Libia – di Franz Krauspenhaar

E’ questa verde e marcia Jamahirya
la Libia dei miei anni verdi che lascia
la torre, mi sento come allora
scusante e scusato, impegnato
nella morte d’ogni giovinezza.

Libia ti ho vista scendendo, a Tripoli,
l’aeroporto di quell’86, e per strade
lungo il mio sogno arabo. Ho amato
te per la tua gente, non per il sole
affogato nei pensieri. E Bengasi
la settimana dopo, e rovistando
tra carcasse d’auto, e petrolio
abbandonato. Libia, ti differii
da ogni cosa, eri un mondo a sale
e sabbia, di coraggio e resistere.
Lo sentivi, scarrozzando rude
sulla Toyota che le verdi bandiere
sventolavano morte, stramorte.

Ma c’era il silenzio del contagio
del colonnello immane, perduto
in sè, borioso e shakespeariano.
Libia, tornai via da te col senso
di un sangue in bocca ch’era d’altri,
che pregustavo male, a bocca storta.

4 pensieri su “Libia – di Franz Krauspenhaar

  1. ma caro Franz, ti piace la poesia, da un pezzo la percorri…ti è come secondo pedale…
    pure la poesia reportage, ma con note belle e metriche.
    Maria Pia Q

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  2. …e che soprattutto “fotografa” quel sentire ambivalente in molta parte dei più avveduti tra chi osserva “con gli occhi dell’occidente” – quanto a distinzione tra posizionamento geografico, popolo e “personaggio dittatore” . Ad ogni modo, caro Franz, insisti con forza sulla “corda poetica”, corda “pazza” e creativa.

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