Provocazione in forma d’apologo 196

Le sei meno un quarto, a quest’ora in genere mi svegliano i piccioni che tubano sul balcone. Sono anni che cerco di scacciarli ma senza riuscirci, alla fine mi sono rassegnato a sopportarli, limitandomi a grattar via di quando in quando il loro guano.
Questa mattina però non è il loro tubare a svegliarmi, ma un vocio che viene dal basso della strada.

Esco sul balcone, di colombi ancora insonnoliti o in procinto d’involarsi nemmeno l’ombra. Guardo di sotto e vedo, sui due brevi tratti di marciapiede lungo casa mia e la casa di fronte, decine e decine di persone accampate, devo dire con un certo ordine. Li guardo, qualcuno di costoro mi guarda, alcuni di questi con un cenno di saluto che sembra educato. Ricambio il saluto e rientro, interdetto.
Alla televisione e alla radio niente notiziari, solo documentari e musica, oltre naturalmente alla solita pubblicità, peraltro ancora più rassicurante del solito.
Faccio un paio di telefonate a chi potrebbe darmi qualche lume su ciò che sta accadendo, sempre che stia davvero accadendo qualcosa di particolare, ma quelli che cerco non rispondono, anzi una voce registrata mi informa che i numeri composti non esistono; ma la voce è educata e tranquilla, e questo mi rassicura non poco.
A questo punto che fare? È chiaro, procedere nella routine quotidiana, che a questo punto prevede abluzioni e vestizione per andare in ufficio.
In bagno, come mi porto le mani al viso per lavarmi, il naso mi cade nel lavandino. Senza sangue né dolore, come se si fosse trattato di un accessorio posticcio e magari superfluo. La cosa sorprendente è che non mi sorprendo e che provo persino un certo sollievo, perché di colpo ho smesso di sentire quel fetore che mi perseguitava da tanto e che negli ultimi tempi aumentava sempre, un fetore indefinibile e ubiquo, che non si capiva se arrivasse da fuori o da dentro.
Finisco di vestirmi, son pronto per uscire. Fin dal mio risveglio, dal corso adiacente non provengono rumori di bus o di tram (veramente nemmeno di nessun altro veicolo). Pazienza, andrò a piedi in ufficio, tanto non è lontano. Esito un istante: avventurarmi in strada con due buchi al posto del naso? Poi pensandoci meglio scrollo le spalle, addirittura sorrido: chi vuoi che badi alla tua faccia, mi dico, con tutto ciò che sta bollendo in pentola – sempre che una pentola esista ancora, e che dentro di essa non ci stiate a bollire tu insieme con tutti i tuoi simili.

6 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 196

  1. Stavolta il termine “perturbante” aderisce perfettamente alla tua provocazione, caro Roberto. Per una volta trovo, io solita brontolona, addirittura pertinente la traduzione italiana del termine “unheimlich”, così come è stata scelta per il saggio di Freud: Das Unheimliche, Il perturbante, appunto. Perché? Perché, come spiega Freud in quel saggio, hai portato alla luce qualcosa che è allo stesso tempo familiare, troppo familiare (Heim, casa) e che per i più doveva restare nascosto (geheim, segreto). Colpita e affondata, dall’Urbe, a poca distanza da San Paolo fuori le mura, dove le “persone accampate con un certo ordine” sono state puntualmente ignorate.

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  2. Cara Carletta,
    il pezzo l’ho scritto all’inizio dell’anno, quindi non sapevo nulla di quanto sarebbe accaduto, anche se a immaginare quanto potesse accadere non dovevamo essere in pochi.
    Quanto all’eremo, so che chi ce l’ha più è lontano dal mondo più ne percepisce le vibrazioni.
    Ciao,
    Roberto

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  3. Cara Anna Maria,
    mi sa che il cattivo demiurgo copia senza vergogna, quindi bisogna affrettarsi a liberare i cassetti, pubblicando o meglio ancora distruggendo. E provare semmai a scrivere cose dolci e morali, vedi mai che copi anche quelle.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  4. Cara Giorgina,
    magari, mi potrei togliere qualche soddisfazione in più.
    Diciamo piuttosto che certe cose è più difficile non vederle che vederle.
    Un caro saluto,
    Roberto

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