La scuola: gli italiani e gli altri. Su due libri recenti

di Michele Lupo

Due libri recenti sulla scuola e i ragazzini immigrati.
Due libri importanti perché si tende a omettere nel discorso odierno una serie di questioni che riguardano non gli aspetti spesso biecamente politici – per non dire soltanto elettorali – dei nuovi cittadini italiani, ma l’insieme di contenuti culturali non necessariamente pacifici, anzi non di rado conflittuali ma sempre e per forza di cose stimolanti che la nuova convivenza comporta.

Italiani, per esempio di Giuseppe Caliceti (Feltrinelli, euro 14,00, pag 237) e A scuola nessuno è straniero di Graziella Favaro (Giunti, euro 10,00 pag 190) sono due libri diversi, il primo a opera di un insegnante e scrittore, il secondo più manualistico secondo vocazione dell’autrice, esperta di problemi inerenti alla didattica e all’educazione interculturale, sui quali ha scritto già diversi lavori.

L’approccio della Favaro è più tecnico-teorico, laddove Caliceti da scrittore si mette in ascolto dei suoi bambini e molto li lascia parlare (e scrivere) per capire come essi vedono il nostro paese (in una edizione aggiornata e diversamente declinata del grande film di De Sica). Favaro parte dall’assunto che per lavorare al meglio con i ragazzi immigrati bisogna ricordare che

“vi sono due livelli di comprensione: quello della comprensione intellettuale oggettiva e quello della comprensione umana e intersoggettiva. La comprensione umana va oltre la spiegazione, richiede empatia, prossimità, capacità di cogliere nella storia del singolo punti di vista differenti e analogie con la propria storia. 
L’educazione interculturale si è posta fin dai suoi esordi la sfida di educare alla comprensione e, per perseguire questo obiettivo, si propone di agire su due piani: quello cognitivo, della conoscenza e delle informazioni sul mondo e sugli altri e quello affettivo, dell’attenzione alla relazione, alle interazioni, alla storia di tutti e di ciascuno.”

Ora, qualsiasi insegnante direbbe che questo vale per ogni studente, almeno quelli di piccola età, ma nel caso dei ragazzini trapiantati in Italia ancora di più. Dimentichiamo facilmente il trauma, lo shock che per la maggioranza di loro può significare l’abbandono forzato e tutt’altro che dolce del mondo in cui erano vissuti fino a poco prima. Spesso si portano dietro un fallimento, quello dei loro genitori, costretti a fuggire dalla povertà (minimo), altrettanto spesso c’è un dramma nel dramma ed è di tipo famigliare (chi a scuola lavora con i ragazzi rumeni sa che sono molti di più quelli che si ritrovano soli con madri separate che non il contrario), c’è l’impatto violento con una realtà che a loro sembra ostile – inutile negarlo.

Insomma, la pedagogista Graziella Favaro mostra come si possa favorire il lavoro in una classe multiculturale, come gestire la compresenza di ragazzi dalle lingue native differenti (e dall’educazione, differente); come favorire le interazioni positive fra i bambini. Cerca cioè strumenti pedagogici per rispondere non a un’emergenza come si ostinano a scrivere media corrivi e poco idonei alla bisogna, ma a un mondo che cambia – sebbene i nostri governanti stentino a comprenderlo.

Consiglierei loro di leggere il bel libro dell’insegnante di scuola elementare Guseppe Caliceti (lo consiglio a tutti). Che raccogliendo storie e fantasie, riflessioni e pagine di diario dei suoi bambini ne ha ricavato un “ritratto inedito dell’Italia di oggi e degli italiani.” Sono storie di bambine e ragazzini che vengono da molte zone dell’Africa, dell’Asia, spesso involontariamente poetiche, divertenti, incastonate come sono negli sguardi acerbi e freschi di piccoli umani che colgono differenze e astruserie andando miracolosamente al nocciolo delle cose. Di che cosa parliamo? Ecco un esempio. Olga, 11 anni, scrive “Le mamme dell’Italia trattano i figli un po’ da piccoli anche se sono più grandi, invece io ho capito subito che dovevo arrangiarmi da sola.

Per me, vale un intero scaffale di antropologia culturale.

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