Antonio PIBIRI “Il mondo che rimane”

Sul raccordo

Il sesso è una continua interruzione
Cesare Viviani

non svegliar l’uomo che vola
nel vento che non fa una piaga.
solo osservalo in sezione.

ché la pista d’atterraggio s’intravvede.
di già scende, perde quota.

o si riprende sul tuo corpo
aperto tra lenzuola
il suo miraggio.

*

Tabellina dell’io

domino e regno perché plurioculare
ricalco i confini bagnati dell’isola.

dal centro alto m’irraggio
come stella a torcicollo.

regno e domino dalla rocca
ferita al fianco da un solo loculo.

tengo la conta demografica:
secondo soltanto allo zero.

il mio è Stato sovrano,
mio indivisibile numero.

*

La casa dei fantasmi

In casa tra lenzuoli appesi ai crucci
tutto ciò che uccido prima o poi
torna a rivivere mio malgrado.
così vuole, così
voglio?
scopro di non avere potere di morte,
pollice verso, che non confligga
col suo contrario.
né altro altro potere
se non l’oblio della piaga,
l’oblio del nemico che amichevolmente
mi rende la spada.

*

non posso ascoltarti

da questa ribalta di luce,
facce da una secrezione,
e villose dune come bestie
esauste.
per un attimo vivrei nell’imminenza
dell’acqua che scorre via,
neve di commozione.

una musica si stacca da terra.
il trenino prende a salire
per la curva dei monti
su e giù, fa scalo dove poggia
la matita del bimbo.

*

la formica è un centauro
nel suo mondo di draghi
Ezra Pound

mi parli al telefono con la spina
di pesce in gola, o l’affilato osso di pollo.
mi dici che la sabbia si solleva
e prende forme che poi non mantiene.
cade a tappeto e tu la segui
confondendoti nella minuta grana.
in quel franare cerchi
il tuo minuscolo gemello.

*

Romanzo

sei ai piedi di una centrale eolica
gli occhi scalano le torri fino alle pale
e nel campo vicino un bracciante
sistema con cura uva sulle stuoie.
io ti capisco sai, così distante
pensi al tuo cavallo, il drago,
la damigella.

*

Il mondo che rimane

la vista un ristretto di alterni focolai,
calcestruzzi senza sciacquiettio.
un uovo sodo vuoto tant’è pieno
e senza becco
                             che muova.

fuori allo scoperto la giravolta dei fiori,
bella grafia delle primissime volontà.
la strada per terra riapre
al mondo che rimane.

*

Lasciti (proprietà dell’autore)

credo nella resurrezione dei corpi.

troppi ne ho visti uscire da inferni
privati o collettivi, alcuni più cattivi,
deformi lamiere, forse orchi.

altri rinati, ma pochi come dita.
tutt’al più lasciano ai posteri
qualche oscuro canto
a sinistra in colonna.

*

Antonio PIBIRI
Il mondo che rimane
Lampi di stampa (Milano, 2010)

*

Antonio Pibiri è nato a Sassari e risiede ad Alghero. Il mondo che rimane è il suo secondo libro di poesia dopo Di quinta in Quinta (Magnum editore – Sassari, 2007)

*

Postfazione di Antonio Fiori


Una poesia, quella di Antonio Pibiri, con tratti sicuramente orfici, eppure capace di versi lucidissimi, una scrittura di rivisitazione del sogno, che attinge spesso dal magma dell’inconscio ma che mai rinuncia al raziocinio, a un tentativo estremo di decodificazione, al giudizio del “tribunale della mia scrivania”. Il poeta si assicura un contatto con l’esterno attraverso gli eserghi, le dediche, le allusioni letterarie ma poi affronta il suo viaggio singolare e visionario. Né può dirsi che lo sguardo sia solo interiore: natura e manufatti, incontri e sentimenti, sono spesso al centro dell’attenzione, risolti però in una sorta di trasfigurazione, anche attraverso il meccanismo del capovolgimento e dell’ironia (“qualcuno cambia i fiori all’acqua”, “madonne che piangono dal ridere”). Nella prima sezione della raccolta l’autore si confronta con le dinamiche più profonde e sfuggenti della comunicazione interpersonale, registra “l’enigma dell’altro”, l’impossibilità di comprendersi interamente (“oh se un Angelo mi fermasse in tempo/per offrirmi ragguagli, per dirmi”). Di questo la poesia è testimone, ma anche costante e inappagabile investigatrice. Attraverso l’alter ego e l’immaginazione cerca poi nuovi indizi, altre risposte. La seconda, “Il mondo che rimane”, sfuma nel rapporto confuso e problematico con la realtà esterna, gli oggetti e la natura. Il poeta insomma muove dall’enigma dell’altro verso l’enigma del mondo: “la strada per terra riapre al mondo che rimane”. Anche se la parola non è la cosa – e anziché avvicinarci alla verità spesso ce ne allontana – essa è strumento irrinunciabile e la chiaroveggenza resta, per Pibiri, una legittima aspirazione: “serve un’altra ugola, un’altra voce”.
I testi sono attraversati da plurime tensioni: il contenimento dei significati apparenti (ottenuto con l’accostamento di aggettivi improbabili), la necessità che la musica d’una rima non snaturi la vocazione antilirica dei testi, il pericolo del nonsense, in questi casi, sempre in agguato. Al tendersi di queste corde la poesia si anima, trova la su fisionomia – o magari la via d’uscita dall’impasse provocato dal suo stesso oggetto (“giuro che ogni ponte mi è d’ostacolo/…/forse meglio senza, procedere nei vuoti/coi piedi che formicolano indizi”). Ma Pibiri sa bene che non riuscirà a sciogliere il nodo, che la poesia è e rimarrà sempre solo ricerca, anelito, preghiera.

16 pensieri su “Antonio PIBIRI “Il mondo che rimane”

  1. lambertibocconi

    Giovanni Nuscis, mi hai battuto sul tempo! Volevo postarlo io… Siete amici? Antonio è un mio gemello d’anima. 🙂

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  2. Giovanni Nuscis

    Ne sono contento Anna. Di Nello Pibiri apprezzo da anni la poesia non meno della persona: seria, appassionata, un lettore onnivoro come pochi. Una scrittura, la sua, in cui musica, forza e sintesi visionaria e introspettiva, gioco ed ironia dentro la lingua, portano a esiti di indubbia qualità (“credo nella resurrezione dei corpi.//troppi ne ho visti uscire da inferni/privati o collettivi, alcuni più cattivi,/deformi lamiere, forse orchi.”)

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  3. Antonio Fiori

    Scusate se s’affaccia un altro Antonio 🙂
    Devo un grazie a Giovanni per la valorizzazione di questa poesia. Nella postfazione ho cercato di tratteggiare una scrittura fortemente caratterizzata ma anche pienamente inserita nel macrotesto di riferimento (Rosselli, Viviani, Pound, Rilke, la stessa Margherita Rimi, cui è dedicata la silloge).
    Un caro saluto a tutti, in particolare alla ‘gemella’ Lamberti Bocconi
    Antonio

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  4. Giuliana

    Antonio Fiori nella postfazione scrive: “la parola non è la cosa – e anziché avvicinarci alla verità spesso ce ne allontana”, credo che questa sia la sintesi perfetta per descrivere la poetica di Nello. E credo che la sua poesia abbia sempre questa meta, attraverso l’allontanamento dalla verità con cui il poeta sposta il nostro sguardo all’indietro, riesce a darci una migliore visione d’insieme.
    Giuliana

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  5. Antonio Pibiri

    Curiosissimo e molto bello: che muore al posto di:che rimane. Non un refuso, ma un lapsus calami(lapsus in fabula), mai casuale ma sempre iscritto nel misterioso circuito causalistico della mente;bello perchè: è il lapsus che rivela e dunque a volte Ricrea, proprio come in certi “gesti creativi” nella Scrittura e ri-scrittura:)

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  6. antonio pibiri

    Ringrazio di cuore Giovanni Nuscis per l’ospitalità e lo spazio dedicatomi nel Collettivo. Sono contento di aver incontrato la mia gemella:), di sangue puro Rosselliano. Di Anna Lamberti sto scoprendo le sue “penne motrici”, tante al suo arco, che spingono con vigoria la sua poetica. Credo che il terzo millennio la poesia migliore sarà quella femminile(come in parte anche nel secolo appena trascorso) per una maggiore capacità di integrare corpo/anima/intelletto. Non a torto Jung considerava il Sé:androgino, al suo più alto stadio di individuazione.
    ma questo è un mio punto di vista personale.
    Grazie ancora.

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  7. loredana bogliun

    Ciao Antonio, sono entrata per caso nel tuo post, attratta da alcuni versi. Belli. Anch’io “… ricalco i confini bagnati dell’isola … mio indivisibile numero”.Se la poesia è anche dialogo tra persone anonime che si leggono a computer, allora questa volta … abbiamo parlato come sembra sia ovvio fare in poesia, cogliendo nel verso la preziosa verità del dire.

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  8. antonio pibiri

    Grazie Loredana.Gli incontri casuali sono forse i più belli. Sai, quel testo è nato da un sogno notturno, poi elaborato letterariamente, ma un sogno di solitudine, anzi no, di “Isolamento” che è altra cosa.L’isolamento che si rischia quando a furia di scavare tricee, disporre campi minati attorno e ritagliare i confini dell’isola che in fondo siamo, ci si chiude al mostro meraviglioso e tremendo della Vita. La Tabellina in quel caso non può essere un moltiplicatore di forze e intensità, ma, ahimè, il suo inverso, il suo contrario:)

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  9. loredana bogliun

    Ciao. Grazie per la risposta.
    Chissà forse siamo tutti impantanati nel nostro sogno di isolamento alla ricerca di chissà quali rivelazioni. Eppure anche la tua poesia non si cela alla speranza della vita. E’ intrigante questa cosa, e cioè leggere nei tuoi versi la tensione che si crea per la rovinosa sconfitta dell’ essere umano messo difronte ai suoi limiti e l’imprescindibile meravigliosa meraviglia della vita che ti prende nelle sue piccole cose.
    Io sono sempre contenta di leggere poesie che si animano di questo tipo di vitalità.

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  10. Carmelo Pirrera

    Concordo con la “preziosa verità del dire”. La poesia è anch’essa una strada dove ci si avventura e ci si perde. Sarà la parola il bastone del rabdomante? Troveremo mai acqua per questa sete sempre risorgente? Belle le poesie di Antonio e lo ringrazio per aver favorito quest’incontro coi suoi e con altri pensieri. Cordialmente

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  11. Loredana Bogliun

    Concordo, la poesia dove ci si perde, ma dove comunque si finisce per ritrovare la comune sorgente dell’acqua pura. A volte basta una farfalla, la elle di luna, per ricalcare i confini bagnati delle infinite isole indivisibili.

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  12. Carmelo Pirrera

    Grazie. Ma a volte ci si perde soltanto e la elle di luna non basta più, né la luna. Le isole sono e restano isole e noi, noi che eravamo anima e parola, anche noi isole.

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