“In una città atta agli eroi e ai suicidi”, di Giampiero Mughini

Recensione di Alberto Pezzini

Giampiero Mughini ha scritto una frase destinata a restare dentro la testa di tutti coloro che vivono dentro la letteratura:se uno che scrive non si caccia nei guai, che razza di scrittore è? L’ha scritta intorno ad un uomo che – per la malattia della scrittura – ha vissuto ad intermittenza. Lui è Italo Svevo, ed è il protagonista di In una città atta agli eroi e ai suicidi (Bompiani, pagg. 160, euro 15,00), una vita da eroe scritta da Giampiero Mughini, con la lente del bibliofilo impenitente dotato però di un orecchio superiore. A dire il vero sembra quasi che tra i due ci sia stato un transfert. Mughini scrive quasi con lo stesso imprinting di Svevo (!), nel senso che adopera una lingua sbrigliata, senza paura di farla crepitare in libertà.
E ne racconta una vita, a Trieste, città dove confessa di essere stato quattro o cinque volte in tutto, e dove una sera amorosa “non c’era una persona, non una voce, non un rumore. Solo una sorta di fruscio. Un frusciare come di anime che non si davano pace, almeno così a me parve”. Svevo è stato forse lo scrittore più incompreso di tutta la nostra letteratura. Trafitto dai critici (quasi una questione privata definirlo uno scrittore dotato di uno stile avventizio, tipico di chi legge soltanto i giornali), rifiutato dai lettori che lo accoglievano sempre in modo gelido (e stolido), Svevo possedette due handicap funzionali capaci di limitarlo in modo sensibile.
Il primo. Fu troppo in anticipo. Era uomo abituato a viaggiare, prima di tutto. Dopo aver lavorato come impiegato in una banca si decise ed entrò nella ditta del suocero che commerciava in vernici sottomarine: Svevo ricorda di quando – a Londra – in una stanza minuscola si trovò davanti una sola sedia e un uomo ad attenderlo con le gambe incrociate sul tavolo. Costui gli rivolse alcune domande esplorative e poi se ne andò annunciandogli che da lì in avanti la sua ditta sarebbe stata le fornitrice della marina britannica. Viaggiava in continuazione per lavoro, per meritarsi la ricchezza della moglie anche di fronte agli occhi del suocero, e quindi divenne ben presto preda di ciò che gli italiani avrebbero soltanto fiutato trent’anni dopo. Il modernismo, ossia quella sensibilità per la psicanalisi e la vita “inetta” che prima non si immaginavano. Se non pallidamente. Non a caso Mughini indica quel libro edito da Feltrinelli nel 1971, Sessanta posizioni, scritto da Alberto Arbasino dove mai una volta Svevo viene espressamente citato dentro un medaglione su misura, a differenza di altri autori. Peccato che l’intero libro ne risulti impressionato come da un’anima carsica, e che alla fine anche Arbasino non riesca più a tenersi quel sentimento che sopravanza addirittura la sua perfidia critica, tanto da incenerire Simone De Beauvoir con l’affermazione per cui uno dei contratti firmati in giro per l’Europa da Ettore Schmitz (alias Svevo), valeva mille volte in più di tanti libri impegnati di certa letteratura fiorita negli anni Cinquanta.
Il secondo. Gli spagnoli possiedono una parola specifica per indicare quel luogo dove il toro – quando scende nell’arena – individua ed in cui si sente più sicuro. Perché anche lui ha paura degli uomini. Si chiama querencia, e richiama – come dice Piero Ottone in un libro ormai scomparso ma non trascolorato, L’aliseo portoghese (Longanesi, 1989) – una ricerca, il desiderare, dal latino quaero. In quella zona, in quell’area off limits per gli altri, si rinchiudeva Svevo, a cercare un’ombra che in realtà avrebbe voluto sgominata dal sole dei lettori.
Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz) era un maledetto, volontario prigioniero della letteratura. Quasi un ostaggio di pietra, un inetto che non sapesse che fare con lei. E maledetto perché la letteratura non lo lascerà mai vivere in pace se non nel tormento, anche quando gli farà dire di averla abbandonata dopo l’insuccesso urticante di Senilità, quello che più di tutti lo aveva fatto deragliare da un certo sistema di vita. Gli anni dei suoi libri, da Una vita (1892) a Senilità (1898) e fino a La Coscienza di Zeno (che è del 1923), saranno tremendi per lui. Il silenzio della critica e il respiro gelido dei lettori lo spingeranno ad abbandonare la letteratura, per il violino, per esempio. La distanza tra Senilità e la Coscienza (almeno vent’anni buoni) fa capire come si sia trattato di una morte apparente e come quel coma letargico (soltanto superficiale) gli abbia giovato e abbia fruttificato. Tanto che Joyce affermerà come la Coscienza fosse il migliore dei suoi romanzi, forse quello dove si staglia anche l’ombra pervasiva di un Freud che anche Svevo tradusse (Una sintesi de Il senso dei sogni, da cui rimarrà in qualche modo “invaso”). Svevo non riuscirà mai ad abbandonare la scrittura, anche se vi si dedicherà in segreto, come un autore notturno o della domenica. Egli era un uomo molto diviso. Tra una moglie bella e ricca, di cui era morbosamente geloso (il carteggio con quest’ultima rivela certe accuse quasi velenose come alcune vernici di cui sapeva anche il sapore), e un lavoro (il commercio, appunto) dove ciò che contava era soltanto il risultato economico. Svevo è l’emblema di un mondo dove I Buddenbrook erano la moneta corrente. D’altro canto anche l’uomo era diviso al suo interno. Era cresciuto al collegio della lingua tedesca dove il padre l’aveva mandato, e non si era mai pentito di quella lingua così protocollare e incredibilmente adatta ai commerci. Non aveva mai voluto abdicare veramente alla sua anima tedesca: si era scelto apposta lo pseudonimo di Svevo. Poi c’era il triestino, una lingua anch’essa dove si incrociavano mondi interi, come incrociatori tutti diversi, portatori di onde imponenti. E le onde, si sa, anche quelle mosse dagli incrociatori, vivono poi da sole e muoiono soltanto quando si frangono contro gli scogli. Certo, su Svevo e sulla sua mancata riuscita letteraria in vita, peserà per sempre quell’accusa stolida e cieca di scrivere male. Mughini lo dice bene: furono pedanti tutti, e bendati. Quando Joyce disse a Prezzolini che in Italia c’era un grande prosatore moderno siamo intorno al 1925. I due si erano conosciuti a Trieste, dove Svevo prendeva lezioni da Joyce per imparare quell’inglese in cui aveva delle difficoltà. Ne nacque un’amicizia delicata ma fondamentale. Joyce, più giovane e senza una lira, aveva letto The Dead (il più impattante racconto dei Dubliners) ai due coniugi Svevo, i quali rimasero impietriti per tanta bellezza. In quel momento Svevo gli confessò che, insomma, sì, ecco, anche lui aveva scritto qualcosa. Da quella ritrosia venne fuori che Joyce lesse i suoi libri e rimase bruciato dalla loro modernità e da quella lingua così vitale, nuova, legata alla vita e al suo flusso interiore così ben reso alla luce del sole. C’è da pensare al fatto che in quel preciso momento l’Italia scoprì lo scrittore, anche grazie a Prezzolini, a Bobi Bazlen e ad Eugenio Montale, che scrisse – proprio nel 1925 e sulla rivista L’Esame – un articolo salvifico. Per pochi anni Svevo seppe la gloria letteraria, a sessant’anni suonati. Troppi, da aspettare, anche per lui. Che morirà di un incidente automobilistico stupido, anonimo, come in apparenza erano stati i suoi eroi di carta. Inetti, uomini alla deriva degli altri, incapaci di farsi le proprie ragioni, soprattutto contro le donne. Svevo aveva avuto una storia dannata con una tale Giuseppina, una popolana sensuale e di tutta carne alla quale si deve essere ispirato per il ritratto di Angiolina in Senilità. Poi aveva razionalizzato la propria vita sentimentale grazie alla moglie, che gli diede quella solidità sentimentale e quella dimensione da pater familias di cui aveva sete: una serenità personale, un modo anch’esso per fuggire dalla noia di tutti i giorni. Ecco perché i suoi eroi sono dei disadattati: perché lo era lui, Svevo, che doveva vendere vernici meglio degli altri e che di notte stava nel buio, a scrivere romanzi in cui credeva e in cui si divertiva come un matto. Forse in quell’ombra viveva davvero, ché non bisogna piangere quando si muore: “Non è niente morire”, come disse alla figlia Letizia in un pomeriggio di pioggia del 1928. Un pomeriggio come tanti altri di una vita. Spesa a scrivere.

6 pensieri su ““In una città atta agli eroi e ai suicidi”, di Giampiero Mughini

  1. lo confesso: dopo questo “attacco” mi sono cadute immediatamente le braccia. e non sono andato oltre.
    che questa scritta dal personaggio televisivo e scrittore mughini sia una frase “destinata a restare dentro la testa di tutti coloro che vivono dentro la letteratura” lo possiamo immaginare in un libro di fantascienza di un nipote di dick o di un cugino di vonnegut.

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