Scriversi la vita

L’aveva detto Jung che la funzione immaginativa è una sorgente originaria della psiche, e serve a impattare, a tamponare, a rilanciare sempre nuove scommesse alla sfida che l’esistenza si assume sull’incomprensibilità dell’angoscia. E, a pensarci bene, appare ovvio che ogni azione creativa sia terapeutica; e, d’altra parte, che anche ogni azione terapeutica debba contenere un quid di creatività. Siamo nati per inventare, siamo macchine da immagini.
I dati di fatto che creano angoscia sono la morte, il dolore, la separazione, l’impermanenza: e allora, fin dalle origini, l’essere umano immagina, inventa, tenta di darsene spiegazione, comincia a esprimere, e poi, sulla base di quanto emerge alla coscienza, a incastellare ritualità, a fondare tradizioni. A tale funzione è delegata una parte magnifica della mente, quella che agisce nei sogni e nelle libere associazioni.


Un magma originario irrinunciabile, una miniera alle cui cave va ad attingere materia chi ha desiderio di scrivere (perché qui voglio parlare della scrittura: altrimenti ci starebbero a ugual diritto pittura, musica, e le altre sorelle arti).
Ma la scrittura ha anche di suo, peculiare, un inscindibile rapporto con la memoria. Scrivere infatti in gran parte è ricordare, è mettere giù in parola grafica quello che si era affacciato alla mente come fiotto mnestico, parola verbale o immagine da verbalizzare che fosse: per fissare su carta questo nuovo visitatore, e insieme per scoprirlo. Perché – e questa è l’idea che voglio sostenere – scrivere è un atto euristico. Ossia, è qualcosa di più che tradurre in parola un pensiero o un ricordo: scrivendo si scava, si scopre, si arriva a zone di verità e di sé che prima di mettersi al foglio o alla tastiera rimanevano occulte.
Le rivelazioni che scaturiscono dallo scrivere hanno effetti dirompenti quando si tratta di estrarre minerali preziosi dalla propria vita e dalla propria memoria. Perché si va a cozzare con l’indicibile, con quello che non abbiamo mai detto, quello che non abbiamo mai ricordato. E’ conflitto duro, sono istanze interiori come pietre focaie, la liberazione dei contenuti e le esplosioni che ne conseguono.
“Non mi ricordo niente…”
“Non importa, mettiti tranquillo e scrivi”.
Si moltiplicano i corsi di scrittura creativa, e, ramificazione di questi, i corsi di scrittura autobiografica. I tempi, lo sappiamo, non sono un granché: molte persone soffrono, quasi tutte, e a quelle più consapevoli viene voglia e urgenza di ritrovare autenticità e sapere profondo, di strapparsi di dosso le maglie soffocanti dell’apparenza e della superficialità.
La scrittura autobiografica sembra rispecchiare tutte le esigenze indicate: quella euristica e quella terapeutica, quella espressiva e quella artistica. Perché, è chiaro, un passo dopo l’espressione viene la comunicazione, e un passo dopo questa vi è la possibilità di scrivere qualcosa di bello, di godibile da altri, qualcosa che può uscire da sé e diventare un patrimonio comune emozionante.
Quindi la scrittura del memoir, come si tende a dire oggi, indicando con memoir una particolare sfumatura dell’autobiografismo, più legata alla memoria che al ricordo, all’emozione connessa a un fatto che al fatto stesso – ma sono sfumature, appunto – ha un piede calcato nella psiche e l’altro nella ricerca; una mano protesa a ricevere e l’altra a offrire.
Lo seppe nel IV secolo Agostino, e poi lo ritrovarono in molti, a macchia di leopardo, fino all’esplosione settecentesca della moda delle memorie. Così definisce Philippe Lejeune il genere autobiografico: «Racconto retrospettivo in prosa che una persona reale fa della propria vita mettendo l’accento sulla vita individuale e in particolare sulla storia della sua personalità». Nella secchezza della definizione formale, il critico francese coglie nel segno e indica i confini precisi al di qua e al di là dei quali non è legittimo parlare di autobiografia. Io conduco ormai da anni laboratori di scrittura. Ebbene, quelli di memoir sono tra i più imprevedibili e densi di emozione. Meno sai, e più scrivi. Meno ricordi, e più zampilla la materia scritta. Il silenzio del sé da un lato diventa una trivella della memoria, dall’altro si stacca dal soggetto per farsi storia e diventare racconto. Molto spesso, molto bello. Mi piacerebbe parlarne con voi. Il prossimo Laboratorio lo terremo nel weekend di Pasqua, in mezzo alle montagne fiorite della Valsesia. Se l’idea vi interessa, vi invito a dare un’occhiata al mio blog:  http://lambertibocconi.blogspot.com/2011/04/buona-pasqua-buona-vita-laboratorio-di.html

3 pensieri su “Scriversi la vita

  1. Un bellissimo articolo. Chiaro e scritto bene.
    Il magma dell’inconscio, la radice di tutto, io credo.
    Lo dico spesso lo so, ma io faccio mia la frase di Freud, dall’Interpretazione dei sogni credo: L’inconscio è la radice dei sogni, delle psicosi e dell’Arte.
    A proposito di terapia.

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