta l’amore. E tanti saluti alla storia dell’umanita’ che regna sul restto del vivente.

    Poi: la vocazione “ha un alto valore mimetico” e “non è assolutamente bigotta”. Dov’e’ il nesso qui, forse nel fatto che la vocazione in question essendo quella poetica, si discute di una spinta a riprodurre, e in tal senso si oppone al bigottismo, che sembra qui essere la figura morte dell’espressione personale al servizio delle apparenze che si son scelte da riprodurre. Allora, la poesia come riproduzione di un vissuto cosi’ personale che ne garantisce sia l’apparenza che la sopravvivenza.

    Poi: l’invidia e la magia bianca. Il bianco e’ quello della cosa che si invidia, una cosa buona, la magia e’ la fede in un potere irreale, quando invidiamo crediamo che gli altri abbiano poteri veri e validi, e anche noi li vogliamo, per il nostro bene. Per essere invidiosi bisogna cedere a tentazioni di credulita’, eppure seguendo questo pensiero, se lo si facesse con disciplina, forse capiremmo cos’e’ che e’ un bene per tutti, forse potremmo ridefinire il bene collettivo. Peccato che sia un’idea magica e non una direzione praticabile ;-(

    E: andro’ a leggere Hamsun (quello di una poesia della Annino) e Roberto Bertoldo. Ci saranno degli spunti anche li’!

    Cari saluti a tutti

    Pietro

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  17. mi piacciono le dieci domande secche e come del resto era immaginabile le altrettante schiette risposte di Cristina, che pur diretta grintosa e chiara nell’essere e nell’esporsi come sempre, glissa su quelle che provocherebbero inutili discordie. e questo non per opportunismo o arguzia come si potrebbe pensare, ma perché Cristina non ama la litigiosità fine a se stessa, non le serve accrescersi sui limiti altrui;come pochi lei ama esistere e basta, agire con vera passione quello che le necessita. in quanto al tema della riconoscibilità(notorietà) il problema si fa serio e, ancora una volta Cristina ha ragione, si intreccia a filo doppio col mercato, le conoscenze, lo sgomitare. meglio , credo io, puntare sull’essere conosciuti da chi ti vuole veramente conoscere perché ti ha già intuito. via libera quindi alle pistolettate di Krauspenhaar!e un abbraccio a Cristina che sa fin troppo come la penso. silvana

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  18. Questione di vocazione, già.

    La Annino ha la parola circolare di un tempo e di uno spazio, un quadrato nel cerchio viene da pensare.

    Ammirati i lettori, ascoltano in lettura.

    Saluti (è sempre un po’ tardi!),

    G Dp

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  19. Cara Cristina, bellissime (come sempre, del resto, quando pensi e scrivi)le tue risposte a domande talora pro-vocatorie, ardue, un poco “galeotte”.
    Tu rispondi pacata, intensa, e pure pro-vocatoria: insomma, a mio parere stai – come si dice – “al gioco”. E’ come una pacata eppure vibrante, eccezionale “partita”, ma seria, seria-seria. Si leggono raramente interviste così!
    Grazie, e un abbraccio da Mariella

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