Francesco Dalessandro, Aprile degli anni

di Domenico Vuoto

Non è poesia ciò che non porta in sé e cattura

altra poesia, e ne è infine contaminata.

Anonimo

Parafrasando Mallarmé, potrei dire: Ahimè, la carne è triste, e io non so molto di poesia. Potrei precisare che il mio rapporto con la poesia è immediato (o quasi), affidato al gusto, all’amore per la parola poetica, più che a una conoscenza specifica della poesia – e del fare poesia. La mia, insomma, è una semplice – e sicuramente imperfetta – testimonianza.
Andando all’opera complessiva di Francesco Dalessandro, non posso non accennare, ma senza quelle piaggerie dettate da un malinteso senso dell’amicizia, al carattere schivo e, aggiungerei, umile del suo autore, alla sua inclinazione a un lavoro che non contempla l’urlo, il proclama; al suo non volersi rappresentare come emblema di ruoli e sentimenti universali.
La sua stessa poesia è discreta, composta nelle forme di una classicità che tuttavia non disdegna fratture e sussulti, seppure controllati, nel dispiegamento delle parole e dei versi. I quali sono caratterizzati da un rigore linguistico e da un’intensità di pensiero che si ritrovano in Aprile degli anni, raccolta monotematica, dove è centrale, nel gioco delle sue variazioni, l’amore. Il libro, bisogna aggiungere, più inevitabilmente strutturato della sua produzione – la monotematicità imponendo del resto una costruzione sorvegliata e perfino, se il sostantivo non suonasse un po’ inquietante, premeditazione. E dove gli echi di altre esperienze poetiche, classiche e contemporanee – dalla poesia trobadorica e stilnovistica, passando attraverso quella barocca italiana e spagnola e poi leopardiana, fino a poeti come Cummings – finalizzate al racconto del sentimento in questione, sono dall’autore, inesausto rabdomante, scoperti e riletti con rispettosa e onesta denuncia delle fonti, e infine rielaborati in composizioni autonome con esiti, a mio parere, eccellenti.
Nella raccolta, alle attese, alle invocazioni o alle preghiere d’amore – nei riguardi della Poesia e per il sentimento in sé – fanno seguito i ragionamenti d’amore – e sull’amore. Un’esemplare partitura che affida la sua piena riuscita a quella che definirei “intelligenza del cuore”. Con una precisa scansione in movimenti che sembrano rievocare le stagioni vivaldiane. In forma di nuvola di pioggia, Ore leggere, Aprile e gli anni, Canti più incerti del canto, i titoli delle quattro sezioni, sono già di per sé estremamente evocativi. In ognuno, lo svariare del sentimento trova conferma in quello dei toni. Versi di cristallina distensione, come: Oh mattini fragranti di dicembre / (che aprite il cuore ravvivando / la brace del segreto e i due segni / della sua gloria oh passeri)…, si alternano a brani nei quali la poesia si accende in una tempesta dei sensi e l’erotismo, formidabile arte del desiderio, raggiunge punte di inusitata “sfrontatezza” lessicale che riecheggiano le temerarietà di altri poeti (penso, per rimanere al presente, a Jude Stéfan): … l’agitato / estuario fra le tue gambe dove tumida / e aperta spande profumi la carnale / ninfea rosa…
Delle attese e invocazioni d’amore danno ampio conto i versi-esergo Aspettando la poesia, in una stazione della metro che hanno un loro specchio sconsolato (l’allontanamento della poesia davanti al distante indaffararsi della gente / (e la smorta espressione di volti/ brutali come morti ambulanti, alle immagini di una realtà privata di senso, osservata dal poeta dalle finestre della metro) nell’ultima composizione, In una stazione della metro. A leggerla e meditarla, sembrerebbe che la poesia si allontani disgustata e offesa dalle brutture del mondo e al poeta tocchi certificare con dolente rassegnazione la propria resa e impossibilità del canto. Ma, almeno per questa parte, si potrebbe addebitare alla bella poesia di Francesco Dalessandro un eccesso di pessimismo. L’autore, infatti, non ha mai smesso di cantare.

Francesco Dalessandro, Aprile degli anni, Puntoacapo, Novi Ligure, 2010, pp. 78, € 11

3 pensieri su “Francesco Dalessandro, Aprile degli anni

  1. Confesso di avere difficoltà a rivolgermi alla poesia lirica oggidì, sentendomi troppo scombussolato dalla frenesia del presente, simbolico e non, per potermi abbandonare facilmente alla contemplazione del sustrato che fa della vita cosciente ed incosciente un tutt’uno continuo, non puntellato dalle quotidiane notizie allarmanti, dai costanti choc veri o artificiosi che siano. Per cui sono grato per le opportunità come quella offertami da Francesco Dallessandro nel suo “Aprile degli anni” per ricordarmi dei ritmi più profondi, sotterranei dell’amore, tema che l’autore tratta con l’autorevolezza di chi ha saputo portare i suoi sacrifici a Venere e coglierne i benefici.
    Mi sento in dovere di aggiungere un commento critico negativo sull’organizzazione ed il design dell’edizione, invece, che ho trovato di difficile gestione dalla pagina 70 in poi, in cui si susseguono una riflessione e spiegazione scritta dall’autore stesso (“Per somiglianza d’ingegno”) che contiene riferimenti a “Note” che però appaiono soltanto dopo un breve paragrafo a sé stante che spiega l’origine del titolo della raccolta e cita varie fonti primarie, nonché una lista assai complessa dei specifici riferimenti ad opere di e.e.cummings fatti nelle poesie. Mi rendo conto dell’importanza di tale lista, anche in una edizione che non si vuole propriamente “critica”, ma essa dovrebbe essere presentata in un modo che non faccia sentire il lettore quasi in dovere di cercare di rintracciare tutti i riferimenti specifici nelle poesie stesse, un lavoro più da studioso che altro, che io ho trovato impossibile da svolgere, forse anche perché i caratteri tipografici prescelti non mi hanno aiutato a distinguere un livello di testo dall’altro. Il non essere riuscito a farlo, però, ha lasciato questo lettore con una sensazione d’incertezza circa l’attribuzione di ciò che ha letto. L’indice alla fine, poi, mi sembra contenga troppi numeri e puntini che occupano troppo spazio e non aiutano, neanch’essi, ad avere la sensazione di padroneggiare l’insieme.

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  2. Ho trovato il libro di Dalessandro fra i più bei libri di poesia letti ultimamente.
    E questa nota di Vuoto ne sottolinea in modo impeccabile e acuto ogni sua qualità.
    Francesco Dalessandro è uno di quei poeti che raramente si ha opportunità di incontrare.
    Mi ritengo fortunata.
    La poesia non è una maniera, ma uno stato di esistere. In tal modo ogni traccia si fa ritratto inconfondibile. (Quella che preferisco ha un respiro sottile e sommesso con lunghe pause di apnee e silenzi. Non muore, così dorme.)

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  3. Grazie a chi ha voluto commentare la recensione di Domenico al mio libro. Grazie a Simometta, cara amica e sensibile lettrice e artista. Grazie a Nail; anche per i suoi appunti critici sull’edizione. Trattandosi però di scelte editoriali, non mi spetta rispondere ad essi. Quanto ai riferimenti fin troppo precisi (secondo Nail) presenti alla fine del libro… che dire? E se fossero tanto precisi proprio per scoraggiarne la ricerca?
    Francesco

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