41. Città

da qui

Il cespuglio di lentisco è una specie di fungo atomico, con le foglie che deflagrano in una nuvola di verde chiaro e scuro, a seconda che la luce batta direttamente o si insinui nelle pieghe nascoste di cui si scorge poco o nulla, come dell’altra esplosione in atto oltre la pianta, quella di Medardo e Viola avvinghiati come rami intricati, mentre l’odore della resina si mescola all’odore dei corpi, lo stridio degli arbusti e il franare del terriccio al respiro affannoso degli amanti. Simone Vangelis si accosta lentamente, attratto da un filo d’erba che sembra sospeso sopra il nulla, libero dalla gravità consueta, come un fermo immagine: infilata in tasca la pistola, lo coglie perplesso, cercando di decifrare il fenomeno inspiegabile. Poi scosta leggermente foglie e rami e intravede la pelle bianca di Viola – un braccio, una natica, una gamba? -: anche lì c’è un filo verde che penzola e rimbalza, assecondando il moto dei corpi che si stringono. Perché questi segni? si chiede Vangelis, afferrando il filo con difficoltà. Ora li ha entrambi fra le mani: li gira e rigira come fossero reperti di un mondo sconosciuto in cerca di un contatto con la sua mente disturbata; cosa gli annuncia quel segnale di leggerezza imprevista, ora che tutto è pesante, gravoso, insopportabile? Si affaccia un pensiero, il ricordo di un libro dell’adolescenza che parlava di città leggere come l’aria, inconsistenti come il sogno, strutture diafane da attraversare senza aprire o chiudere porte, inodori, al contrario dell’atmosfera densa di resina e umori corporali che gli aggredisce le narici; città che gli venivano incontro ognuna con un tratto speciale, un segno di riconoscimento; Ersilia, per esempio, in cui ciascuna relazione diventa filo tenue, teso fra persona e persona, situazione e situazione; fili che s’intrecciano e moltiplicano fino a saturare ogni nicchia e angolo e buco: quando questo accade, gli abitanti emigrano in un altro territorio, riprendono a tessere fili sempre nuovi e sempre uguali. Simone si guarda tra le mani: la storia, pensa, il racconto, sono un grumo di fili che si espande, finché diventa una matassa talmente ingarbugliata da costringere a lasciare tutto e cominciare da una nuova trama.

15 pensieri su “41. Città

  1. Simone Vangelis anche tu hai letto “Le città invisibili”, quindi sai che “tutti quei luoghi, frutto dell’ immaginazione, raccontano la simultanea molteplicità di un mondo che ci illudiamo di conoscere e controllare per intero, mentre ci sfugge da tutte le parti, alimentando frustrazione e smarrimento. E’ come se fossimo chiamati a un compito che non riusciamo ad assolvere.”
    Per questo è molto importante cogliere i segni che si presentano davanti ai nostri occhi, come “fili d’erba sospesi sul nulla”, apparentemente insignificanti, ma determinanti per fare le scelte giuste, come questa di non sparare sui due amanti 🙂

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  2. Vangelis ha nostalgia di un ricordo dove tutto deve ancora succedere, germogliare, ascoltare, tendere l’orecchio ovunque , per non perdere qualche soffio che lo faccia volare.
    Il filo d’erba le ricorda forze, che la vita se lasciata libera si arrampica su qualsiasi cosa trovi intorno a sè raggiungendo la cima di un albero , e poi si alunga su quello vicino e poi su quello vicino ancora e cosi facendo tesse un merletto con cui avvolge il cielo, lasciando anmirare questo tessuto tra olmi e i salici, come Medardo e Viola che avvinghiati come un doppio loto diventano le due metà di un unico essere.
    Un abbraccio.

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  3. A me questo Vangelis sta proprio antipatico 🙂 ma ho amato molto le invisibili, impalpabili, inafferrabili città’, sogni che riuscivo a sognare sebbene non fossero miei … Forse anche lui sta sognando sogni non suoi, forse sta vivendo una vita non sua, forse quel filo d’erba lo riporterà a casa, o forse sara’ la goccia che stralunerà definitivamente la sua mente trasognata e che lo smarrirà in un labirinto senza ritorno…
    Vedremo nelle svolte, svirgole e deviazioni del racconto che ne sara’ di questo strano personaggio 🙂

    Un abbraccio, fabry

    F@R
    In

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  4. Forse Simone sta soltanto cercando i fili, vecchi e nuovi, per riuscire a tessere la trama del suo racconto e della sua vita.
    Barbara

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  5. Un groviglio di idee che si affollano disordinate: quante domande, quanti perché ai quali cerchiamo sempre e comunque una risposta, quanti pensieri che si intrecciano in una rete non più in grado di contenerli tutti…
    Che confusione e quanto rumore!!!
    Un po’ di silenzio, per ascoltare il cuore: sa regalarci tanto di quell’azzurro che spesso ci circonda, ma del quale, a volte, non riusciamo a goderne.

    … E poi un po’ più di leggerezza! Prendiamo esempio dai gatti…..
    Un abbraccio Don!

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  6. Dopo questi bei commenti mi risulta difficile scrivere qualcosa, dovrei scegliere la via del silenzio ma non senza autoironia mi dico: sembra facile chiudermi la bocca, togliermi la penna o qualsiasi altro mezzo per comunicare!

    Per una strana congettura del mio cervello che non saprei spiegare, questi fili d’erba mi rimandano a fiori e piante che Cesare non sa nominare. Due personaggi “guastafeste” in questo romanzo, due “Pierino” che non sanno far altro che intromettersi a cambiare il senso della storia. In fondo la vita è così, c’è sempre l’imprevisto a cambiare le carte in tavola, carte come fili d’erba che si mescolano, aggrovigliano, distendono e poi rimescolano un po’ come Medardo e Viola, che sia questa la via per dare ordine al caos? La retta via?
    Una canzone per bambini dice: tanti fili d’erba fanno un prato, così come tante gocce fanno il mare. Siamo tutti appesi a un filo sul mare delle nostre paure, quell’imprevisto che sconvolge la nostra calma piatta quotidiana dando un senso al vivere, sapore alle cose, contatto con ciò che è vero: la vita e la consapevolezza di viverla fino in fondo come Medardo e Viola, con partecipazione e passione, attimo per attimo incurante del programma di domani. E speriamo che Simone si aggrappi al filo della sua coscienza malata per ritrovarne la retta via.
    SM

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  7. “Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia…Ti saluto…e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte”
    -Tiziano Terzani ad Oriana Fallaci –

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  8. Stavolta l’autore si e’ un po’ troppo aggrovigliato su se stesso, come Medardo e Viola. Saro’ una voce fuori dal coro, ma questa pagina non mi e’ piaciuta.
    Mi spiace, Cesare, ma fattene una ragione: e’ soltanto la mia opinione personale; gli altri ti esaltano come sempre 😉

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  9. Povero Cesare, che c’entra?

    ………

    Perché questi segni?

    E’ proprio vero: saper cogliere e interpretare i segni, quelli macroscopici e quelli infinitesimi, questo fa la differenza!!!! 🙂

    Ciao!

    Claudia

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  10. E’ la città-mondo, paradigma di un vivere solitario e pure connesso con tanti altri, in storie che si possono avvolgere e riagganciare in qualsiasi momento, perchè sono storie del noi e del sè, dei monologhi col silenzio, e del chiacchiericcio inutile e confuso. Com’è il nostro mondo di cartapesta che abbiamo voluto così, di cui non restano che nebbie tossiche,melma,sostanze tossiche, bolle di superfetazione speculativa.,rivoluzioni senza progetti, giri a vuoto del pensiero, che qualcuno vorrebbe ordinato, esplicativo, per pensare. Cominciamo a riflettere su un Occidente di cartapesta, pronto a distruggersi, e che non ha più teste pensanti. Non ha solidarietà, collettività, avanguardie, egemonie di idee, elaborazione ricerca di un progetto in cui tutti Noi poter convivere. In cui far nascere un germoglio e forse un bambino, o un gatto felice. Dalla melma tossica che vogliamo costruirci non nasce niente. E le storie si disperdono. Le voci umane non torneranno a noi in eco lontana,diacronica e sincronica. Avete visto la solitudine di qualla donna che cercava nel fango…?

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