Il libretto rosso di Garibaldi

di Michele Lupo

Giuseppe Garibaldi, l’uomo che ammira la Comune di Parigi e che vorrebbe “l’istruzione obbligatoria, gratuita e laica”, è il protagonista di un “libro esortativo”: così i curatori definiscono Il libretto rosso di Garibaldi.

Non ha pretese filologiche infatti il piccolo volume curato dai fratelli Massimiliano e Pier Paolo Di Mino, ma quelli su cui poggia sono pur sempre documenti scritti di proprio pugno dal grande generale, “Eroe dei due mondi in un’epoca che ancora non conosceva fino al paradosso odierno quell’eterogenesi dei fini per cui il simbolo internazionalista del comandante Che Guevara conclude la sua vicenda in mano ad abilissimi uomini d’affari – basterebbe chiedere a Hollywood e alle fabbriche di magliette.

Un Garibaldi non dottrinario, poco sofisticato ma tutt’altro che buzzurro com’è piaciuto a molti di rappresentare, bistrattato da Karl Marx, è dunque l’autore di un regesto di lettere, proclami, documenti vari dai quali prendere le mosse per ritenerlo promotore di “un socialismo ideale, non ideologico”. Quest’uomo che obtorto collo non poté mancare di manifestare frustrata lealtà ai Savoia mugugnando e arrabbiandosi assai, sognò una patria socialista, scrivono i Di Mino, di sicuro anticlericale, certo non nazionalista come pretese di far credere la vulgata fascista: ossia un’Italia che non fosse solo unita e indipendente ma anche giusta, democratica. Del resto, scrive lo stesso Garibaldi alla direzione del Secolo di Genova il 20 dicembre 1880: “Il mio repubblicanesimo differisce da quello di Mazzini, essendo io socialista”.

La dichiarazione un suo peso specifico ce l’ha. “Classe benemerita” poi Garibaldi definisce in una lettera quella degli operai inglesi, più volte lo dice delle società operaie italiane, più volte invoca una fratellanza universale che non ha solide basi teorico-argomentative ma alcune semplici parole d’ordine alla quali Massimiliano e Pier Paolo Di Mino riconoscono una podestà sincera ed esemplare: “Lavoro, patria, libertà”, in virtù della quale i servi hanno il dovere, più che il diritto, di abbattere i tiranni.

I fratelli Di Mino proseguono una loro linea mitologica, interessata più al possibile che ai dati oggettivi della storia. Come in Fiume di Tenebra, il precedente romanzo dedicato all’esperienza dei Legionari di D’Annunzio, si privilegiava un’esegesi in positivo di una vicenda non priva di contraddizioni, così in questa prova le stesse vengono risolte nel segno di una lettura che intanto ricorda quanto si sia lavorato per “demitizzare” Garibaldi, che intanto ricorda come alla tarda nobiltà italica e alla sua storica alleata, Santa Romana Chiesa, sia convenuto innervare l’immaginario dei sudditi della penisola con un’immagine banditesca del generale; ma che prima di tutto sottolinea in lui gli aspetti eroici, uno dei pochi segni epici della nostra storia, quella che per i due curatori del libretto dovrebbe nutrirsi più di questi esempi che della lettura convenzionale di un popolo cinico e sentimentale, truffaldino e approssimativo etc…

Ora, il problema ad avviso di chi scrive non è tanto in quella lettura in sé, quanto l’utilizzarla per accettare lo status quo. Ben peggiore è la visione, quella sì omologa al suo oggetto, degli “italiani brava gente”, il mito senza ragione rischiando sempre derive fascistoidi. La giusta dose di razionalismo non impedisce l’esercizio della volontà: a meno di pensare che Gramsci non valga Garibaldi.

* * *

Brani de Il libretto rosso di Garibaldi

Ai Deputati delle Associazioni Operaie Italiane.
Caprera, 30 marzo 1861.

I rappresentanti delle Associazioni Operaie Italiane si sono presentati a me, in questa solitudine, per offrirmi un cenno di simpatia a nome del ceto robusto e laborioso del popolo. Evento più girato al mio cuore non poteva aspettarmi, perch’io conto sempre sull’incallita destra degli uomini della mia condizione, per la redenzione sacrosanta di questa terra, e non sulle fallaci promesse dei raggiratori politici.
Salute e fratellanza.

*

Ad Alessandro Hertzen, Londra.
Torino, 14 aprile 1861.

Mio caro Hertzen,
Non è molto tempo che la parola di emancipazione dei servi in Russia fu salutata in Europa con ammirazione e riconoscenza.
Il principe iniziatore di questa grand’opera si pose per quel solo fatto dalla parte dei più illustri benefattori dell’umanità. Oggi, lo dico con dolore, l’opera di beneficenza fu insozzata dal sangue sparso d’una popolazione innocente.
E’ dovere di coloro che applaudono al beneficio, il gettare una voce di maledizione sulla consumazione del più detestabile dei delitti. Il vostro giornale, giustamente apprezzato in questo grande impero, porti una parola di simpatia della nazione Italiana alla sventurata ed eroica Polonia, una parola di gratitudine ai prodi dell’esercito Russo che, come Popoff, spezzarono le loro spade anziché tuffarle nel sangue del Popolo, ed un grido di riprovazione delle nazioni sorelle d’Europa contro gli autori dell’orrenda carneficina.

*

Agli Operai della Francia.
Caprera, 1° ottobre 1861.

Grazie, nobili figli del lavoro e della produzione. Grazie per le vostre generose parole di simpatia e di fratellanza. Oh, noi lo sappiamo bene che i vostri voti per l’Italia sono sinceri e disinteressati oggi, come lo erano quando voi acclamavate il vostro bravo esercito, che marciava in nostro soccorso contro l’oppressore.
Noi sappiamo bene che il vostro cuore ha palpitato di gioia alla vittoria del popolo contro il tiranno e che se le nostre file non furono aumentate dalla moltitudine dei vostri coraggiosi compatrioti, ciò avvenne per quella fatalità che pesa sulla maggior parte delle nazioni d’Europa e che le divide e le separa, mentre esse tendono per la via naturale del progresso a riunirsi e confondersi in una sola famiglia. (…)
Sì, le nazioni vogliono intendersi, e vogliono la fratellanza di tutti ; i despoti non la vogliono. Legge sacra, irrevocabile emanazione divina del Cristo, essa è nella coscienza di tutto il mondo:essa è in cima delle aspirazioni delle razze sofferenti; e l’ipocrito egoismo delle false grandezze mondane la soffoca sotto la sua cappa di piombo e suscita colla menzogna e la corruzione tutti gli ostacoli che si oppongono al suo compimento.
Noi domandiamo lavoro, pane e l’amore scambievole.

*

Alla Società degli Operai, Brescia.
Caprera, 24 gennaio 1862.

Amici,
Accetto con sentita gratitudine il titolo di presidente onorario offertomi con tanta spontaneità e lusinghiere espressioni d’affetto.
Sono orgoglioso di questo titolo che mi congiunge vieppiù, a que’ valorosi figli del popolo Bresciano, i quali con fermezza e valore ammirabile pugnarono per la nostra santa causa, e sono pronti a fare altrettanto al primo appello della patria.
Gradite i sensi della distinta stima ed affetto dal
Vostro

*

Alla Società degli Operai, Asti.
Pisa, 14 novembre 1862.

Egregio Signore,
Apprezzo assai l’onore conferitomi da cotesta Società coll’acclamarmi a suo socio. Le società operaie molto hanno giovato all’Italia,moltissimo devono giovare per l’avvenire; il lavoro è virtù; il lavoro è libertà; benedetti coloro che lavorano!
Mi rincresce che la mia salute non mi permetta di trovarmi in mezzo a voi per l’inaugurazione a Vittorio Alfieri. Siate superbi di un sì grande concittadino. Ricordate che egli ha insegnato agli Italiani: Di non fidare sulli stranieri quando si tratti della salute della patria. Essere il pontificato il maggior nemico d’Italia. Potere solo la libertà fare grande e florido un popolo.
Sarà fortuna per me il potere un giorno visitare la vostra città così nobile, per memorie antiche e moderne.
Abbiatevi tutti un affettuoso saluto.

*

Alla Società Operaia, Genova.
Caprera, 16 settembre 1863.

Miei buoni amici,
Non sono nato alle pubbliche assemblee; ma se v’è radunanza alla quale ami trovarmi, è quella degli operai. In mezzo a quei semplici cuori, io mi sento in famiglia.
Per questo lascio a voi, amici miei, l’intendere quanto mi costi il non poter accorrere alla vostra chiamata.
Posso però esser con voi col cuore e collo spirito, e propiziare co’ miei auguri al vostro Congresso. Se volete un mio consiglio, eccovelo: Lasciatele vane questioni di parole; ma pensate che l’uomo non si dimezza, e che tutti, senza eccezione, abbiamo gli stessi doveri verso noi, verso la patria e verso l’umanità. Siamo tutti operai della giustizia; ma, sappiatelo, essa non trionfa se l’uomo non è libero, in terra libera.
Lavoro, Patria, Libertà; – ecco il programma vostro, o operai, e di tutti gli uomini che non credono creato il mondo per satollare la loro ingordigia e la loro ambizione.
Accettate, onesti figli del lavoro, un saluto affettuoso
dal vostro per la vita

*

All’ illustre Russo Alessandro Hertzen.
Caprera, 23 dicembre 1863.

Caro amico.
Ho ricevuto la vostra preziosa lettera; essa è per me un documento. Sì, caro Hertzen, io vi credo, e so che la nazione Russa è infelice, ed ha alte tendenze, al pari delle altre nazioni, e che non è colpevole degli orrori di Varsavia e di Vilna. So che nelle vostre contrade s’agita lo spirito della libertà e dell’avvenire, eso i nomi di molti ufficiali russi i quali, al mestiere di carnefici (Iella Polonia, preferirono la Siberia o la morte. I santi nomi di Popoff e di Arnhold non si cancelleranno mai dalla mia memoria: saranno registrati dalla storia insieme ai nomi dei martiri loro commilitoni.
Mi sembra però che la Polonia, ove il Governo Busso flagella le donne e appicca gli adolescenti, dovrebbe destare la compassione del popolo russo, almeno in quella più nobile parte del medesimo alla quale voi appartenete, e provocare, meglio che non a parole, una protesta solenne. Il despotismo ha saputo sempre, per i suoi fini, profittare dei pregiudizi del nazionalismo e della religione; se n’è valso per trasformare in odio la naturale alleanza dei popoli. Allorché il sangue scorre, i più forti devono, se non altro, almeno un po’ dì pietà ai deboli. Ditelo ai Russi, e io dirò alla nobiltà polacca  – Date la terra ai contadini; – dirò alla nazione Polacca: – Cessate dall’imprimere alla vostra eroica lotta un carattere religioso che non è dei nostri tempi, che allontana da voi le simpatie degli amici della libertà, e provoca sanguinose reazioni.

*

Alla Società Operala – Viareggio.
Caprera, 16 maggio 1864.

Operai fratelli,
Nessuna cosa giunge più cara al mio cuore di quella che mi viene da voi, o assidui figli del lavoro. Quando Iddio disse al primo padre dei viventi: – tu mangerai il pane col sudore della fronte – egli allora creò la religione dell’umanità, il lavoro. Che se l’antichità romana ha detto: – l’ozio essere il padre de’ vizi – ha inteso dire al tempo stesso: – il lavoro essere il padre di ogni virtù -; laonde io penso, che chi non lavora è da tenersi che mangi il pane non nelle benedizioni del Signore.
Ora non mi resta che ringraziarvi dell’onore che mi avete compartito, nell’avermi nominato a preside onorario di cotesta vostra Società Operaia, e dirvi che potete contare su di me, come io
conto su di voi.
Vi stringo a tutti la mano.

*

San Fiorano, 4 maggio 1867.

Fratelli,
Accetto con gratitudine l’onore che mi fate nel volermi presidente onorario della vostra associazione.
Egli è un fatto consolantissimo, in mezzo alle tante sciagure che ci circondano, quello di vedere che lo spirito d’associazione va sempre più crescendo in Italia e specialmente nell’elemento dell’operaio.
Gli operai italiani facciano alla loro volta quello che vanno oggi facendo gli operai inglesi, i quali si schierano e si coordinano costituendosi in lega. Una Lega operaia italiana si costituisca e dia la mano alla Lega operaia inglese; e su larga scala gli operai tutti di Italia imitino l’atto generoso e fraterno degli operai di Parigi agli operai di Berlino. Si lavori alacremente a cementare l’elemento operaio delle diverse nazioni sorelle in una Lega operaia universale, ed alle subdole arti della diplomazia e delle false alleanze e dei congressi buonaparteschi, potrebbero gli operai uniti opporre la vera democrazia, l’alleanza della Lega operaia, i Congressi operai universali; in una parola, alla depressione apporre l’educazione, perché è l’educazione che scioglierà il gran problema che si agita nel nostro secolo, l’emancipazione. Essa, l’educazione, ai prepotenti della terra, in cocolla o senza, dirà col Giusti: Cessi il mercato reo, cessi la frode.
E sì in politica come in religione volendo davvero il popolo, la mercè, l’educazione, che è il frutto dell’associazione cesseranno una volta per sempre l’uno e l’altra dal martoriare l’umanità, la quale camminerà tranquilla verso la sua meta di perfezionamento progressivo, morale e materiale a cui è destinata.
Ora vi stringo con affetto la incallita destra e sono
Vostro

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