75. La curva

da qui

La chiesa ha un’unica navata e in fondo un’abside con un Battesimo di Gesù che incombe sull’altare. Le colonne tortili fanno giochi di luci e ombre che attirano lo sguardo irresistibilmente, come la colonnina del barbiere che gira, gira, e alla fine ti ipnotizza. Lo stesso effetto si nota nella cupola dell’abside, dove dodici strisce d’oro – gli apostoli, i mesi, le tribù d’Israele? – precipitano verso il coro creando un movimento che si trasmette al resto dello spazio. I banchi sono pieni – o vuoti – per metà: le donne hanno le mani unite in grembo, gli uomini dietro la schiena. Alcuni guardano a destra o a sinistra, in cerca di qualcosa che non sanno. Il prete insegue una formula tra le pagine ingiallite del messale, come se il dolore richiedesse un ricettario, un modulo fisso per esprimersi e non si potesse piangere disperatamente, o sobriamente, o anche per finta, senza l’aiuto di uno schema. La bara giace sul pavimento lucido come fosse un oggetto lasciato lì per caso, che nessuno si sente in dovere di sgombrare. La morte è un accidente che ti coglie di sorpresa, oltre la curva a gomito che avevi imboccato come altre mille volte. Comincia con spreco di energie, immagini e rumori, e finisce in un silenzio interrotto dalle parole di prammatica di un vecchio vestito di viola, che gira pagine e pagine rincorrendo parole che non riuscirà mai a trovare. Brice è in piedi, accanto all’ultimo banco. Osserva le colonne tortili, le strisce d’oro dell’abside. Il cervello gli comincia a vorticare, si aggrappa alla panca in legno e cerca di guardare fisso avanti a sé; la bara, lentamente, si trasforma in inginocchiatoio, due poltroncine in velluto rosso vengono occupate da una donna vestita di bianco e un uomo in nero. Ora il prete è sorridente, non ha bisogno di cercare tra le pagine, una luce accecante precipita dall’abside e si trasmette allo spazio fino a che la chiesa è una nuvola d’oro che gira, gira, il suono dell’organo si confonde con l’odore dell’incenso, gli uomini e le donne non sanno più dove mettere le mani, se applaudire o asciugarsi le lacrime che rigano le guance, e a Brice sembra di comprendere, prima di svenire, che tra la vita e la morte c’è una sottile linea d’oro che gira, gira, in cerca della parola esatta, dell’incontro decisivo, oltre la curva a gomito del tempo.

18 pensieri su “75. La curva

  1. Eros e Thanatos , la pulsione di vita e la pulsione di morte…

    “ cerca di guardare fisso avanti a sé; la bara, lentamente, si trasforma ”

    “Chi guarda fisso verso le stelle non cambia idea ”
    Goethe

    “Così per me tu reggi la vita e la morte
    racchiuse nella luce dei tuoi occhi, e sai
    darmi con il tuo sguardo morte e vita,
    e io sono felice, anche se la mia sorte
    vuole che la mia vita dipenda da te; se mi dai
    la morte, presa da te la morte mi sara’ gradita.”
    LUIS VAZ DE CAMOES

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  2. “tra la vita e la morte c’è una sottile linea d’oro che gira, gira, in cerca della parola esatta”

    “Perduto è tutto il tempo che in amor non si spende.”
    (T. Tasso)

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  3. Il confine fra la vita è la morte è sottile e starci in equilibrio è il presente solo se lo si perde si comprende se si vive da vivi o da morti. E’ il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, l’ultima scena descritta dall’autore che può lasciarti l’amaro in bocca o incresparti la bocca in un sorriso.
    Ma prima o poi ci sarà un bacio che ti toglierà il fiato e ssaprai che è l’ultimo perchè ascolterai una musica che suona solo per te.
    SM

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  4. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
    questa morte che ci accompagna
    dal mattino alla sera, insonne,
    sorda, come un vecchio rimorso
    o un vizio assurdo. I tuoi occhi
    saranno una vana parola,
    un grido taciuto, un silenzio.
    Così li vedi ogni mattina
    quando su te sola ti pieghi
    nello specchio. O cara speranza,
    quel giorno sapremo anche noi
    che sei la vita e sei il nulla

    Per tutti la morte ha uno sguardo.
    Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
    Sarà come smettere un vizio,
    come vedere nello specchio
    riemergere un viso morto,
    come ascoltare un labbro chiuso.
    Scenderemo nel gorgo muti.

    (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-Cesare Pavese)

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  5. Affascinante, che “alla fine ti ipnotizza”, anche questa descrizione della chiesa, così ricca di dettagli e particolari che non avevo mai notato e sui quali non mi ero mai soffermata.
    Riesci sempre, don Faber, a cogliere quegli aspetti che, ad un occhio frettoloso e distratto, sfuggono e che invece rivelano un punto di vista più profondo e passioinale, un guardare con il cuore, che incanta.

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  6. La bara giace sul pavimento lucido come fosse un oggetto lasciato lì per caso, che nessuno si sente in dovere di sgombrare. La morte è un accidente che ti coglie di sorpresa, oltre la curva a gomito che avevi imboccato come altre mille volte.

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  7. “La chiesa ha un’unica navata e in fondo un’abside con un Battesimo di Gesù …oltre la curva a gomito del tempo.”

    Il tempo di Dio non ha curve, è un’unica navata dritta con in fondo la proposta di rinascere ad una nuova vita…il tempo dell’uomo è curvilineo, un percorso lento che a volte ricalca inutilmente gli stessi passi; un cammino che contiene però una meravigliosa opportunità: immettersi nella “corsia” senza curve (…le curve fanno venire il mal di stomaco!).

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  8. viaggiare in eterno su una strada dritta senza curve è come vivere una vita senza nessuna sorpresa…il colpo di sonno è assicurato 🙂

    Speriamo che Dio abbia in serbo per noi paesaggi mozzafiato – in fondo anche la bibbia parla di passi sicuri anche su strade difficili – fatti di curve e tornanti, magari meno tragici di quelli incontrati da Cleo, ma comunque pieni di sorprese…

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  9. “Brice è in piedi, accanto all’ultimo banco. …… Il cervello gli comincia a vorticare”

    PER BREVITA’ CHIAMATO ARTISTA

    Per brevità chiamato artista
    Tutta una vita da arrampicare
    Come una scimmia sulla schiena di qualcuno
    Come un uccello sul filo o un ubriaco per le scale
    Che quando cade sa cadere e non si fa male
    O non lo fa vedere
    Doppio come una medaglia se fosse d’oro sarebbe cartone
    Il cieco con la voce buona e il muto che ci vede bene
    Invitami stasera a cena e arriveremo insieme
    Per brevità chiamato artista
    Tutta una vita a girare intorno
    Come uno stupido o un ballerino
    Giovane illuminista o cattolico di ritorno
    Che insegue il mattino alla luce del giorno
    E dice pane al pane e al vino
    Doppio come l’ innocenza se fosse Abele sarebbe Caino
    Antidoto senza veleno e alibi senza assassino
    Perdonami se sto lontano e cercami vicino
    Per brevità chiamato artista
    Come un gatto dentro a un canile
    Come un ladro tra i truffatori
    Martire da palcoscenico e vittima d’aprile che macina i cuori
    Che calcola i cani
    E dà la buonanotte ai fiori
    Doppio come un doppio gioco se fosse oggi intendeva domani
    Lo zoppo che cammina dritto e il pittore senza mani
    Invitami stasera a cena basta che mi chiami.

    F.De Gregori

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  10. …..e a Brice sembra di comprendere, prima di svenire, che tra la vita e la morte c’è una sottile linea d’oro che gira, gira, in cerca della parola esatta, dell’incontro decisivo, oltre la curva a gomito del tempo.

    Questa frase mi fa pensare a questi versi.

    ……Allora Almitra disse: parlaci dell’Amore. E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse: Quando l’amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese; e quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui. Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.E quando vi parla, abbiate fede in lui,Anche se la sua voce può distruggere i vostri sognicome il vento del nord devasta il giardino. Poiché l’amore come vi incorona così vi crocefigge.E come vi fa fiorire così vi reciderà.Come sale alla vostra sommità e accarezza i più tenerirami che fremono al sole,Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dovesi avvinghiano alla terra.Come covoni di grano vi accoglie in sé.Vi batte finché non sarete spogli.Vi staccia per liberarvi dai gusci.Vi macina per farvi neve.Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio. Tutto questo compie in voi l’amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.Ma se per paura cercherete nell’amore unicamentela pace e il piacere. Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall’aia dell’amore. Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete,ma non tutte le vostre lacrime. L’amore non da nulla fuorché sé stesso e non attinge che da se stesso. L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto. Poiché l’amore basta all’amore. Quando amate non dovreste dire: “Ho Dio nel cuore”,ma piuttosto, “Io sono nel cuore di Dio”.E non crediate di guidare l’amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida. L’amore non vuole che compiersi. Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri,i vostri desideri hanno da essere questi:Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte. Conoscere la pena di troppa tenerezza. Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d’amore,E sanguinare condiscendenti e gioiosi.Destarsi all’alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d’amore. Riposare nell’ora del meriggio e meditare sull’estasi d’amore;Grati, rincasare la sera;E addormentarsi con una preghiera in cuore per l’amato e un canto di lode sulle labbra.

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  11. Solo La Muerte

    Hay cementerios solos,
    tumbas llenas de huesos sin sonido,
    el corazón pasando un túnel
    oscuro, oscuro, oscuro,
    como un naufragio hacia adentro nos morimos,
    como ahogarnos en el corazón,
    como irnos cayendo desde la piel al alma.

    Hay cadáveres,
    hay pies de pegajosa losa fría,
    hay la muerte en los huesos,
    como un sonido puro,
    como un ladrido sin perro,
    saliendo de ciertas campanas, de ciertas tumbas,
    creciendo en la humedad como el llanto o la lluvia.

    Yo veo, solo, a veces,
    ataúdes a vela
    zarpar con difuntos pálidos, con mujeres de trenzas muertas,
    con panaderos blancos como ángeles,
    con niñas pensativas casadas con notarios,
    ataúdes subiendo el río vertical de los muertos,
    el río morado,
    hacia arriba, con las velas hinchadas por el sonido
    de la muerte,
    hinchadas por el sonido silencioso de la muerte.

    A lo sonoro llega la muerte
    como un zapato sin pie, como un traje sin hombre,
    llega a golpear con un anillo sin piedras y sin dedo,
    llega a gritar sin boca, sin lengua,
    sin garganta.
    Sin embargo sus pasos suenan
    y su vestido suena, callado como un árbol.

    Yo no sé, yo conozco poco, yo apenas veo,
    pero creo que su canto tiene color de violetas húmedas,
    de violetas acostumbradas a la tierra,
    porque la cara de la muerte es verde,
    y la mirada de la muerte es verde,
    con la aguda humedad de una hoja de voileta
    y su grave color de invierno exasperado.

    Pero la muerte va también por el mundo vestida de escoba,
    lame el suelo buscando difuntos,
    la muerte está en la escoba,
    es la lengua de la muerte buscando muertos,
    es la aguja de la muerte buscando hilo.

    La muerte está en los catres:
    en los colchones lentos, en las frazadas negras
    vive tendida, y de repente sopla:
    sopla un sonido oscuro que hincha sábanas,
    y hay camas navegando a un puerto
    en donde está esperando, vestida de almirante.
    P.Neruda.

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  12. Forse perché della fatal quïete
    Tu sei l’imago a me sì cara vieni
    O sera! E quando ti corteggian liete
    Le nubi estive e i zeffiri sereni,

    E quando dal nevoso aere inquïete
    Tenebre e lunghe all’universo meni
    Sempre scendi invocata, e le secrete
    Vie del mio cor soavemente tieni.

    Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
    che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
    questo reo tempo, e van con lui le torme

    Delle cure onde meco egli si strugge;
    e mentre io guardo la tua pace, dorme
    Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

    (Alla sera – Ugo Foscolo)

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  13. OGGI E’ DOMENICA, DOMANI SI MUORE.

    Oggi è Domenica,
    domani si muore,
    oggi mi vesto
    di seta e d’amore.

    Oggi è Domenica,
    pei prati con freschi piedi
    saltano i fanciulli
    leggeri negli scarpetti.

    Cantando al mio specchio,
    cantando mi pettino.
    Ride nel mio occhio
    il Diavolo peccatore.

    Suonate, mie campane,
    cacciatelo indietro!
    “Suoniamo, ma tu cosa guardi
    cantando nei tuoi prati?”

    Guardo il sole
    di morte estati,
    guardo la pioggia,
    le foglie, i grilli.

    Guardo il mio corpo
    di quando ero fanciullo,
    le tristi Domeniche,
    il vivere perduto.

    “Oggi ti vestono
    la seta e l’amore,
    oggi è Domenica,
    domani si muore”.

    Pasolini

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  14. Quel filo incerto e impercettibile fra la vita e la morte, tra il sentirsi e l’essere vivi, perché spesso, pur essendo in vita, siamo vittime di una morte interiore che logora, uccide ogni pensiero, rende arida la coscienza; orfani di spirito, alla ricerca affannata della luce di una piccola fiamma che chiamiamo felicità…

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