Poeti in assemblea di Giovanni CAMPUS

SE NESSUN DIO CI ASCOLTA

Ascoltatemi. Io credo
che non abbiamo ancora superato
una prova più alta
di coraggio. L’estrema solitudine,
l’ultimo vuoto, il nulla
che avvolge la fatica del poeta.
Perché se nessun Dio
sopra le nubi ascolta
queste parole umane, la tua voce
ricade nell’inutile silenzio.
Non rimane che un gioco
di sillabe, ogni ritmo
è sterile richiamo che accarezza
e illude sorridente i morituri…
Nulla pesano i versi tormentati
dei poeti, non contano
nulla davanti a Lui,
l’Assente.
Tutte le prove, le dimostrazioni
di quella sua famosa, incomprensibile,
divina provvidenza fatalmente
le insidia la falange
dei tarli roditori
del dubbio. Se c’è Auschwitz, non c’è Dio:
l’abbiamo udito tutti questo grido! 
Forse, allora, dobbiamo rassegnarci.
Se Dio non c’è… dunque nessuno, mai,
nei deserti di gelo interminato
fra le galassie, muto, invalicabile
silenzio eterno, udiva
l’Adagio della Nona, la Canzone
del Salice, i corali appassionati
di Bach. Negli alti cieli
dove esplodono immense, solitarie
Supernovae nei giorni del Dies Irae,
nessuno intese l’alta fantasia
di Dante, la dolente
dolcezza di Virgilio, la sublime
semplicità di Omero. E il Budda, e Cristo,
e Maometto e Mosè furono eroi
generosi e illusi. Ogni preghiera,
ogni verso, ogni musica
è solamente vano
gioco, polvere, scherno…
Se Dio muore per sempre, quale artista
mi consola? Ogni canto
tace, non dà speranza la Pietà
scolpita da un divino Michelangelo
venticinquenne… (forse solamente
i suoi Prigioni, chiusi dentro il marmo,
mi ascoltano, in silenzio).
Se nessun Dio ci ascolta
sopra le nubi, un volo disperato
sono i grandi poemi, e gli infiniti
poeti di ogni tempo
affollano, esaltati, interminabili
pianure, dove sembra
che parlino da soli… Non c’è nulla
più da scrivere, ormai. Taci, poeta.
puoi solamente dire:
“Se Dio non c’è, è colpevole: la colpa
più grave, non esistere”.

Eppure, insopprimibile, rinasce,
nel profondo di te, l’altra risposta.
Anche se Dio non c’è, quale conforto
più nobile di un gesto
d’amore fra le nostre solitudini?
Ricordate il sorriso luminoso
di Charlot che ritrova la fioraia
che una volta era cieca, fra le luci
della città? Perfetta
letizia, solo paga di sé stessa.
Gesto d’amore sempre è la poesia,
mistero irriducibile che vive
dentro il cuore dell’uomo, orma segreta
di quel Dio che cerchiamo, prova certa
del suo passaggio fra di noi. Resisti,
dunque, poeta. Come il vecchio cane
Argo, caro ad Ulisse, logorato
dagli anni, emarginato dai potenti,
rimani ancora, tu, resta in ascolto
di quella voce, di quel passo. Forse
quello che attendi, il tuo signore, forse
è vicino. Poeta, non arrenderti.

*
Giovanni CAMPUS
Poeti in assemblea
EDES – Editrice Democratica Sarda (Sassari, 2010)
(Collana La Biblioteca di Babele)

*

“Siamo in un’epoca in cui, più o meno esplicitamente, dedicarsi alla poesia viene considerato spesso una attività improduttiva, inutile, ingenua, ed è oggetto, quindi di malcelata sufficienza, se non proprio di sopportazione, di impazienza, o addirittura di derisione”, sostiene tra l’altro Giovanni Campus nell’intervista che introduce la sua ultima raccolta poetica “Poeti in assemblea”. Un lavoro che vuole testimoniare in forma poetica il senso e la ragion d’essere della poesia, considerato che “…siamo tutti poeti,/che siete tutti poeti, nel senso/che siamo e siete tutti esseri umani,/ e l’uomo è un animale poetico,/e non soltanto politico – come diceva Aristotele -/e il segno che distingue la nostra specie/dalle altre di questo pianeta/non è la tecnica, non è la politica,/non è nemmeno la guerra,/ma è proprio la poesia, l’arte, la musica,…”
Una raccolta dunque di metapoesia, con componimenti di varia misura e datazione, alcuni già pubblicati. Il primo testo, un poemetto proemiale, Poeti in assemblea, immagina una discussione tra i poeti sulla crisi della poesia e sull’esigenza di rinnovamento; e si richiamano i versi di Domenico Gnoli (“Giace anemica la Musa/sul giaciglio dei vecchi metri:/a noi, giovani, apriamo i vetri/rinnoviamo l’aria chiusa…”). Discussione in cui poeti che si avvicendano esprimono i loro punti di vista sulla poesia ”…la vera poesia deve torturare,/deve scavare, ardere,/e rendere l’anima incandescente,/e rivelando, infine,/che cosa potrebbe essere l’umanità/se voi e noi, tutti insieme, poetassimo,/costringendo ogni grande ideale/ad incarnarsi, puro/dal sangue e dalla sopraffazione,/costringendo a farsi storia,/costruendo un mondo nuovo,/migliore di tutte le utopie,/costringendo il grande Platone a riconoscere/che doveva dare il potere ai poeti/nella sua repubblica!”). I testi che seguono offrono ognuno aspetti della multiforme natura del poeta (giovane, zingaro, muto, cieco, timido etc.) e della poesia, soffermandosi anche sul ruolo del critico: “E il critico, il famoso/e rispettato critico, non faccia/cassa di risonanza, non si senta/un pontefice massimo, ma resti/più di tutti in ascolto, e parli solo/se gli sembra di udirla, quella voce,/e distinguerla in mezzo al gran vociare/rumoroso, indistinto, del marasma/letterario – ai confini d’ignoranza/e vanità, e follia -/dei sentimentalismi o raffinati/cupi intellettualismi,/o solamente astuzie per far soldi.” Il libro è dunque un’ampia e variegata riflessione in versi tra realtà e viaggio a ritroso, tra sogno e disillusione: “In certi giorni, se mi guardo intorno,/sono tentato dal silenzio. Inutile/scrivere, se nessuno legge. I tempi/non ti sono propizi. Dovevamo/scegliere un altro secolo, per nascere,/non questo panorama di cespugli/assetati, che tolgono il respiro/agli alberi che cercano la luce.” (Horror vacui); “Ho il timone inchiodato ad una fede:/che nulla in questo mondo si distrugge/del bene che facesti, e che resiste/al di là d’ogni assedio/beffardo, arido, ingrato./Nutrite da radici/invisibili, arcane,/fra tante inenarrabili macerie/dormono gemme innumeri – sepolte/sotto la neve e il fango della storia -/d’innocenza ferita, di giustizia/offesa, sopraffatta, ed infiniti/pensieri, opere, gesti/ribelli, volti a sollevare il peso/greve, opaco del male,/a rompere la tenebra tenace.” (Rileggendo i miei versi); “Poesia/non è contemplazione solitaria,/ma vive solamente se tu cerchi/nel silenzio l’ascolto/dei tuoi simili, uniti alla tua sorte/umana: ogni parola/dentro di te sofferta,e misurata/nel canto, è pura offerta/d’amore che fruttifica lontano/nel tempo.”; “tu che volevi veramente/l’immaginazione al potere,/quella mattina tu, alzandoti,/t’accorgesti, d’un tratto,/d’esser rimasto solo a marciare,/mentre già tutti, o quasi tutti, intanto/già s’erano seduti,/attorno a te, dietro di te, nell’apparato/efficiente, nella nuova burocrazia,/nella routine quotidiana, nella grigia/normalità del sistema.” (processo a Majakovskij).
La discussione tra i poeti giunge infine alla conclusione: “Ognuno è andato via, portando con sé il peso della sua prosa e della sua poesia. La prosa dei suoi problemi pratici, la poesia delle sue speranze, o delle sue utopie. […] Sfortunato quell’uomo che nella sua fatica terrestre non sentisse il bisogno del canto, suo o di altri; sventurato e destinato ad appassire quel mondo dove si fosse inaridita o spenta, nelle stagioni della sua storia, la voce della poesia.” “Prosa avara del vivere, ne leggi/ogni giorno una pagina. Tu stesso/Devi aggiungere i versi, per resistere.” (Epilogo) gn

*

Giovanni Campus, nato in Romagna, a Cervia, nel 1930, da famiglia sarda, dopo l’infanzia trascorsa fra Romagna e Toscana (nel Casentino), compie gli studi in Sardegna, laureandosi a Cagliari in Lettere Classiche con una tesi sul Problema della morte nei Ricordi di Marco Aurelio. Ha insegnato a lungo nei licei. Vive a Roma. Ha sempre svolto intensa attività pubblicistica su quotidiani e riviste specializzate, sia nel campo letterario sia come critico cinematografico.
Dopo le prime Undici poesie (in Ichnusa, segnalate nel 1960 al Premio Cervia), ha pubblicato Salmo notturno (Laterza 1983, entrato nella terna finale del Premio Viareggio Opera Prima 1984), Mediterranee (Edes 2003, vincitore nel 2004 del XIX Premio di Poesia “Giuseppe Dessì”) e Quotidiane (Edes, 2007).

2 pensieri su “Poeti in assemblea di Giovanni CAMPUS

  1. “Poeta, non arrenderti”, quasi un motto, imperativo che dovrebbe scuotere (specie chi scrive, ormai disposto, da tempo, a trattare la resa…)

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